
I Dolci dei Morti
Serie: Le notti di Ottobre
- Episodio 1: La capra ferrata
- Episodio 2: I Dolci dei Morti
- Episodio 3: Pelle di Lupo
- Episodio 4: La Pantafeche
- Episodio 5: Il male ritorna – 1
- Episodio 6: Il male ritorna – 2
- Episodio 7: Il Ponte del Diavolo
- Episodio 8: La casa rossa – 1
- Episodio 9: La casa rossa – 2
STAGIONE 1
Da bambino, i miei nonni erano soliti raccontarmi la storia dei morti e dell’arabo che li “offrì” in dono non trovando altro da “regalare” ad alcuni ospiti inattesi. Le origini arabe della mia terra non sono di certo un mistero. Ma per me fu un mistero svelato scoprire che tante feste che avevano accompagnato la mia infanzia appartenevano a un mondo lontano, una “terra d’oriente” ricca di cavalieri dall’armatura di bronzo e spade di ferro dalla lama arrotondata. E continuo a pensarlo tutte le volte che osservo la statuina di zucchero raffigurante un saraceno che conservo sulla mensola di una vecchia credenza. I colori utilizzati riproducono il brunito dell’armatura e l’arancione dei pennacchi piumati che ricoprono il suo elmo. Adesso sto appoggiando il “pupo”, come noi lo chiamiamo nel nostro dialetto, sul tavolo e penso alla storia da raccontarvi: la mia storia… Ero un bambino, impaziente di ricevere i doni. La notte che precedeva il 2 novembre, la festa dei morti, si traduceva in una vigile attesa di ciò che avrei trovato la mattina dopo. Di solito si trattava di dolci tipici della mia terra, come i frutti di martorana: zuccherosi, colorati e dalle forme che richiamavano quelle dei frutti che riempivano le nostre terre. Poi, immancabili, diversi piccoli giocatoli: macchinine, trottole e soldatini di legno. Erano altri tempi, tempi in cui i bambini sapevano ancora giocare. Ma l’impazienza che la notte di quel lontano anno mi colse, mi portò ad alzarmi dal letto prima che la mattina giungesse. E con quell’impazienza decisi di spingermi oltre la porta della mia stanza e sbirciare in cucina alla ricerca di possibili doni. Tutti dormivano e il silenzio nel quale la casa dei miei nonni era sprofondata mi incoraggiò a proseguire la mia ricerca. La cucina distava solamente un paio di metri, ma quando fui dietro la porta sentii dei passi. Pensai che mio nonno fosse già in piedi e mi fermai. La porta era socchiusa, mi avvicinai e sbirciai sporgendomi con la sola metà destra del viso. Ciò che vidi mi lasciò confuso. La tavola era apparecchiata, piena di ogni ben di Dio, dolci di ogni tipo, riuscivo a sentire l’odore delizioso delle frittelle di pane cosparse di zucchero a velo. Ma i miei occhi vennero catturati dalle ciambelle ricoperte di glassa al limone e al cioccolato. Solo dopo mi accorsi che attorno alla tavola erano sedute diverse persone, anziani che non avevo mai veduto. Uno di loro sembrò essersi accorto di me e sorridendo mi fece segno con la mano di avvicinarmi. Io non me lo feci ripetere due volte. Avevo fame e volevo ricevere i miei doni. A otto anni, badavo poco alle persone, mi interessavano più i balocchi. Mi fecero sedere in mezzo a due di loro e io, istintivamente, iniziai a osservare le loro facce, quei volti sorridenti e spigliati. Gli abiti di velluto, le camicie nascoste da giacche con il doppio petto degli uomini e i vestiti ampi e colorati delle donne catturarono la mia attenzione. Mangiavano tutti. Mentre li osservavo allungai la mano per afferrare una ciambella al cioccolato, ma la mano di un uomo dalla pelle bruna mi fermò. Indossava un lunga tunica di seta, attraversata dalle sfumature del giallo e dell’arancione, e un piccolo copricapo cilindrico copriva la sua lunga capigliatura corvina mentre il lungo pizzo, che nascondeva il mento, scendeva dritto fino a toccargli il petto. Agli occhi del me bambino, era buffo e affascinante allo stesso tempo. «Se la mangi, poi sarò io a dover mangiare te», disse con una tranquillità che mi spaventò. Rimasi a osservare quel viso appuntito e quegli occhi stretti, le cui fessure scure mi fissavano immobili, fin quando non sentii una risata. Un vecchio uomo, probabilmente uno dei più anziani, a giudicarne l’aspetto, si alzò lasciando il posto di capo-tavola e si avvicinò a noi. «Non spaventare questo povero picciriddu, lui non conosce queste cose.» L’uomo sorrise e chinando il capo lasciò la mia mano. «Totò», mi chiamò l’uomo anziano, dimostrando di conoscere il mio nome e il diminutivo con cui erano soliti chiamarmi un po’ tutti in casa. «Questa tavola non è per i bambini, è per noi. Ma ti prometto che tra sette ore, quando ti sveglierai, troverai una tavola piena di dolci che abbiamo portato per te, per i tuoi fratellini e per i tuoi cuginetti.» Io annuì e, senza dire altro, mi alzai dalla sedia e corsi nella mia stanza. La mattina dopo mi svegliai, ma rimasi nel letto finché mia madre non mi chiamò. Allora, rincuorato da una presenza forte e sicura come la sua, mi alzai e la seguii fino in cucina. Lì trovai una tavola apparecchiata e piena di dolci, diversi da quelli che avevo visto, ma decisamente invitanti. Mio nonno mi fece segno di sedermi accanto a lui. Mi porse un pupo di zucchero e sorridendomi con una strana espressione mi disse una frase che mai dimenticherò. «Totò, questo pupo te lo manda il tuo prozio Vittorio. Ieri è venuto a trovarmi in sogno e mi ha detto che sei davvero un bravo bambino, non hai fatto una piega nemmeno quando l’”arabo” ha minacciato di mangiarti. Sai… una strana leggenda racconta che il pasto della mezzanotte che precede il 2 novembre spetti ai soli morti e che se un vivo assaggi anche solo una piccola ciambella, poi debba seguirli nell’aldilà. Per questa ragione l’arabo evita che i vivi mangino alla sua tavola e in cambio offre questi pupi di zucchero. Ogni pupo rappresenta lo spirito di un defunto.» Da allora tengo questo pupo appoggiato sopra la credenza di quella casa che oggi è mia. E mentre scrivo questo racconto continuo a fissarlo tra l’incerto e l’incredulo rifiutandomi di mangiare l’”arabo” per paura che si arrabbi di nuovo con me.
