I pioneri del cyberspazio
Serie: I SOGNI VIAGGIANO IN PRIMA CLASSE
- Episodio 1: Il mare è femmina
- Episodio 2: Una suocera per amica
- Episodio 3: La Terra di Mezzo esiste – Parte prima
- Episodio 4: La Terra di Mezzo esiste – parte seconda
- Episodio 5: Pensieri di settembre
- Episodio 6: I pioneri del cyberspazio
STAGIONE 1
Quella mattina presto ero già alla stazione, mezz’ora prima del treno. Correva l’anno 1994 e quello era un orario insolito per mettersi in movimento. La tratta Verona-Vicenza l’avevo già percorsa decine di volte. Cinquanta chilometri di fabbriche, interrotte ogni tanto da qualche appezzamento in attesa di permesso a costruire. La solita nebbia mista a pioggerellina, il grigio che si intonava agli stabilimenti produttivi. Pensavo ad una canzone che avrei scritto per far uscire l’angoscia che generava in me quel paesaggio. Lo avrei fatto qualche anno più tardi e per quanto riuscii, cercai di essere tagliente, per sfogare il grigio che mi era entrato dentro. Un tempo il Veneto era campi di mais e risaie. Una terra poverissima ma i suoi abitanti, quelli che non erano emigrati, si rimboccarono le maniche e costruirono tutto questo. Impararono l’inglese, per volare a New York a fare bisness. E ora i giovani si lamentano. Vorrebbero i sogni, la poesia e di nuovo i campi di pannocchie. Dopo tutto il sudore versato per imbandire le loro tavole di cibo sano, farli studiare e vestire bene. Ingrati, viziati e buoni a nulla. Quanto odiavo il paternalismo che vedevo ogni giorno. Libretti scagliati a terra per costringere studenti immeritevoli a chinarsi davanti a tutti per raccoglierli. Mi avevano insegnato ad avere rispetto per chi stava sopra di me, anche solo per età. Ma il rispetto non è giusto portarlo nei confronti di chi abusa della propria posizione. Questo non me l’hanno insegnato. Un giorno, aspettavo che la mia amica scendesse dalle scale di casa, ma scese suo padre prima di lei. Ci stringemmo la mano. Tenevo il mio zainetto con la sinistra e gli cadde l’occhio su una scritta. «Dreamer. Oh, abbiamo un dreamer, qui. Uno che non combinerà mai nulla nella vita.»
«Com’è gentile, lei.»
Ma lasciamo perdere ora questi pensieri, è una giornata speciale. Nella mia università, quelle stanze erano ancora chiuse a chiave e l’accesso era consentito solo a pochissimi addetti ai lavori. A Vicenza l’ambiente era più piccolo. Un mio caro amico era stato incaricato del collaudo e così fui accolto nel ruolo di uno degli assistenti. Un prescelto. Scesi quei gradini verso il seminterrato con la sensazione di andare a scrivere il futuro.
«Avete portato da mangiare? Meglio non salire al piano di sopra, questa sessione non è stata approvata formalmente dall’Università. Oggi faremo i test dei protocolli ftp e telnet. C’è una postazione per tutti, prendete posto e iniziamo. Era come attivare la prima centrale nucleare, maneggiando barre di plutonio. Ad ogni invio un tuffo al cuore. Ogni messaggio di errore, una crisi d’ansia. Il primo collegamento fu con un server di un’università svedese. Era incredibile quello che vedevamo scorrere sui nostri monitor. Nomi, persone con cui potevamo comunicare. Come se fossero lì con noi. Erano sulla Terra o sulla Luna? Non capivamo più niente. Le ore passavano, più tardi fu la volta della famosa ISCA BBS dell’Università dello Iowa e lì erano veramente tanti online: centinaia di connessioni, da tutto il mondo. Verso sera iniziarono a scendere nel laboratorio studentesse e studenti, perché la voce di quello che stava accadendo era trapelata. Ci portarono anche qualche birra. Si sedevano accanto a noi incuriositi e nacque una piccola festa.
Gli insegnanti non ci ostacolarono, forse perché in quell’occasione avevano capito che era un nostro momento.
Ad un certo punto mi girai verso il ragazzo seduto a fianco a me.
«Questa ragazza dice che sta scrivendo dalla sua stanza del campus. Ti rendi conto? Ha internet in camera da letto. Stiamo entrando in una nuova era. Il mondo non sarà mai più come prima.»
«Ehi, calma. Non esageriamo, adesso. Chiedile se è nuda o vestita.»
«Già, il mondo è cambiato. O forse no?»
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