I fili del tempo
“Ha capito che cosa le ho detto?” l’uomo si passò le dita sui lunghi baffi grigi che incorniciavano gli zigomi appuntiti.
“Sì, ho capito: Cronite acuta, inoperabile” la voce robotica di chi ha appena scoperto che la sua vita non sarà più la stessa.
“Abbiamo bisogno di più accertamenti perché possono esserci diverse varianti di questo morbo. Le farò prenotare tre esami per la prossima settimana. La avviso che potrebbe avere allucinazioni dovute alla probabile malattia. Inizieremo da uno al cervello, per poi proseguire con il resto. Firmi qui signor Alfieri” tirò fuori dal cassetto un olotablet, il paziente scarabocchiò due lettere col dito e scattò in piedi come un pupazzo a molla.
“La passeremo a prendere noi stessi: ci teniamo ai nostri assistiti. A presto.” Il dottore pigiò un bottone sotto la scrivania e la porta si aprì di scatto.
Il tragitto dall’ospedale al parcheggio fu uno dei più lunghi della vita di quell’uomo di mezza età. Le budella si erano attorcigliate in un groviglio dal quale era molto difficile riuscire a capire qualcosa. Intanto, nel parcheggio di quel luogo foriero di cattive notizie, un ambulante se ne stava con il suo camion pronto a venderti i panini più luridi del mondo.
L’uomo si strinse nelle spalle e si avvicinò, la fila era di cinque o sei persone: non aveva alcuna voglia di mettersi a contarle con quel caldo. Gli rimasero impressi un paio di idioti vestiti di nero con gli occhiali da soli, ma chi diavolo poteva girare vestito da becchino in un periodo così caldo?
“Che desideri, dottore?”
“Ti ringrazio ma faccio un altro mestiere. Un panino con la porchetta andrà benissimo” disse senza prestare troppa attenzione ai gesti rapidi dell’altro.
Pagò e si diresse in auto: preferiva mangiare da solo senza troppe cerimonie. Era un tipo abbastanza solitario, non faticava ad ammetterlo, figurarsi poi in un giorno come quello. In auto lo accolse la foto di sua moglie, ormai lontana nel tempo, sbiadita come un ricordo troppo vecchio per continuare ad esistere nella testa. Un frammento ormai troppo sfilacciato per essere annodato. A volte pensava che sarebbe stato meglio morire a sua volta, nonostante tutto continuava ad aprire gli occhi tutte le mattine.
Il panino era appena mangiabile, come sempre quelli che sfruttavano una posizione che garantiva una rendita sicura si facevano cogliere dall’avidità e puntavano solo a massimizzare i guadagni a discapito della qualità finale. Il cliente era obbligato a venire lì perché era il modo migliore per non mangiare a mensa e tanto gli bastava. Fu poco prima dell’ultimo morso che la mente si annebbiò di colpo.
I vetri dell’auto erano oscurati, nessuno poteva scorgere il minimo dettaglio da fuori. Massimo se ne era reso conto perché per anni aveva guidato macchine di politici e personaggi famosi. Accanto a lui era seduto un uomo, giacca e cravatta nera, capelli tagliati corti e occhiali da sole scuri.
“Dove mi state portando?”
“Lo scoprirà tra poco, signor Alfieri. Ma non si preoccupi, lei è al sicuro con noi. Noi sappiamo come occuparci della situazione.”
“Che diavolo sta dicendo, io non ho bisogno di nessuna balia.”
“Vedrà che tutto sarà più chiaro: ci faccia svolgere il nostro lavoro.”
L’autista lanciava occhiate dallo specchietto retrovisore posto al centro del cruscotto, il colore grigio dell’iride metteva uno strano senso d’inquietudine addosso. Nonostante tutto, nonostante la consapevolezza che lo stessero conducendo chissà dove, non riusciva a muoversi, le mani erano come intorpidite e i piedi bloccati.
La testa appoggiata al sedile dell’auto, sensazione di aver appena smaltito qualche litro di whisky, testa leggera, forse fin troppo leggera. Gli occhi si abituarono in fretta alla luce, osservò d’istinto l’orologio che indossava: aveva perso circa mezz’ora. La Cronite portava a problemi del genere molto in fretta e lui sembrava peggiorare di giorno in giorno. Il cellulare iniziò a squillare nella tasca, lo afferrò con un gesto lento e insicuro: Marisa.
“Pronto?” disse con il diaframma contratto come un attore di teatro.
“Papà, ma dove eri finito? Ti ho chiamato tre volte e non mi hai mai risposto” la voce era incrinata dal dubbio, ad un passo da una crisi di nervi.
“Scusami, stavo mangiando un panino e non ho fatto caso al cellulare, l’avevo dimenticato in macchina.”
“Lasciamo perdere che la psicologa mi ha consigliato di non perdere la pazienza. Piuttosto, cosa ti ha detto il medico?”
“La prossima settimana devo fare altri accertamenti, ora come ora brancolano nel buio e non sanno proprio cosa sia.”
“Incredibile: la sanità va sempre peggio. Anche con mamma non ci hanno capito niente fino alla fine” la frase avrebbe dovuto contenere altre parole, Massimo ne era certo.
“Tesoro mio, non ti devi preoccupare io ce la farò, qualsiasi cosa sia la affronteremo come abbiamo sempre fatto.”
“Va bene. Fammi sapere mi raccomando. Adesso devo andare a prendere Leonardo all’asilo.”
“Un bacio.”
I giorni trascorsero senza sussulti, come un treno che viaggia calmo verso la prossima stazione. La musica era l’unica cosa che lo aiutava a far volare la mente verso altri lidi. Gli attacchi si erano fatti più frequenti, anche la notte, ormai ci aveva fatto il callo. Fu proprio la sera precedente al giorno degli esami che le sue budella non volevano proprio saperne di stare al proprio posto. Lo stomaco pareva in preda a spasmi incontrollabili che rendevano difficile anche starsene sdraiati sul letto.
Si trascinò al lavandino della cucina in cerca di acqua e di qualche pasticca da prendere, ingurgitò un paio di pezzi bianchi e un sorso d’acqua abbondante. La stanza prese a girare come una trottola, la visione periferica fu la prima ad annebbiarsi rendendo impossibile orientarsi, poco dopo le sue mani si trovarono aggrappate al lavandino nel tentativo, vano, di non cadere.
Riaprì gli occhi che si trovava già in auto, alla sua sinistra l’uomo vestito di nero e al volante l’autista dagli occhi di ghiaccio.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi
I fili del tempo che si perdono e si riacchiappato. Azzeccato il titolo, coerente il racconto. Interessante come sempre lo stile.
Grazie mille.
Il titolo di questo breve brano ha catturato la mia attenzione ed è il primo merito che attribuisco all’autore.
Il secondo, ben più importante, è quello di avervi mantenuto fede.
Un morbo così simile a certe patologie, purtroppo oggi ricorrenti, cancella dalla lavagna il passato, insostituibile base di un presente che si sfilaccia e perde aderenza.
Piaciuto.
Grazie per l’attenzione!
Tre sole parole: colpito e affondato!
Grazie per aver letto!