I meccanismi del cuore

“Spaventerai sempre tutti

con la tua voglia di vivere.”

(Vasco Brondi)

Quando finalmente si decide a tornare, è ridotta uno straccio. Le braccia livide, gli occhi scavati, le guance rigate in fiamme. Come non avesse pianto lacrime, ma alcool allo stato puro.

«Irene.» 

La chiamo, finge di non vedermi. 

«Sono qui.» 

Insisto. Ma nulla. Provo a fermarla, non mi riesce. Mi passa attraverso come si fa coi fantasmi. È soltanto furia cieca, ora, rabbia. Nient’altro. Gira in tondo, sbuffa dal naso, ricorda i tori braccati dentro le arene. Si è torturata i capelli fino a strapparli, si è spaccata le nocche contro i muri per non sentire il dolore. Ha ululato le sue ragioni dritte in faccia alla luna, come fanno i lupi, fino graffiarsi la voce, fino a non sentire più niente. Non è servito. Non ne ha ancora abbastanza. Ora sbatte la porta, punta dritta verso la cucina. Apre il frigo, ci si butta alla cieca, ingoia quello che trova senza preoccuparsi delle date di scadenza o di togliere le pellicole. Quando ha finito corre in bagno, caccia le dita in gola, aggrappata alla tazza come i naufraghi alla scialuppa, vomita. La schiena curva, l’addome contratto. Le costole bianche che ad una ad una gliele puoi contare.

Aspetto finisca, mi avvicino.

«Quand’è che imparerai a soffrire come le persone normali?»

Le passo un asciugamano pulito, mi scansa. Rifiuta la mano tesa, si solleva di scatto, da sola, preda di una ripicca idiota che s’è inventata da sé.

«Perché non scappi anche tu?» Ringhia.

Quando fa così, non la sopporto.

«A te non faccio paura?» Alza il dito medio, in una sfida disperata, e un poco ridicola. Cerca lo scontro, ma è soltanto una bambina spaventata. E nemmeno lo sa.

«In effetti.» Non abbocco. «Proprio bella, in questo momento, non sei.»

Le scappa l’ombra di un sorriso, subito se lo rimangia. Vincono il rimorso, la paura, l’orgoglio ferito. Vince di nuovo la rabbia.

«Sempre così, cazzo.» Pesta i piedi, sbatte la porta. «Sempre così.» Fa il gesto di voler prendere a testate il muro, si ferma in tempo.

«Irene basta.»

Poggia la fronte sulla ceramica fredda, si volta di schiena. Mi guarda. Si lascia scivolare a terra, finalmente, e dio solo lo sa – anzi, nemmeno lui – la fatica che questa resa le costa.

«Cos’ ho che non va.»

Si fa scappare da piangere.

«Non ci provare.»

Le siedo accanto. Mi guarda strano.

«A fare la matta, e poi piangerti addosso» le dico. «Non ci provare.»

Ho azzardato, lo so, e per un attimo temo di perderla, che mi impazzisca sotto gli occhi di nuovo. Invece:

«Grazie.»

Ride, di un sorriso malfermo, ma sincero, come un nodo impossibile che finalmente si scioglie.

Appoggia la testa sopra la mia pancia, si fa piccola, a nido, come fanno i bambini. E vorrei riprendermela, seduta stante, così com’è ora, ma è ancora presto, e lei non è ancora pronta. Lascio che si calmi del tutto, che mi respiri addosso senza fare nulla.

«Sai una cosa?»

Si volta, mi guarda.

«Cosa?»

«Voglio il mio papà.»

Lo dice senza l’ombra di un broncio, come un capriccio buono, come ti vien la voglia di dire mare, gelato, o semplicemente di una camminata al sole.

«Non ce l’hai.»

«Allora voglio—»

«Addirittura?»

«Addirittura.»

Le prendo la mano. Ha delle piccole cicatrici circolari sull’avambraccio sinistro. Sono bruciature vecchie, di sigarette spente, ma viste così, con la quiete, e da lontano, ricordano le stelle disegnate.

«Dove lo hai cercato, stavolta?»

Fa spallucce. 

«Come dire che non lo sai.»

Allunga i piedi, disegna cerchi invisibili sopra le piastrelle. Passa le dita seguendo le cicatrici come si tracciano i destini, i disegni mistici delle costellazioni.

«Sai, pensavo che―»

«Lo so.»

«Perché aveva detto, davvero―»

«Lo so.»

«Che scema.» Ride. «Mi ero davvero illusa  che―»

«So anche quello.»

