I.

Serie: Un'idea geniale

  • Episodio 1: I.
  • Episodio 2: II.

I miei vicini di casa sono certo una coppia di strambi. Da quando li conosco non li ho mai visti fare una sola cosa che si possa considerare normale. Lasciano il cane libero in inverno mentre in estate lo legano ad un palo, hanno un orto pieno zeppo soltanto di cavoli, un prato immenso con in mezzo un unico albero di mele e non escono mai, anzi, esce solo lei, Miriam, esclusivamente per comprare la carne.

– Ne mangiate di carne eh? – la canzono io, quando la vedo rientrare con dei sacchi pesanti come cemento. Lei mi risponde con un grugnito e rientra in casa. Miriam è brutta, bassa e secondo me non ci sta con la testa. Avrà una cinquantina d’anni perché lo so, ma ne dimostra sessanta come minimo. Si veste malissimo. Descriverò brevemente il suo viso. È da porcello, con gli occhi piccoli e minacciosi ed è incorniciato da dei grossolani capelli che le arrivano sopra il collo, di un rosso così brutto che non ho mai visto un rosso così brutto come quello. Le labbra sono sottili e sempre orizzontali, non si muovono mai. Se vi concentrate su quelle labbra inespressive Miriam sembra fregarsene del mondo, mentre pare odiare tutti se la guardate negli occhi.

Il suo lui si chiama Pier. È alto come un campanile e storto come la torre di Pisa. Se non fosse che so per certo che è uno stupido potrebbe passare per un matematico. Ha una testa molto ovale e pelata, degli occhialetti rotondi e la bocca all’ingiù. Si veste da campagnolo e su questo niente da dire, è un campagnolo e si veste come tale. Hanno due cose in comune Pier e Miriam. Dei denti orrendi e il fatto di essere tremendamente antipatici.

– Anche quest’anno niente vacanze? – li perculo appoggiandomi al muretto che divide le nostre case, quando li vedo sotto il portico a mangiare cavoli, carne e mele. Lui si gira dall’altra fingendo di non avermi sentito e lei mi fa la sua smorfia piena di sdegno. Non chiude neanche la bocca mentre mi guarda, per spaventarmi con i suoi denti sporchi e animaleschi.

Che tipi particolari. L’altro giorno mi sono svegliato e li ho spiati da dietro le tende. Lo faccio spesso perché conduco una vita piuttosto noiosa e quei due, nel loro squallore ben peggiore del mio, mi affascinano. C’era Miriam nell’orto, che dava dei piccoli calci a un cavolo. Teneva le mani dietro la schiena e il cane, quel poveretto, la guardava incuriosito. Stavo per uscire a chiederle che cosa stesse facendo, finché non è arrivato Pier tutto di fretta, l’ha spinta via e si è chinato a raccogliere con cautela il cavolo, manco fosse stato suo figlio. Miriam è caduta praticamente di faccia, ma non tanto per la spinta di suo marito ma perché non ha nemmeno tentato di mettere le mani davanti mentre atterrava. Mi sembrava che si fosse fatta male e comunque che gesto era? Assolutamente da condannare, così sono uscito di corsa.

– Ma ti sembra una cosa da fare? – ho urlato a Pier, e il suo bastardo di un cane mi stava già ringhiando contro. Miriam rialzandosi mi ha lanciato un’occhiataccia come se fosse stata colpa mia.

– Non sono affari tuoi, tornatene in casa, – ha replicato Pier, avvicinandosi minaccioso al muretto.

– Non si picchiano le persone, sono affari miei eccome, – gli ho detto io senza arretrare di un passo. È vero che non sopporto Miriam, ma ancor meno la violenza. Pier ha alzato con enfasi un braccio al cielo chiudendo gli occhi, come a dire “quante storie fai”. E infatti poi l’ha pure detto.

– Quante storie fai! È lei che si è messa in testa questa cosa!

– Quale cosa?

– Diglielo Miriam, diglielo tu! Io mi vergogno di dire una cosa tanto stupida!

