I ragazzi della via Polli

Serie: I ragazzi della via Polli


Bambini degli anni sessanta, vissuti in un ambiente modesto, alla periferia di un paese vicino a Casteddu, tra giochi, frastimus, e poca coscienza ecologica.

La strada principale che attraversava l’intero paese, fino all’incrocio con la S.S. 130, era stata, per tanti anni, affiancata da orti, pascoli e pollai. In anni più recenti erano rimasti soltanto i galli e le galline ruspanti, che razzolavano, quasi sempre liberi, nei cortili di molte case.

Una delle zone periferiche con poche e modeste abitazioni, grandi cortili e qualche orticello, aveva due vicoli sterrati, pieni di pozzanghere, dall’autunno fino alla primavera, e polverosi in estate.

Solo raramente quel suolo veniva battuto dalle automobili. Un motoveicolo sovraccarico che passava spesso era la motocarrozzella del signor Bruno, ogni lunedì mattina; annunciando con il megafono il suo arrivo. «Sapone, varechina, lana d’acciaio, vasi per fio’», dove fio’ stava per fiori, con l’ultima sillaba muta.

Un altro veicolo era l’apixedda di tziu Peppi, che se ne andava tutti i santi giorni, col caldo torrido o con il gelo, con l’afa dello scirocco o le raffiche del bentu estu, senza alcun riposo festivo, a rastrellare ferraglia, legname, frutta, galline o qualsiasi altra cosa gli capitasse a tiro.

In vico Polli Primo c’erano tre vetture che di solito stavano in garage, lucide come un paio di scarpini di vernice, della domenica, appena comprati. Al riparo dalla pioggia, dalla grandine, dal sole e dalla polvere. I loro proprietari, modesti contadini, per andare a lavorare in campagna, usavano la bicicletta. Solo il Leoncino del signor Aldo Mongiu viaggiava regolarmente, fino a Casteddu, dal lunedì al venerdì, per andare al mercato all’ingrosso, a scaricare le cassette di frutta e verdura prelevate dai campi.

In vico Polli secondo l’unica vettura esistente era la Fiat 600 azzurra, che il signor Piroddi usava per andare in fabbrica, di giorno o di notte, in base a i suoi turni di lavoro, come operaio specializzato, stipendio fisso e ben pagato per la produzione di Pasta Puddu, esportata in Europa e persino in America. I malloreddus della fiorente ditta Puddu giravano il mondo, gonfiando di orgoglio i suoi produttori, impresari, operai e consumatori locali.

Al calar della sera, quando il signor Piroddi non c’era, Bianca e sua madre Benedetta, si recavano dalla signora Piroddi Rina, che aveva due figli maschi, ancora piccoli, a tenerle compagnia, da buone vicine. Bianca, qualche volta, restava lì, anche a dormire.

Durante un periodo di feste natalizie, Bianca era rimasta incantata a guardare l’albero addobbato che le sembrava la meraviglia più grande del mondo.

Un albero finto, di plastica, tutto bianco, con palline argentate, rosse e blu; luminarie con candeline lampeggianti e una grossa stella dorata in punta.

Bianca aveva chiesto, supplicato, brontolato e pianto, per convincere i suoi genitori a comprarne uno uguale; invece del solito grosso ramo di pino vero, preso dal giardino dello zio Tore.

Sua madre, tutt’altro che commossa da quelle lacrime, parlando bilingue, come faceva di solito, quando si rivolgeva alla figlia, le aveva detto di piantarla “ immui o subito”, adesso o subito. Bianca insisteva; quindi la donna si era tolta una ciabatta e l’aveva fatta correre fino alla sua camera, minacciandola e lanciandole i soliti frastimus . «A chi ti curra sa justizia. Lampu ti calidi. Chi t’afferru ti sciusciu.» (Che ti insegua la giustizia. Che ti colpisca un lampo. Se ti prendo ti disfo.)

La notte successiva, mentre stava sotto le coperte del lettino, accanto al suo amico fraterno, più piccolo di lei, con il naso poco distante dai piedi di lui, era rimasta ipnotizzata, per ore, a guardare quell’albero che pareva magico, mentre si accendeva e si spegneva, proiettando, sui muri, strane ombre in movimento e riflessi cangianti di luce. Ammirava e pregava Babbo Natale, Gesù Bambino, la befana, quel santo Claus che le avevano detto a scuola e chiunque altro potesse farle quel dono. La maestra aveva detto Santa Claus, ma Bianca era sicura che avesse sbagliato, perché anche lui, come Babbo Natale, era un vecchio con la barba bianca, un maschio, non una femmina.