Serie: Le notti di Ottobre
- Episodio 1: La capra ferrata
- Episodio 2: I Dolci dei Morti
- Episodio 3: Pelle di Lupo
- Episodio 4: La Pantafeche
- Episodio 5: Il male ritorna – 1
- Episodio 6: Il male ritorna – 2
- Episodio 7: Il Ponte del Diavolo
- Episodio 8: La casa rossa – 1
- Episodio 9: La casa rossa – 2
Tra le rigge di questo racconto ho sentito il calore trasmesso da una famiglia; sei riuscito a trasmettere, frase per frase la genuinitá delle tradizioni. Complimenti mi è piaciuto molto! 👏🏻👏🏻👏🏻
Ho apprezzato lo stile e le descrizioni, molto efficaci secondo me, di quelle che ti permettono di immaginare nitidamente i personaggi!
@LaMascheraRossa
Lo stile asciutto e scorrevole è il punto forte di questo piacevole lavoro.
Credo che ogni siciliano abbia tra i suoi ricordi di bambino il giorno dei morti: ti alzavi eccitato per vedere cosa ti avevano portato i defunti. Era come Natale, ma più speciale.
È dunque con gli occhi di un bambino che hai creato questa storia di fantasmi: senza notti buie e tempestose, senza lupi che ululano. Arrivano i fantasmi e il bimbo si siede in mezzo a loro.
Hai usato uno stile semplice, come se stessi raccontando la storia ad un gruppo di amici attorno ad una tavola imbandita. Nessun condimento letterario, nessuna pausa ad effetto, o immagine terrorifica. Non ne avevi bisogno, perché è la storia stessa, vissuta e raccontata da un bambino e ricordata dallo stesso bambino diventato adulto, ad essere spaventosa ed accattivante allo stesso tempo.
Complimenti, Maschera Rossa. Bel colpo, cumpà.
… ma quello in fondo a destra nella tavolata è il ministro Giuli? Mi pare lui…
https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Giuli#/media/File:Alessandro_Giuli_2023_(cropped).jpg
Ideogram non lo nega, chissà… Di sicuro l’immagine sfocata è d’aiuto all’immaginazione
Di sicuro, concordo.
Credo che se a quella tavola si fosse seduto un politico non ci sarebbero stati dolci per nessuno: né per i vivi né per i morti… Per me la politica è la cosa più creepy che esista!
Ah no ti sbagli. Panem et circenses… continuano ad applicare sempre la stessa regola. Io di do da mangiare, e tu mangi le tue briciole e stai zitto mentre io mi sbrano il mondo.
Le briciole…appunto!
Preferisco scrivere senza ricorrere a stilismi o costruzioni grammaticali complesse. Questo mi permette di concentrarmi sul contenuto e spero aiuti chi legge a non perdersi tra i girigori stilistici. Grazie per aver trovato il tempo di leggere e per il tuo sempre gradito commento!
Un racconto che fa entrare in punta di piedi nella leggenda facendola vivere di persona.
Grazie per questo commento. Apprezzo molto questa tua delicata osservazione. In effetti certi racconti vanno più sussurrati che enfatizzati. Soprattutto quando i protagonisti sono dei bambini.
Pauroso e coinvolgente. L’ambientazione in terra siciliana lo impreziosisce ancora di più.
Bravo Maschera @LaMascheraRossa !
Grazie, sono contento che ti sia piaciuto. Non sono un grande narratore di leggende perché preferisco improvvisare, però la fortuna di essere siciliano mi aiuta a trovare spunti interessanti. La nostra è una terra molto particolare, un crocevia di popoli e tradizioni. Questa è una leggenda indigena, legata a uno dei dolci delle festività dei morti più popolari.
Aiuto!
Non prendere dolci da una tavola imbandita per altri e non correrai nessun rischio!