I camper

Non era la prima volta che venivo licenziato, ma proprio come la prima volta ero contento fosse accaduto.

In quel periodo vivevo ad Atherton, nel nordest dell’Australia e lavoravo in una fattoria di mango. L’estate era già finita ma faceva comunque caldo, vicino all’equatore aveva poca importanza quale mese dell’anno fosse.

Una volta finita la raccolta dei manghi al campo non era rimasto altro che potare gli alberi e per farlo c’era un modo corretto che permetteva alla pianta di rimanere delle stesse dimensioni e continuare a tirare fuori quei dannati frutti.

Ad insegnarci l’arte del taglio era stato Clancy, il capo della fattoria, un ometto basso con gambe curve come quelle di certi calciatori. Aveva delle grandi mani con grosse nocche prominenti, ho pensato più volte che avrebbe potuto riempire sacche di mango soltanto prendendo a pugni l’albero. Indossava sempre un cappello da cowboy che lo faceva sembrare molto buffo, almeno ai miei occhi. La testa era sproporzionata rispetto al corpo, sembrava quella di uno più alto di lui e un po’ devo dire che ricordava mio padre, credo soprattutto per le sopracciglia spesse e nere.

Ricordo che io e Nicolò ci divertivamo a dire “è arrivato John Wayne” ogni volta che lo vedevamo raggiungere il gruppo.

Tutte le mattine, una volta arrivati alla fattoria, Clancy ci portava con il suo minibus in cima al campo dove lavoravamo. Io e Nicolò eravamo gli unici italiani, poi c’era un gruppo di energici francesi e altri che francamente non ricordo. Mi pare ci fosse un americano ma non capivo se era stupido o cosa. Aveva il viso lentigginoso e sorrideva sempre. Non c’è niente da ridere caro ragazzo americano. Gli avrei voluto dire. Svegliarsi alle sei del mattino e lavorare sotto il sole per otto ore e non è fatto per sorridere.

Ricordo che quando Clancy ci faceva salire sul minibus ci salutava sempre, diceva “good morning, guys!” ed io e Nicolò come sempre rispondevamo “Buongiorno un cazzo” e sghignazzavamo un po’. Era un modo per sdrammatizzare e per non pensare a ciò che ci aspettava. Poi francamente Clancy, il capo contadino dalle grosse mani, che avrà mai potuto capire dei commenti miei e di Nicolò? In ogni caso il motore di quel bus faceva un gran casino e bisognava urlare per parlare.

Ma torniamo al giorno in cui venni licenziato.

Clancy ci fece fare pausa pranzo venti minuti prima, ci disse che c’era una festa sulla strada centrale. Pensai subito che non c’era nulla da festeggiare.

Il capo ci portò sul ciglio della strada con il suo minibus e ci fece scendere tutti. L’asfalto ribolliva come nei film dove ci sono scene in cui l’asfalto ribolle. Per un attimo, ripensando alla “festa sulla strada centrale” mi venne qualche dubbio e poi quella era l’unica strada che c’era nel raggio di chilometri, non è che è quella centrale, è l’unica strada che c’è!

Faceva troppo caldo e qualcosa non mi tornava, tutti sul ciglio della strada… ho pensato per un attimo ad un’esecuzione col fucile, BANG-BANG, uno dopo l’altro. Data la temperatura torrida l’idea non mi dispiaceva.

Nulla di tutto ciò comunque, eravamo lì per vedere una gara di camper… una vecchia e noiosa tradizione di quelle parti. Squadre composte da otto persone che quattro a turno si alternavano per spingere a mano il camper. L’unica cosa divertente, e forse esagero, è che i partecipanti erano ubriachi e vestiti in maniera stravagante.

Alla vista di tutto ciò la sensazione di intrattenimento durò circa cinque minuti e ben presto il mio animo scoraggiato tornò a farsi sentire. Il caldo, le mutande sudate e le chiappe rosse per lo sfregamento mi stavano dannando e quindi decisi di sedermi per alleviare il dolore.

Avevo bisogno di distrarmi. Il mio sguardo piombò su quello di Clancy e lo vidi estremamente sereno. Continuai a guardarlo perché nella sua espressione beata c’era qualcosa che non conoscevo. Come era possibile che di fronte ai quei camper ci si potesse sentire così? Come mai Clancy era contento? Forse perché era il capo della fattoria e dava gli ordini?

L’espressione che aveva andava oltre, mi pareva di avere a che fare con il Budda. Volevo sentirmi anche io così.

Mi diede molta noia e mi alzai più agitato di prima. Andai verso Nicolò che era alle prese con un sassolino, lo stava toccando col piede ormai da qualche minuto, anche a lui i camper spinti a mano non piacevano molto. Gli dissi che per me quella roba lì era una merda e che gli australiani sono gente annoiata che non ha manco il coraggio di ammazzarsi. Nicolò si mise a ridere.

Non troppo distante da me notai che Clancy mi stava guardando ma non sembrava più beato come prima. Forse mi aveva sentito o magari aveva finalmente capito che a nessuno fregava nulla di quella roba lì. Tempo cinque minuti e finalmente tornammo al capannone per mangiare. Mi misi la crema al culo e provai subito un grande sollievo, forse il migliore della giornata.

Mentre mangiavamo scambiai qualche parola con i francesi, ovvero ci lamentammo del lavoro insieme. Erano dei tifosi dell’Olympique Marsiglia e spacciavano, io ogni tanto compravo qualcosa da loro.