Li avete mai visti i bambini, quando rincorrono gli aquiloni convinti di poterli acciuffare, e scordandosi i piedi per terra ci lasciano i denti contro la pietra del marciapiede? O certi gatti, anche. Li avete presente certi gatti, quando dal niente saltano su, perchè gli prende la fame, e si catapultano ad ammazzarsi per cinque minuti di calore? 

Capita spesso, la notte, di sentirne i versi, le lotte disumane. Non li riconosci, non lo diresti, tu pensi alle coccole, alle fusa, e non sono gli stessi, ti paiono mostri. Eppure quello, per loro, è soltanto un altro modo di cercare l’amore.

«A volte fa male, che sembra di impazzire.»

Irene adesso mi prende la mano, se la posa sul petto, sopra lo spazio vuoto dove dovrebbe esserci il cuore.

«Sembra?»

«Hai ragione, scusa. Togli il sembra.»

Ride, ma di quel riso di chi ha imparato che ridere di sé è il primo passo, a volte l’unico, per trascinarsi in salvo. E mi scappa un sorriso. Per quanto era spaventosa, e rotta, soltanto mezz’ora fa. Per quanto è ancora fragile, ma altrettanto meravigliosa, in questo momento. Così, capisco che è l’ora. È la mia Irene. E finalmente è tornata.

«Dea?»

Mi allunga la mano, la aiuto a rialzarsi.

«Dimmi.»

«Secondo te esiste un modo esatto di soffrire?»

«Quello dove non si fa male nessuno, credo.»

Mi guarda come se avessi sparato una stronzata, ma ha capito esattamente cosa intendo.

«E un modo esatto» esita. «Un modo esatto, indolore, per guarire?»

«Non lo so.» E mi scappa un altro sorriso. «Non credo. Ma esiste quello che sappiamo fare.»

Le mostro i suoi colori, i miei quaderni. Le mie penne, i suoi carboncini. Le sue tele.

«Dea?»

«Irene.»

«Torniamo a casa?»

«Torniamo a casa.»

Siamo in piedi, ora, una in fronte all’altra. Si avvicina, poggia la fronte, le labbra a sfiorare la mie. Le punte dei nasi si toccano, i piedi si incrociano, il respiro torna a essere uno. Il mio cuore batte per tutte e due. Le prendo la schiena, la volto piano, la aiuto a fare l’ultimo passo. Come si torna ad indossare il proprio abito, o si riprende il proprio posto lasciato vuoto, Irene si volta sul fianco, mi si fa vicina, poi addosso, poi dentro. Si sistema nel lato destro, e finalmente, torniamo ad essere una.

«Che vogliamo fare?»

Me lo dico da sola, stavolta, dentro lo specchio.

«Decidi tu.»

Prendo un foglio, una matita e una penna. Con la mano sinistra disegno, con la destra comincio a scrivere. 

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Discussioni

  1. Dea, tu accogli la sofferenza di Irene e la converti in amore. Il làscito del dolore ricevuto è un segno indelebile, rende il passato eterno presente, inutile e anzi talvolta distruttivo provare a cancellarlo. La tua arte, Dea, ne trae invece un patrimonio ricchissimo di forza espressiva e rigenerativa, come il Kintsugi nella tradizione giapponese.
    Ricordo un poeta per il quale “Curarsi, riacquistare salute, consiste nel soffiare nel corpo una parola mancante o persa”. Tu lo fai meravigliosamente per Irene, ma il coinvolgimento e la partecipazione che suscita la tua narrazione sono cura per chiunque la legga.
    Grazie di cuore.

    1. “Curarsi, riacquistare salute, consiste nel soffiare nel corpo una parola mancante o persa”.
      Stupende queste parole.
      Il tuo sguardo attento ha colto il senso di questo racconto. A volte sono gli altri a indicarci la strada, come specchi che ci rimandano alle nostre paure per saperle affrontare. A volte siamo noi stessi la nostra migliore cura. Ma non siamo mai in nessun caso soli.
      Grazie Luigi, di tutto.

  2. Quante cose si sentono in questo racconto. Sono tutte lì, riga dopo riga: una combinazione fortissima di emozioni e sentimenti. Questo tuo saper scrivere senza sconti è davvero coraggioso. Tutto arriva e ti resta addosso. Dentro. Mi ha toccato profondamente.

    1. Ciao Mattia, grazie per essere passato di qui. Grazie anche per aver definito il mio scrivere “coraggioso”, perché non è per nulla impresa facile, ma il fatto che venga apprezzato ciò che faccio mi ripaga!