Aveva escluso dalle sue preghiere, dai sogni e da ogni speranza, la madre e il padre, perché – diceva la mamma – non avevano soldi neanche per sostituire la lampadina del cesso fuori, in fondo al cortile. Un gabinetto poco più ampio di certi frigoriferi moderni, a due ante. Uno stanzino costruito da suo babbo con i ladini, i mattoni crudi, fatti di fango e paglia; muri senza intonaco, senza finestra, senza porta e pieno di gechi.

Al posto della carta igienica c’erano fogli di giornale fatti a pezzi e infilati in un lungo chiodo di ferro arrugginito, piantato nel muro. Di solito erano vecchie pagine de L’ Unione Sarda, che solo tziu Cichinu, in tutto il rione, comprava e leggeva tutti i giorni, con l’unico occhio buono che aveva. L’altro l’aveva perso da giovane, zappando. La scheggia di una pietra l’aveva colpito come un proiettile, proprio sul globo oculare. Nonostante ciò leggeva senza occhiali per ore, parlava poco e sembrava sereno, come se nulla riuscisse a turbarlo. Sua moglie, invece, tzi’ Anna Congiu, di uno dei figli, quello che entrava e usciva dal carcere, ne aveva fatto una malattia. Quel primogenito “fillu miu de su coru”, partorito e nutrito con il latte del suo seno, che poi le avevano asportato.

Nel gabinetto della casa di Bianca, vicino al WC bianco, moderno, di ceramica, c’era il secchio di ferro, da riempire, ogni volta, con l’acqua del pozzo.

Quell’acqua aveva un pregio: in estate sembrava molto fresca e suo padre calava giù il secchio, per rinfrescare la bottiglia del vino. In inverno, invece, sembrava tiepida e quando la tiravano su, per lavarsi la faccia, era piacevole. Sull’acqua rimasta nel fondo della vaschetta di cemento per lavare i panni, la mattina presto, nei giorni più gelidi, si formava una lastra sottile che pareva vetro.

Quando sua madre la costringeva a pulire il cesso, con l’acqua del pozzo, calda, tiepida o fresca che fosse, si sarebbe inventata qualsiasi cosa pur di evitare quel compito così sgradevole. Ci provava sempre ad accampare scuse, ma Benedetta era irremovibile: i compiti, il mal di pancia o “lo faccio più tardi”, non erano mai abbastanza convincenti. E prima che si togliesse la ciabatta per rincorrerla a suon di minacce e frastimus, Bianca si rassegnava a prendere lo straccio e il secchio delle pulizie, da piccola donnina obbediente.

Serie: I ragazzi della via Polli


Avete messo Mi Piace11 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Fantastico! Riesci a riprodurre sottili sfumature di realtà abbastanza remote non tanto per il tempo bensì per lo spazio in cui esse si svolgono, con una facilità estrema direi quasi poetica. Curioso come in alcuni momenti traduci la nostra lingua mentre in altri non lo fai, mi chiedo da dove viene la scelta. Sicuramente aggiunge un pò di mistero, mi domando però cosa pensi chi legga non conoscendo tale lingua. Ora via, alla lettura del secondo capitolo!

    1. Caro Loris, grazie prima di tutto, anche se mi stava calando una “guta”, quando ho visto 12 commenti di fila in poco tempo. E poi ti dico che amo la nostra terra e la nostra lingua, anche se da piccola mi vergognavo quando mia madre parlava in sardo con la mia maestra. Di solito sono abbastanza umile e modesta, ma in qualche caso anche presuntuosa, avendo la pretesa di far conoscere un po’ di campidanese a chi ci legge. Prima traducevo tutto, adesso solo in parte. Leggendo libri di grandi autori come Antonio Franchini, finalista del premio Campiello 2024, “Angela”, pieno zeppo di frasi in napoletano, non sempre facili da capire, senza traduzione, mi son detta che forse il senso dei dialoghi si puó cogliere anche senza appesantirlo ogni volta con la versione in italiano che non rende – lo sai – altrettanto bene.
      Ciao, a dopo.

