
I temerari del deserto
Era stata una giornata noiosa.
Ore e ore a stare di guardia, poi aveva assistito al tramonto del sole che aveva infuocato le sabbie.
Quel posto non aveva nulla a che vedere con la Bretagna, era solo una contrada desolata e remota.
Ma la Francia doveva avere il suo Impero coloniale.
Arrivò il sergente. «Dai, smonta, che adesso Jean prende il tuo posto».
«Agli ordini». Scese la scaletta della torre.
«Dai, dai Maurice».
Arrivò Jean, che sostituì Maurice.
Allora Maurice poté prendere il moschetto che aveva a tracolla e andò alla mensa.
C’era un’atmosfera conviviale, erano tutti bravi ragazzi che venivano da mezza Europa e qualcuno anche dall’America e volevano rilassarsi. C’era chi raccontava barzellette, chi cantava, qualcuno scriveva una lettera e aveva gli occhi lucidi per la nostalgia.
Già da qualche anno l’Algeria era caduta in mano francese e non c’era mai nulla da fare.
Tornò il sergente. «Fate presto a esultare, voi, che forse fra qualche mese partiamo».
«E dove andiamo, signor sergente?» gli chiese un tale.
«In Crimea». Era sorridente, e sempre con quell’espressione andò a servirsi al bancone.
«In Crimea? E dov’è?» si chiesero tutti.
«Credo sia una penisola del mar Nero. Appartiene all’Impero Russo» spiegò Maurice, che a scuola, in geografia, aveva sempre avuto ottimi voti.
Annuirono tutti, poi tornarono a dedicarsi a quella festa improvvisata.
Le ore trascorsero e Maurice voleva ritirarsi a letto. Uscì dalla mensa, passò accanto alla torre dove aveva prestato servizio di sorveglianza e sentì una goccia cadergli sul chepì.
Che fosse pioggia?
Ci furono altre gocce, solo che erano più dense dell’acqua. E poi, erano concentrate sul suo berretto.
Jean era lì, morto, e sanguinava mentre sporgeva dalla torre. Su di lui incombevano dei guerrieri arabi.
«Attacco! Attacco! Stiamo subendo un attacco!» gridò all’improvviso Maurice, rendendosi conto di quel che stava succedendo.
Chissà come, i guerrieri arabi riuscirono a essere velocissimi seppur fossero intabarrati nelle loro vesti poco pratiche. Scesero le scale e gli furono addosso. Maurice li respinse con calci e pugni stando attento a non essere ferito.
Dalla mensa e dal dormitorio uscirono gli altri legionari e si misero a combattere contro quei ribelli algerini.
Li uccisero tutti, ma poi ci si rese conto che fuori ce n’erano molti altri di più.
Salirono sugli spalti e Maurice rimase impressionato al vedere tutti quegli arabi. Erano arrivati con cavalli e cammelli e sparavano con i moschetti mentre agitavano le scimitarre.
I legionari reagirono al fuoco…
Fu una notte infernale, i legionari respinsero gli attacchi, ma i guerrieri ribelli non demordevano. Gridando e strepitando manovravano con le scalette e tentavano di arrampicarsi sui bastioni. Erano degli ossessi e volevano il sangue.
Venne l’alba e tutti erano esausti; tranne però i guerrieri algerini che non avevano pace: continuavano ad attaccare e non badavano alle perdite.
Il sergente ordinò a Maurice: «Va’ di sotto a dare una mano di aiuto a quelli del portone».
«Agli ordini». Scese la scaletta, si avviò, ma rimase impietrito al vedere che i commilitoni erano stati uccisi. Su di loro, incombeva Jean.
«Ma… tu eri morto!».
«Sangue finto» sorrise. Ma invece il sangue che aveva versato dei colleghi era vero.
Maurice capì tutto. «Traditore».
Jean lo aggredì con un pugnale ricurvo e Maurice sapeva che se fosse morto adesso, allora il forte sarebbe caduto in mano nemica. Già da fuori i ribelli premevano per aprirlo.
Maurice diede un colpo di calcio a una gamba di Jean – voleva colpirlo all’inguine – ma il traditore si era divincolato.
Per un attimo Maurice se la vide brutta con il pugnale vicinissimo alla gola, e reagì d’istinto cacciando via Jean, il quale cadde in terra.
«Non hai il coraggio di uccidermi» lo canzonò. «Ma io sì. Noi algerini siamo più tosti di voi francesi». Fece per rialzarsi, ma Maurice gli trafisse il costato con la baionetta.
Jean morì e Maurice si confessò che non sapeva che quel traditore fosse di origine algerina.
In quel momento arrivò il sergente. «Che è successo qua?».
Maurice glielo spiegò, ma non c’era tempo per le onorificenze, semmai per combattere. Tutto qua.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
La guerra è sempre triste, non sai mai da chi ti devi guardare alle spalle
Eh, già. Grazie per il tuo commento, Micol!
Bel racconto
Grazie Alessandro!