C’era uno che mi stava particolarmente simpatico, il suo ed il mio inglese erano ancora arrugginiti e questo ci faceva sentire vicini. Era poco più alto di me con un fisico slanciato con braccia e gambe ricoperti di molti peli rossi come i suoi capelli corti. Parlavamo spesso di calcio, di quanto fosse forte Messi e di quanto il PSG fosse una società di merda. Pensa te il caso…

Tornammo al campo e faceva un po’ meno caldo di prima ma gli alberi da potare erano ancora molti. La partenza fu lenta, subito dopo mangiato era sempre così. Infatti John Wayne, ormai conclusa la metamorfosi in Budda, ci disse di andare più veloce e noi eseguimmo.

Andando su e in giù per le file di alberi capitava a volte di incrociare i colleghi e scambiare due battute al volo per poi rimettersi nuovamente testa alta sui rami. Era già capitato che Clancy ci rimproverasse per questi modi di fare e una volta lo sentii addirittura tirar fuori dei discorsi sull’etica e i comportamenti a lavoro.

In un modo o nell’altro il pomeriggio passò e a cinque minuti dalla fine incrociai il mio amico francese con il quale scambiai due parole… a cinque minuti dalla fine, che vuoi che succeda. Venimmo beccati e ci prendemmo un cazziatone in inglese, un po’ si capiva un po’ no, ma in ogni caso il turno era finito ed eravamo contenti.

Tornammo al capannone con il minibus e iniziammo a prepararci per tornare a casa. Clancy chiamò me e il ragazzo francese da una parte… il cowboy non l’ha proprio tirata giù, pensai.

Fatto sta che Clancy ci licenziò in tronco. Rimasi interdetto per qualche instante prima di riprendermi a causa del rumore della bottiglia d’acqua che colpì la macchina del capo. Il francese non ci pensò due volte, giustamente. Io mi limitai a ripetere a volume sostenuto una serie di “Why?”, intercambiando varie espressioni di stupore.

Non ero arrabbiato, io non m’incazzo mai. E poi come ho già detto, quando mi licenziano sono contento.

Il francese aveva invece tutte le ragioni del mondo per essere arrabbiato, doveva ancora finire i giorni di lavoro in fattoria e sicuramente non aveva voglia di trovare un altro lavoro. Clancy si era comportato da figlio di puttana e io decisi di intervenire.

Mentre sul fronte francese, con l’aiuto degli altri tifosi dell’Olympique Marsiglia provavano a risolvere la questione a modo loro, io raggiunsi John Wayne nel suo ufficio.

Ebbi circa quindici secondi per prepararmi il discorso prima di raggiungere il capo nella sua base. Avrei dovuto dire qualcosa sull’onestà, sul fatto che non si può licenziare così dal niente, per aver parlato col compagno dopo otto ore di duro lavoro e che ero stato io il primo a parlare e che quindi al massimo avrebbe dovuto licenziare me.

Insomma stavo per fare ‘sto discorso in inglese e dopo aver pronunciato le prime parole mi fermò. Mi disse che se preferivo avrei potuto parlargli in italiano, che lo capiva benissimo.

Pensai allora alla grande migrazione delle famiglie italiane in Australia nel dopo guerra, pensai ai “buongiorno un cazzo” e pensai anche al fatto che avrebbe potuto sentire il mio discorso sugli australiani che non avevano coraggio di ammazzarsi.

Dunque me ne andai, ma non con la coda tra le gambe. Alla fine ero contento che avesse sentito tutto. La figuraccia era stata per me lieve e simpatica e lo stronzo rimaneva comunque lui, a me non fregava niente. Dissi a tutti che mi ero fatto valere ma che lui era troppo un pezzo di merda per capire che aveva sbagliato, poi andai da Nicolò e gli dissi che era meglio smetterla con i “buongiorno un cazzo”.

Ripensai alla beatitudine sul volto Clancy che ancora non capivo. Non sapevo se avrei voluto sentirmi come lui ma preferivo sicuramente stare con i francesi e con un po’ di bruciore al culo.

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Discussioni

  1. Una bella narrazione, tra fatti e pensieri, una fotografia di campi da lavoro, persone di differenti luoghi concentrate nella stessa fatica fisica e mentale in una condizione ai limiti della legalità. Mantiene sempre l’attaccamento al luogo di appartenenza il protagonista, luogo da dove proviene, e quel senso di scanzonata libertà che porta alla conclusione. Un bella rappresentazione di uno spaccato umano, in tutti i sensi. Piaciuto.

  2. Ho vissuto anche io un’esperienza simile in Australia (io prendevo le ciliegie a Orange, nel New South Wales) per questo ho provato molta empatia, specie per quanto riguarda i Francesi e la figura del Contractor, che hai descritto con un approccio narrativo molto scorrevole. E’ uno spaccato di vita reale, una buona pagina di letteratura che in più di un’occasione strappa un sorriso a bocca chiusa. Grazie.

  3. Anche io, come Micol, ho avuto la sensazione che questo racconto parli di vita vissuta. Magari un racconto di episodi reali, magari sei partito da qualcosa di autobiografico e poi c’hai aggiunto qualcosa. O magari è tutta fantasia, chissà 🙂 Comunque è un racconto molto piacevole da leggere, scorrevole. Ed anche per me il tono scanzonato è azzeccatissimo. Alla prossima!

  4. Ciao Giacomo, non so perchè ma ho la sensazione che questo racconto sia autobiografico. Mi piace l’uso che hai fatto dell’ironia, sottile e mai troppo sfacciata, e come hai caratterizzato i personaggi. Amo i racconti di viaggio perchè mi regalano un momento fuori dal mio paesello (provo sana invidia per chi ha scelto di vivere on the road). Sulla questione esistenziale, la beatitudine del Budda, non metto lingua: immagino che ognuno raggiunga la sua in modo diverso.