I vecchietti

Dalla finestra di casa, guardiamo i vecchietti camminare sul marciapiede, davanti a casa nostra. L’inquietante coppia che esce per la sua passeggiata serale. Devono avere ottanta o novant’anni, all’incirca cinquanta in più di noi, e nel tempo che ci impiegano a spostarsi dal vialetto del vicino al nostro, alcune foglie degli alberi sono cambiate da verdi a rosse. L’estate è finita.

“Sei cattivo”, dice mia moglie. “Invece io penso che siano dolci”.

Non dico niente. Può anche darsi che siano “dolci”: a modo loro sono fonte di ispirazione. Ma non mi piacciono comunque. Quella moglie con la schiena tutta curva, che guarda verso il basso minacciosa, e quel marito stordito e strambo con la giacca di tweed sopra una camicia del pigiama, la mano sul suo braccio come se la stesse accompagnando a un ballo a corte. Mia moglie ha sentito dire che è un professore emerito. Fisica? Psicologia? Non riesce a ricordare.

Si potrebbe dire che sono “dolci”, ma io continuo a pensare che sembrano usciti da un film horror.

È fine settembre, e mia moglie sta morendo piuttosto rapidamente. Le rimane circa un mese di vita, è nella fase in cui i suoi polmoni continuano a riempirsi di liquido, una specie di annegamento al rallentatore, e ogni pochi giorni andiamo in ospedale per farle un prelievo polmonare, che dà un piccolo sollievo a breve termine. Riesce ancora a salire e scendere le scale, anche se ci mette un po’.

Stiamo trascorrendo molto tempo insieme, in tranquillità. Guardiamo fuori dalla finestra, leggiamo libri. Io sono in ferie dal lavoro e le giornate cominciano a tremare e a perdere la loro forma. Lunedì, giovedì, sabato… difficile dirlo. Scendo in macchina dalla collina per andare a comprarle un sorbetto al limone. Cucino un pollo in una pentola e le porto il brodo in una piccola ciotola, con uno di quei meravigliosi cucchiai che abbiamo rubato da un ristorante cinese, e glielo sollevo alle labbra.

Non vivrà abbastanza a lungo per vedere la prima nevicata, e a quel punto anche i vecchietti sono scomparsi. I marciapiedi sono probabilmente troppo scivolosi per loro, troppo insidiosi, e l’aria fredda è troppo dura per le loro vecchie ossa, le attraversa e si sentono come se non dovessero riscaldarsi mai più.

Forse riemergeranno in primavera.

Fine aprile, o inizio maggio.

Con i tulipani, i lillà e gli alberi in fiore.

Mi chiedo se la renderebbe felice, sapere che i vecchietti sono ancora in giro. Giù per l’isolato e ritorno, giù per l’isolato e ritorno, per fare un po’ di esercizio. Sì, probabilmente le farebbe piacere. “Dolci”, direbbe.

Quanto a me, non so cosa preferirei. Mi siedo alla finestra, guardo fuori, e non so se voglio vederli, o se spero che non arrivino mai.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Buongiorno Sisu, complimenti, un bel racconto ché parla della perdita in modo molto semplice e umano. I vecchietti all’inizio sembrano solo due vicini un po’ strani, poi diventano il simbolo di tutto quello che la moglie del protagonista non potrà vivere. Il finale è molto toccante.