  3. Ciao Dea, bellissimo racconto pregno di dolore e amore, un dualismo cruento, dove nasce e infuria la stanchezza, un dimenarsi dentro se stessi in piena lotta di sopravvivenza. Davvero descritto bene e molto intimo. Complimenti.

    1. Ciao Nino, sono contenta che ti sia piaciuto. Era un pezzo molto intimo, ho faticato a renderlo pubblico, e sapere che fa il suo effetto mi ripaga. Grazie di cuore per essere passato di qui.

  4. Meno male che mi sono preso il tempo di leggere questo racconto, con la dovuta calma e stato d’animo. Accidenti quanto mi è piaciuto leggerti! Uno scritto davvero potentissimo, nel quale hai unito il tuo stile evocativo e personale a un’emozione dirompente e molto intima. Trovo la descrizione assolutamente straordinaria, e trovo bellissima la sensazione che descrivi, di separarsi dal sé che soffre tanto, troppo, al punto da non riuscire a salvarsi, e osservando quel sé, aiutarlo a recuperare l’equilibrio. Molto spesso vorrei saperlo fare anche io, e invece no.

    1. Sapere che il prezioso tempo che hai dedicato al mio scritto non è andato sperato è un regalo davvero grande per me.
      Dici: molto spesso vorrei saperlo fare anche io..beh, ti assicuro, è molto più facile a scriversi che a farsi 😅…forse proprio per quello l’ho scritto. Tipo promemoria per la prossima volta!
      Scherzi a parte, grazie di cuore ❤️

  5. Quello che avrei voluto scriverti sul coraggio te lo ha già scritto Mary, quindi lo sottoscrivo aggiungendoci una nota di meraviglia, perché io non ci riuscirei mai. L’inizio è dirompente, sia la rabbia che le sue conseguenze fisiche sono descritte magistralmente. Quelle due domande sono coinvolgenti, credo per tutti: il modo giusto di soffrire e la maniera indolore di guarire… a saperlo! Poi c’è quel passaggio sul bambino e l’aquilone che mi è piaciuto davvero tanto. La medaglia d’oro pero’ la do a quel meraviglioso “Voglio il mio papà”. Proprio perché io non ci riuscirei mai mi chiedo se il racconto non avrebbe sortito un impatto ancor più potente se tu non ti fossi esposta in prima persona.

    1. Rimango sempre meravigliosamente colpita dalla capacità che hai di arrivare dritto al centro, scovare esattamente il “nocciolo” della questione.
      La frase sul papà mi è costata il lavoro di una vita, come ho detto a Mary, ma la libertà che ne deriva ne è valsa la pena.
      Aggiungo che, in un primo momento, avevo pensato alla narrazione esterna, in terza persona. Temevo però di non rendere bene il dialogo tra le due “me”. Ma forse si, sarebbe stato ancora più d’effetto.
      Grazie di cuore Francesco ❤️

  6. Cara Dea! ❤️‍🔥
    Quanto coraggio dev’essere servito per mettersi a nudo e scrivere una meraviglia del genere!
    Quanto lavoro interiore (consapevole e inconsapevole) per riflettere due immagini di sè, scavando nei meandri del cuore.
    Quanto ti è costato tutto ciò?
    Alla fine, forse, il gioco è valso la candela: un artista non deve vivere solo di dolore, ma quando si incanala quel dolore in qualcosa di costruttivo, allora, si guarisce.
    Tra tutti i tuoi scritti, questo è ufficialmente il mio preferito! ❤️‍🔥

    1. Quanto mi è costato tutto ciò? Il lavoro di una vita intera, consapevole e non, come dici tu. Eppure esserci arrivata, averlo fissato, è stato come levarsi un peso, e la sensazione che si prova è molto simile a una libertà senza confini. Non credevo di poterlo dire, ma mostrarsi fragili, alla fine, diventa la nostra forza, l’arma più potente che abbiamo.
      E si, il gioco è valso e vale la candela ❤️‍🔥
      Grazie di cuore per esserci sempre ❤️❤️❤️

  7. “Capita spesso, la notte, di sentirne i versi, le lotte disumane. Non li riconosci, non lo diresti, tu pensi alle coccole, alle fusa, e non sono gli stessi, ti paiono mostri.”
    Non me ne parlare… la camera da letto ha la portafinestra che dà sul giardino, in primavera si azzuffano esattamente lì davanti!! Di notte!! Sembra che lo sappiano e lo facciano apposta!! Gli spaventi che prendo, lo so solo io.. 😒

  8. “Ride, ma di quel riso di chi ha imparato che ridere di sé è il primo passo, a volte l’unico, per trascinarsi in salvo.”
    Ridere e scrivere, come fa Irene prendendo carta e penna, per esprimere ciò che sente, aiuta a metterci in salvo e può diventare un salvagente lanciato in acqua anche per qualcun altro che annaspa.