        1. Grazie Loris. Io questi giorni sto organizzando la presentazione del libro e non ho abbastanza tempo per leggere molti libriCk.

    1. Grazie Nicola, sei gentilissimo, a dire che scrivo benissimo. Chissâ se Beppe Severgnini, uno fra i tanti miei modelli di riferimento per tecnica di scrittura, sarebbe d’accordo. Me lo chiedo spesso e penso che mi farebbe notare molte carenze di forma. Peró, va be’, dai, facciamo del nostro meglio e cerchiamo di ridurre, con la pratica costante, le tante imperfezioni.

      1. Non posso essere più d’accordo: non si finisce mai di imparare e, soprattutto, levigare gli errori. In ogni modo, nella tua scrittura si vede che questo processo è piuttosto riuscito 😉

        1. Un antico detto sardo, raciatava così: “Sa beccia no si chesciada ca moriada, cantu imparai anncora obiada”. ( La vecchia non si lamentava tanto di dover morire, quanto di voler ancora imparare.)😉

    1. Credo che la tua impressione sia giusta. Non ci avevo pensato ma, in fondo, per me, con questi nuovi racconti, sia come guardare un album di fotografie in bianco e nero, con immagini a tratti un po’ sbiadite, dove occorre ridefinire i contorni, e altre ancora molto vivide.

    1. Si, Roberto, gonfi quei bambini, a volte, anche di botte. E faceva tanto male.
      Ora si é piú permissivi. La punizione consiste, spesso, nel togliere per un po’ il cellulare.
      E finalmente gli si fa un regalo, soprattutto se in alternativa, sono costretti a fare un po’ di sano movimento all’aria aperta, e giochi di gruppo reali. Giocare nei vicoli e nelle strade non si puó piú, per via delle macchine. Forse nei parchi, nei giardini, nelle ludoteche e nelle spiagge, chi ha la fortuna di poter andare al mare.
      Scusa Roberto se mi sono dilungata. Questo tema mi tocca in modo particolare. E grazie per aver letto l’ inizio di questa serie. Ogni tuo commento é sempre utile e gradito.

  2. Di particolare effetto, per i miei gusti, l’osservazione della bambina su SANTA Claus, brava.
    Il racconto scorre bene ed è di piacevole lettura, ma scusami se do un’interpretazione meno romantica rispetto agli altri commenti che hai ricevuto: gli anni sessanta furono quelli del boom economico, che evidentemente non arrivava in campagna. C’è poco di sognante nel vedere una famiglia che deve risparmiare pure sulla carta igienica e in una bambina che ha per desiderio un albero di Natale, la povertà fa solo schifo.

    1. La tua osservazione sul boom economico é giusta. Il tenore di vita miglioró prima al nord e al centro Italia. Al sud della Sardegna l’arretratezza e la miseria duró molto piú a lungo, soprattutto nei piccoli paesi. C’era peró, anche in vicco Polli secondo chi stava meglio e aveva già l’automibile, l’albero di Natale bello e il televisore. Chi aveva ottenuto un posto fisso in fabbrica, rispetto al modesto bracciante agricolo, spesso disoccupato, o al pastore con famiglia numerosa da sfamate, che abitavano vicini, l’operaio era considerato quasi un ricco.
      Grazie Francesco, il tuo commento é stimolante.

  3. Questa Bianca mi profuma di un profumo buonissimo:)
    Bene, già dalle prime righe mi hai acchiappata, proprio tipo ‘cappio al collo e non ti mollo più’. Maria Luisa, tu non sei una garanzia, sei sempre una fregatura. Bravissima

    1. Ciao Cristiana, grazie. Immagino che la parola fregatura sia un complimento, quindi ti abbraccio col pensiero. Spero di non deludere con i prossimi episodi, alcuni giâ scritti. Per la prima volta ho voluto portarmi avanti con il lavoro, con piú senso di responsabilitâ verso i miei pochi ma generosi lettori. E verso chi mi ha dato l’opportunitâ di scrivere in questa piattaforma dove mi si é aperto un mondo. Un mondo fatto di tante belle persone come te.

