I ranger tricolore

Nonostante tutto, gli piaceva.

L’Afghanistan era molto differente dall’arco alpino, però era pronto a qualsiasi prova pur di difendere gli interessi dell’Italia.

Persino ad andare in Afghanistan? Sì.

Si era arruolato anni prima nel Monte Cervino e aveva fatto molta fatica per diventare alpino e paracadutista, poi era andato in missione nel paese asiatico.

Adesso, con il suo visore notturno, vedeva tutto come se ogni cosa fosse verde. Di giorno l’Afghanistan era un deserto con i monti aridi abitati da ragni, lupi e Talebani, ora era più bello. Ma per quanto ancora lo sarebbe stato?

In colonna, Adriano giunse in cima alla cresta. Esitò un attimo.

«Che fai! Pensa a marciare» intervenne il sergente.

“Agli ordini” stava per dire, ma si bloccò perché qualcuno nel buio sparò un colpo di arma da fuoco.

Il sergente si piegò in terra, ferito.

«Imboscata, imboscata!» gridò via intercom Adriano.

La colonna costituì una difesa. Dalle rocce sbucarono i Talebani.

Erano orribili, dei veri mostri: oltre che gli AK, avevano dei coltellacci che promettevano di sgozzare tutti.

Adriano si unì agli altri e, come se fossero i soldati di una guerra napoleonica, fu come se si fossero messi in quadrato… non era uno scherzo.

I Talebani li aggredirono con un’ondata e gli AR-70/90 li accolsero con sventagliate e raffiche che ne dilaniarono a frotte.

Ma nonostante le perdite, i Talebani non demorsero e cercarono di spazzarli via.

«Qua ci vuole un’idea» borbottò Adriano.

«Avanti» protestò un commilitone. «Tanto, alla fine, noi siamo dei rozzi soldatacci che più che delle idee pensiamo solo come a uccidere la maggior parte del nemico. Altro che idee: solo violenza!».

Adriano abbozzò un sorriso. «Hai ragione, in effetti è sempre così».

Un attimo dopo, il quadrato esplose di forza e gli alpini del Monte Cervino assalirono i Talebani con dei colpi a bruciapelo, poi si diedero al corpo a corpo.

Adriano si batté con tutte le energie che aveva in corpo: fece a pezzi uno, due, tre Talebani, poi continuò il massacro e si fermò solo quando vide che tutti i nemici erano morti.

I commilitoni esultarono, invece Adriano si tolse il visore notturno alla luce dell’alba incipiente e si bagnò il volto del sangue dei Talebani.

Cantò l’inno di Mameli.

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Discussioni

  1. Confesso che mi mancano le tue storie con i Kaiju, sarà perchè di questi tempi la guerra si insinua nei pensieri quotidiani e c’è già molta tristezza. Non dico che ignorare la realtà sia una soluzione, ma a volte un sorriso può svoltare la giornata

  2. Sei largo di cose crude, ma ti concedi un buon ritmo nella scena. Il soggetto potrà piacere o non piacere -de gustibus non disputandum est- ma ha il sapore di quelle storie che pare abbiamo visto con gli stessi occhi nostri. Alla tua 🍻🏴‍☠️