    1. Esatto Luisa, proprio così. Scrittura e autoironia sono armi potentissime, e per fortuna le possiamo usare. Grazie di cuore per la tua lettura ❤️

    1. Grazie a te Melania per essere sempre presente. Diciamo che all’origine, più che una causa specifica, certe volte, c è proprio una gestione del dolore abbastanza “disastrosa”, e saper fare arte, e poterlo condividere, in questo senso, è di aiuto. Grazie davvero❤️

  9. Un deserto di furioso furore….la lotta contro le montagne di sofferenza che si sono sollevate facendo vibrare sonorità impossibili…..una svolta tortuosa della vita…..che ti fa scivolare nel fuoco che ti porti dentro….
    Il fiato sospeso sulla fame d’amore…..
    Straordinaria Dea.

    1. Hai sempre parole meravigliose Migeè e riesci a commuovermi, a farmi sentire davvero come avessi “fatto centro”. Un grazie sincero e un forte abbraccio.

  10. Grazie Dea, leggere il dolore a volte è banale: ci sfugge via come fosse acqua sulle mani da quanto ne siamo assuefatti. Tu prendi i miei occhi e la mia mente e li porti li, a respirare quell’angoscia a cercare di fuggire da quei momenti penosi nei quali riconoscersi e ritrovarsi diventa faticoso. Grazie Dea, grazie Cristiana, grazie Francesca, grazie Emiliano e grazie a tutti coloro che passeranno a commentare e ad arricchire questa grande anima collettiva.

    1. Grazie di cuore Giuseppe, davvero. Sai, dopo averlo scritto non ero certa di pubblicarlo, sono stata indecisa fino all’ultimo. Poi mi sono detta, se c’è un posto dove queste parole possono essere comprese, è proprio qui. E avevo ragione. Grazie davvero. ❤️

  11. Grazie a Cristiana, allora, che ha contribuito a questo tesoro. Grazie a te che hai avuto il coraggio di scriverti apertamente, grazie a voi Irene e Dea che avete l’ immensa capacità di dimenticarvi e poi ritrovarvi. E noi abbiamo due di te. Credo non sia facile lavorare con la propria gemella. Buon proseguimento.

    1. Grazie a te Francesca, per essere sempre così attenta e sensibile. Il rapporto con sé stessi, come tutti o rapporti, non sempre è facile, anzi. Ma quando ci si ritrova è meraviglioso.

  12. Il tuo racconto mi ha dato una sensazione familiare con cui mi sveglio di tanto in tanto: come se avessi fatto un brutto sogno… non un incubo che ti fa svegliare di soprassalto con il cuore impazzito! Ma uno di quei sogni inquietanti, dove tutto può trasformarsi in una deformità terribile o scorrere via come metallo liquido, pieno di riflessi e di colori cangianti. Tu mi hai raccontato qualcosa di simile alle bolle di sapone che mi compravano da piccolo. Ma, in questo caso, la piccola sfera saponata non parte piena di iridescenze brillanti e luminose che piano piano diventano scure per poi esplodere… La sfera da te descritta è già quasi nera, sull’orlo dell’apocalisse della “sottigliezza”, ma continuando a leggere, riprende colore, anzi… riprende i colori! Ma è pur sempre uno strato di sapone molto sottile con il rosso ed il giallo predominanti. Ma il rischio che tornino i colori scuri è sempre lì e non va via! Ah! Stavo per dimenticare di dirti che il racconto è davvero intenso e carico di emozioni sincere. ♥ Lo adoro. ♥

    1. Hai colto esattamente quello che cercavo di dire. La sensazione di essere “fuori di se” ricorda i brutti sogni di cui parli. Per fortuna poi si torna 😊
      E per fortuna esiste la teoria dei colori, che non è sempre soltanto nero pesto, e anche quando torna ad esserlo, un pizzico di colore rimane sempre!
      Grazie Emi, davvero. Mi scaldano il cuore le tue parole ❤️

      1. L’ho scritto perché conosco benissimo la sensazione! E tu l’hai descritta talmente bene che mi sono sentito coinvolto leggendoti… Poi mettici anche l’ora tarda che amplifica di molto le percezioni ed è molto facile che i miei deliri risultino a cavallo tra qualcosa di sensato ed uno di quei filmati inquietanti fatti con l’AI.