  4. Il passato è qualcosa che rimane nei nostri ricordi. Che ci fa capire quanto la vita sia migliorata (o anche peggiorata, dipende) rispetto a quel passato. Che è diverso per ognuno ma con delle “icone” (come la Fiat 600). Incantato dal tuo modo di raccontarlo. E di farlo vivere (o rivivere) a modo nostro.

    1. Già. “… migliorata o anche peggiorata, dipende.” C’é sempre il pro e il contro. Ogni vissuto é relativo e soggettivo. Ognuno vive la sua realtâ o guardando soprattutto gli aspetti piú positivi oppure soprattutto quelli piú negativi. Molti di noi, anche tra gli autori, si inventano o alterano la realtâ con l’immaginazione, attraverso le storie che raccontiamo, anche per evadere, credo, da un mondo che talvolta ci sta stretto.
      Grazie Rossano per questa condivisione.

  5. Storie che si perdono, che non fanno più parte della memoria perché chi potrebbe ricordarle ormai volge al tramonto. Ricordo anche io una casa di campagna, il pollaio, le galline, i capretti, il bagno fuori ed un pozzo dal quale bevevamo, e l’acqua sapeva di terra e di lumache, e nessuno si ammalava di dissenteria e di ameba-succhia-cervelli. La carta in bagno era quella dei giornali vecchi (e qualche volta erano giornali strani) e per i bambini piccoli c’era la carta vellutina usata, quella giallo-ocra che serviva per il cibo. E i ragni facevano le ragnatele e mangiavano le zanzare, e noi li tenevamo come amici, come pure i gechi. Non uccidevano e non attaccavano malattie. Le zecche le staccavamo dal manto del cane da cortile girandole come viti e non uccidevano con la loro richeziosi. E la luce ballava, da quelle lampadine a incandescenza che tenerle accese costava un sacco e i lumi a petrolio costavano anche di più, perché c’era la crisi sirè-sirè, simì-simì.
    Ragazzini, chi non se ne ricorda spenga ora, perché è roba da adulti.
    Vado a stapparmi un’altra birra, che sennò continuo con ‘sta lagna.
    Grazie, Maria Luisa, i tuoi racconti sono sempre meravigliosi scorci di vita vissuta, universali come il DNA eppure tanto intimi e personali per ciascuno di noi.

      1. Ma che bello rivedere questo video di Carosello. L’avevo completamente dimenticato. A parte la bellezza della scena, del bambino e dell’attore adulto di cui non ricordo il nome, la canzonetta é piacevole, ma soprattutto rievoca tempi molto diversi. Mi ha commosso. Grazie di cuore, Giancarlo.

    1. Non sai quanto mi faccia piacere scoprire che non sono l’unica che scrive su Open ad aver conosciuto il periodo, i luoghi e le storie che cercherò di raccontare in questa serie. Mi fa sentire in buona compagnia e ve ne sono grata.
      É arrivato il momento di contribuire, nel mio piccolo, a far conoscere o ricordare una realtâ sociale che fa parte di un passato migliore/peggiore e in un certo senso, per alcuni aspetti, anche uguale a certe realtà attuali.
      Grazie Giancarlo di essere approdato qui con la tua scrittura, le letture attente e i tuoi commenti, sempre molto graditi.

  6. Forse ti arriveranno due scritti, pensavo di averlo mandato ma non lo trovo.
    Comunque l’idea è quella di un balletto, sai, quelli dove ci sono tutti i ballerini in scena ma non si muovo contemporaneamente. Tutte piccole scene che creano un mondo. Come il gabinetto moderno ma senza acqua e quello piano di gechi. CHe bello il tutto!

    1. Grazie Francesca, le tue numerose considerazioni mi rassicurano e mi confortano. Viste da lontano le cose narrate possano apparire diverse: più piccole, a volte, oppure più pittoresche o naif. E chi si agita e si dibatte per divincolarsi da una realtà opprimente, può sembrare, a distanza di tempo e spazio, che danzi. Alla fine ciò che conta per i protagonisti della via Polli, ma non solo per loro, é poter fare tesoro di ogni prova, esame e ostacolo a cui ognuno va incontro, per crescere e diventare più ricchi, in mente e spirito.