Miriam gli stava di fianco con la testa bassa, come un bambino che non ha fatto i compiti e aspetta con coscienza la giusta punizione. Era ricoperta di terra e sembrava ancora più brutta di quanto non fosse di solito.

– Diglielo, forza! – l’ha spronata Pier, e il cane sentendo salire il volume della conversazione ha deciso di dare il suo inutile contributo. C’era un gran baccano lì da noi, per essere che il sole era sorto da qualche ora appena.

– Voglio smettere di usare le mani, – ha confessato quella pazza.

Pier mi guardava e rideva, e dalla sua bocca all’ingiù sbucavano fuori i suoi denti altissimi e giallissimi che mi facevano vomitare. Del sudore gli colava sulla fronte, del sudore di rabbia.

– Cosa vuoi fare? – le ho domandato per essere sicuro di aver sentito la stronzata che avevo sentito.

– Hai sentito bene, non vuole più usare le mani! – ha rincarato Pier e poi si è messo a urlare, – questa deficiente! Questa cretina, questa imbecille!

Se non ci fossi stato io sono certo che le avrebbe lanciato il cavolo addosso.

– Stai calmo Pier, – e con studiata lentezza mi sono avvicinato al muretto, come se dall’altra ci fosse stato un cerbiatto spaventato.

– Miriam, – ho detto con dolcezza e lei si è girata a guardarmi. Aveva gli occhi umidi e le tremava terribilmente il labbro di sotto. Sanguinava dalla testa. Mi faceva pena.

– Che cos’è questa storia delle mani?

– Le mie mani sono peccatrici, – ha mormorato tremante.

– In che senso sono peccatrici?

– Le mie mani…io non devo più usare le mie mani.

Pier continuava a ridere isterico e il cane continuava ad abbaiare, così ho preso una pietra e gliel’ho gettata contro. Lui è scappato guaendo e Pier mi ha rivolto uno sguardo di approvazione, come se per una volta ne avessi fatta una giusta. Con un cenno del capo gli ho indicato sua moglie.

– Che cosa sta dicendo?

Pier ha fatto spallucce e ha posato il cavolo in una cassetta.

– Un angelo le ha parlato in sogno e le ha detto che le sue mani sono sporche e

– E se voglio andare in paradiso non devo più usarle! – ha esclamato Miriam con vigore, sputacchiando e interrompendo Pier che infatti si è innervosito.

– Non mi interrompere! Se vuole andare in paradiso deve smettere di usarle…ma vedrai che gliele faccio usare io.

Allora si è messo le mani lungo i fianchi, non ho capito se per simulare qualche osceno atto sessuale o perché pensava di avere la cintura e per farci capire che tra poco l’avrebbe picchiata. In entrambi i casi era una cosa da malati ed io ora ero più disgustato di quanto non lo fossi mai stato prima in loro presenza.

– È una storia senza senso, – ho commentato aggrottando la fronte e facendo una smorfia, – senza mani non si può fare niente! – ho provato a fare ragionare Miriam.

– Lo sa benissimo la signorina che non può fare niente! Infatti non cucina, non lava, non si lava, prega soltanto e mangia come una bestia. Dormirà come le bestie allora! Nella rimessa! – gli sputava contro Pier, inferocito.

Ora quel faccino da porcello di Miriam iniziava ad avere un suo perché. E intanto lei piangeva, ma non di dolore o disperazione, piangeva come una che ha preso la sua decisione e non torna indietro. Quindi dal nulla se n’è andata, tenendo sempre le braccia distese e le mani immobili lungo i suoi grossi fianchi. Io e Pier l’abbiamo osservata camminare. Era una sorta di silurotto umano.

– Pier, cazzo, devi fare qualcosa, – ho provato a convincerlo sottovoce ma lui mi ha bellamente ignorato.

– Guardala! Guarda come fa! Deficiente! Cretina! – e dato che continuava a sbraitare come un ossesso ma non possedeva un vocabolario così affascinante, sono tornato in casa, incredulo per ciò che avevo visto e sentito.

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