I miei compagni di sventura

Serie: Una strana città


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I miei compagni di sventura: io potevo vederli; loro no…

Una ragazza giovane, sui vent’anni anni, un viso ovale e circondato da un grazioso caschetto biondo tirava nervosamente l’estremità del suo giubbotto, magra, jeans blu, sembrava nervosa e impaziente. Osservava gli altri con delusione mista a speranza, ma non prendeva parte alla discussione. Sembrava avere paura di dire o fare qualcosa di sbagliato e aveva un modo di porsi impacciato e incerto, un po’ come me quando ero arrivato e non capivo nulla.

Le altre due donne presenti al tavolo, al contrario, stavano discutendo animatamente con uno dei tre uomini.

La donna con i capelli neri aveva circa quarant’anni, indossava una camicetta rossa e una giacca nera. Teneva un impermeabile nero appeso alla sedia e fissava con diffidenza l’uomo che adesso stava parlando:

«Ti dico che è passato un giorno».

L’uomo che aveva appena parlato, anche lui sulla quarantina, indossava un completo grigio con sotto una camicia bianca e una cravatta perfettamente annodata, i capelli erano neri e ben tagliati e portava un leggero strato di barba. Dai gesti, dalle movenze e dalla postura avrei giurato che si trattasse di uno sbirro anche se non il tipico poliziotto italiano, sembrava più uno di quei detective americani delle serie tv. Ne avevo visti parecchi di detective come lui: era calmo e sicuro di sé. Quasi abituato.

Anche io ero stato in grado di contare le ore basandomi su alcuni piccoli particolari legati alla luce del tramonto e ai giochi di luna che il cielo scuro proiettava sull’acciottolato della stradina che avevo percorso avanti e indietro non so quante volte. E come quell’uomo ero convinto che fosse passato soltanto un giorno.

«Non è possibile. abbiamo avuto tre tramonti e tre notti. Sono passati tre giorni.» 

A ribattere era stata la donna con i capelli neri.

«Rifletti, Sara. Abbiamo avuto un unico tramonto, ma la taverna ha spento e acceso le sue luci per ben tre volte. Un solo tramonto significa un solo giorno.»

«E come spieghi il cielo che prima era di colore arancione e poi è tornato scuro? Lo abbiamo visto tutti. Ed è accaduto per ben tre volte.»

«Non è il cielo a colorarsi di arancione. Non ve ne siete resi conto? Quella luce proviene da un faro» spiegò l’uomo.

«Un faro?»

A parlare questa volta era stata una donna con i capelli rossi, bellissima. Se avessi potuto, le avrei fatto il filo volentieri, doveva avere all’incirca la mia età. Ma lei purtroppo non poteva vedermi, la mia solita fortuna.

«Seguimi» disse l’uomo.

In realtà si alzarono tutti e lo seguirono fuori dalla locanda. Io li seguii a mia volta, ormai mi sentivo parte di quella strana comitiva. In fondo vivevamo la stessa confusione.

Quando fummo fuori, il detective, come ormai lo chiamavo, indicò un’altura visibile dalla locanda: una collina simile a una montagna circondata da alberi, e con un faro sulla sommità che la sovrastava. Era alto quasi una spanna sopra gli alberi che circondavano la collina, questo perché sorgeva sulla punta più alta. Vedevo distintamente quella sagoma di pietra alta e slanciata; la luce che emanava proiettava una linea arancione che si spostava lungo il cielo scuro. In quel momento lo illuminava come fosse un tramonto. E solo allora capii il trucco.

«Ma quel faro prima non c’era!» esclamò la donna con i capelli neri.

«Io lo vedo da quando siamo arrivati» ripose il poliziotto.

«Ed è proprio il faro, quando la sua luce compie un giro, a irradiare il cielo con quell’effetto arancione.»

La donna con i capelli neri era confusa e la sua insistenza era cessata. Ed io, come lei, non mi ero assolutamente accorto di quel faro.

«Meglio rientrare nella locanda» disse la ragazza con il caschetto biondo. E fu proprio lei la prima a rientrare. Io la seguii repentinamente zigzagando come un sorcio tra gli altri membri del gruppo.

Quando si sedettero i volti sembrarono ancora più perplessi.

«Cosa se ne fa una cittadina come questa, in piena zona collinare, di un faro?»

Adesso a parlare per la prima volta era stato un un uomo vestito di nero, camicia e pantalone color pece, che si era sistemato a cavalcioni su una sedia di un tavolo adiacente a quello del gruppetto e da lì li fissava pensieroso. Aveva un taglio degli occhi molto particolare, semi-asiatico, ma allo stesso tempo il suo viso conservava i tipici tratti irlandesi: dei capelli biondo rossicci come la barba. Forse un turista irlandese di passaggio, però, e non so se per colpa di quei lineamenti così particolari, a me sembrò suggerire qualcosa di losco tanto che pensai potesse trattarsi di un terrorista o un assassino. Sta di fatto che nella mia mente iniziai a indicarlo come il killer. Lo so, era abbastanza sciocco, ma da quando ero giunto in questa città mi veniva naturale fare associazioni di questo tipo . Forse il mio cervello cercava distrazioni anche banali per avere il tempo di assimilare il tutto.

«Ma che importanza ha? Non ho intenzione di rimanere qui un altro giorno!»

Un colpo secco scosse tutti i presenti ad eccezione del detective e del killer. Era stato il terzo e ultimo uomo del gruppo, un biondo dai capelli stropicciati con barba mal rasata, che con forza aveva sbattuto il suo bicchiere di vino sul tavolo. Indossava un lungo impermeabile beige ma di fattura più pregiata rispetto a quello del detective. Sembrava un ricco dall’aria trasandata e sfoggiava un’evidente cicatrice che attraversava il lato sinistro del viso. Non riuscivo a capire che tipo di uomo fosse e cosa si nascondesse dietro quel nervosismo così evidente. Un uomo decisamente misterioso.

Continua...

Serie: Una strana città


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Ho riletto i tre episodi precedenti prima di leggere questo. E ho apprezzato, come già avevo fatto tempo fa, la storia. Questo episodio aggiunge mistero e introduce nuovi personaggi che hai dipinto in modo davvero interessante, con poche ed efficaci parole. Aspetto il seguito!

  2. Sono contenta di poter riprendere la lettura di questa storia misteriosa e coinvolgente.
    Ho ritrovato l’atmosfera di mistero e personaggi che alimentano la suspense e rendono naturale il desiderio di proseguire la lettura per scoprire cosa si nasconde dietro questa enigmatica situazione.

    1. Grazie per avere letto. Ho ripreso questa storia dal punto in cui l’avevo interrotta. Mi sarà utile per riflettere e anche per riprendere un po’ la mano prima di iniziare qualcosa di nuovo.