  7. “Aveva escluso dalle sue preghiere, dai sogni e da ogni speranza, la madre e il padre”
    Terribile conclusione ma la fai sembrare non tragica, mettendola tra i pensieri di una bambina che sta per dormire.

  8. “La maestra aveva detto Santa Claus, ma Bianca era sicura che avesse sbagliato, perché anche lui, come Babbo Natale, era un vecchio con la barba bianca, un maschio, non una femmina.”
    ❤️

  9. L’immagine di una ragazzina che porta in sé il semplicissimo desiderio di avere un albero di Natale, mi ha davvero commossa. Sembrerò matta, a dire quello che sto per dire, lo so. Io negli anni sessanta non c’ero ancora. Eppure, mi hai fatto venire voglia di esserci stata. Ilbagno di fuori, il giornale come carta igienica la fiato 600. Perfino le ciabattate. Mi hai fatto venire voglia di passato, di vita semplice. Di bei ricordi che fanno crescere.
    Bravissima Luisa!

    1. Ti sono grata, Dea, per queste tue bellissime parole. Il mio intento, con questa serie, credo sia anche quello di rivalutare certi aspetti della povertà ampiamente diffusa in tanti paesi come quello di cui parlo. Uno degli aspetti più positivi credo fosse la grande felicità che davano le piccole cose a lungo desiderare, che solo raramente si riusciva ad ottenere.
      Spero tanto che questa serie riesca a fare un senso alle storie di un passato fatto di privazioni e di carenze di ogni genere – non solo materiali – almeno nel senso di suscitare qualche sorriso nei lettori come te, che mi dedicate la vostra attenzione e mi date conforto con le parole dei vostri commenti.

  10. Mi hai fatto tornare in mente i ricordi di quando da piccolissimo mi portavano in campagna ro zu’ Turi (dallo zio Salvatore), che però non ho mai capito a chi venisse zio dato che l’unico legame di sangue sembrava essere quello tra mia madre con una cugina di secondo grado che non c’era mai.
    Me lo hai fatto tornare in mente a causa del bagno esterno, anche lì ne era stato costruito uno con i mattoni forati, cemento e un tetto di plastica gialla ondulata e non c’era neanche la lampadina! Ho dei ricordi tratteggiati a matita ormai quasi del tutto scoloriti… tranne uno. Il ricordo indelebile di quando hanno sgozzato davanti ai miei occhi un capretto o un agnello, un animale con le corna insomma, non troppo grande. Le urla disperate di quella povera bestia e tutto quel sangue. Poi a pranzo mia madre mi disse che quello che stavo mangiando era un pollo al ragù! Buonissimo.
    Ecco. Il tuo racconto ha avuto un potere bellissimo: mi ha riportato per un breve istante all’età di cinque anni e mi ha fatto sorridere perché ho immaginato che se tra tutti quei parenti sconosciuti, i bambini e le bambine di cui a malapena ricordo i nomi, ci fossi stata anche tu, saremmo stati ottimi amici! Ne sono certo. ♥

    1. Grazie di cuore Emi, ho ripreso a pubblicare racconti dopo un lungo periodo di tempo, con un po’ d’ansia. Questa volta ho cercato di fare l’autrice seria, in previsione del piccolo romanzo che sta per nascere. Di solito scrivo e pubblico ogni episodio di una serie, senza sapere cosa e se mi verrà in mente qualcosa dopo che valga la pena di continuare la storia. Ho cercato di essere più diligente. Ho già scritto i primi sei racconti di I ragazzi della via Polli. In uno dei prossimi episodi ci sarà anche qualcosa di simile allo sgozzamento a cui hai assistito anche tu da piccolo. Poi se uno da grande diventa vegetariano o vegano non c’è da meravigliarsi.
      Caro amico ti scrivo, come diceva Lucio Dalla, e va bene così: condividere senza dividere, da buoni amici virtuali.

    1. Grazie Alessandro, lusingata e onorata. L’intento è anche quello che hai colto dal titolo. Quel libro l’ho letto e riletto, anche da grande. Un buon libro che mi ha rattristato, però, ogni volta, per la morte del piccolo e coraggioso Nemecsek. Questa, in via Polli, è tutta un’altra storia, più di casa nostra e più recente, anche se ambientata in un periodo che ha superato il mezzo secolo.