
I tulpoidi
«Mi dica». Il professore aveva un tono gentile, stava prendendo appunti sul tablet.
Matteo non sapeva da dove incominciare. «È successo… stanotte».
Il professore non disse nulla, lo guardò con aspettativa.
Matteo continuò. «Ecco, stavo guidando la mia automobile in una via di campagna quando ho visto accanto a me una grande luce, come se avesse fatto giorno all’improvviso. Ho sbandato, sono finito contro un albero e l’airbag mi ha rotto il naso». Si indicò il cerotto.
Il professore continuava a tacere.
«Per un attimo sono rimasto svenuto. Ho ripreso i sensi e mi sono sbarazzato dell’airbag. Mi son detto che avevo fatto male a bere quella birretta in più, ma poi ho visto qualcosa in mezzo al fogliame. Gli ho urlato: “Vienimi ad aiutare, invece di stare lì” ma non ho ricevuto nessuna risposta. Mi sono sentito preso in giro, sono andato a vedere e ho visto un tale che indossava da capo a piedi una tuta argentea e pure un casco con il vetrino nero. Oltre di esso non si vedeva nulla».
«Cos’ha pensato?». Il professore ruppe il suo silenzio.
«Che fosse uno scherzo, oppure che l’esercito stesse facendo delle esercitazioni con chissà quali armi».
Il professore annuì, lo invitò a continuare.
Matteo non se lo fece ripetere. «Dopo aver superato la paura gli sono venuto incontro, l’ho preso per una spalla e l’ho trovata calda, di un calore estremo». Mostrò la mano fasciata: la scottatura era stata brutta. «Ho urlato e l’uomo – o qualunque cosa fosse – ha spiccato un salto di molti metri, come se non ci fosse più gravità. È volato via a suon di salti e io sono rimasto a bocca aperta. L’ho inseguito a fatica e quando l’ho raggiunto ho visto che era andato fino a uno spiazzo nel terreno in cui c’era un razzo. Da lì sono usciti altri uomini equipaggiati come lui e insieme si sono ritirati là dentro. Intendevo avvicinarmi per chiedere spiegazioni ma il razzo è partito e quasi ho avuto paura di bruciare vivo».
Il professore fece cenno di aver capito. «Abbiamo concluso».
«Come? Non mi dice…».
«No». Il professore si congedò.
***
Un minuto dopo il professore era davanti ai suoi superiori. «Una nuova testimonianza: i tulpoidi sono dappertutto». Erano nella sala-riunioni, fredda e asettica come tutti, del resto.
«Che sia il prodromo di un’invasione è da escludere, ma dobbiamo monitorare i loro movimenti» reagì uno di loro.
«Altro che gli ufologi che credono al progetto Blue Book!» rise il professore. Si ritornò al lavoro.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Sci-Fi
A proposito di Old Style, ricordo che quando bambino mio nonno mi portò a pescare. Io, mentre lo guardavo, mi annoiavo e pensavo che me lo fa fare? Ma ora, 30 anni, vorrei fare la stessa cosa, senza aspettare la terza età.
Ciao Kenji, ho apprezzato questo tuo racconto, scorrevole come sempre e senza spargimento di sangue nel contesto che hai descritto. Avrei solo dato un titolo diverso, meno indicativo, per tenere in sospeso il lettore fino a svelare l’ identita` dell’ uomo con la tuta argentata. Pero` l’ autore sei tu, e solo tu puoi usare le parole che credi piu` adatte.
Ciao! Può darsi che il titolo debba essere cambiato, ma mi piaceva questo. Tu quale avresti proposto?
Bello, “old style”, secco ed incisivo, richiama un po’ i racconti di Asimov. Mi è piaciuto.
Ti ringrazio! Mi piace la fantascienza “old style”.