Ieri: al lago, in bicicletta

Serie: La foschia dell'alba


Ieri: Il ricordo di un'estate di molti anni fa. Oggi: il presente per chiudere ciò che era rimasto sospeso.

“And someday in the mist of time

When they asked me if I knew you

I’d smile and say you were a friend of mine”

(Old and wise – The Alan Parsons Project)

Quale fosse la reale profondità del lago non lo avevamo mai saputo davvero. Sempre che si possa definire lago una buca di qualche decina di metri in mezzo al nulla della campagna intorno al paese dove sono nato e cresciuto. Qualcuno di noi azzardava teorie suffragate da esperimenti scientifici, come gettare mattoni legati con uno spago, dai quali risultavano dati totalmente incoerenti.

«Cinque metri! Guardatevi intorno: è tutto piatto, come le tette di tua sorella!»

«Non dire cazzate! È una sorgente che fa risalire l’acqua da chissà dove. E poi è freddissima! Siamo almeno a cinquanta metri!»

«Dobbiamo costruire una zattera e arrivare al centro del lago» disse Silvia, «così potremo misurare in modo preciso la profondità». Riusciva sempre a trovare il modo per emergere come La-Secchiona-Scientifica anche quando non eravamo a scuola. Mi costrinsi a distogliere lo sguardo da lei per evitare che qualcuno se ne accorgesse; i miei amici mi avrebbero rotto le palle a oltranza se avessero scoperto quante volte e per quanto tempo la guardavo. Una secchiona affascinante come può esserlo una ragazza quando si inizia a considerare l’altra metà del mondo non più come specie aliena.

«Col cazzo che vado là dentro su una cazzo di zattera!»

«Cazzo… cazzo…» scimmiottò Silvia. «Piuttosto limitato il tuo vocabolario!»

Erano discussioni che si ripetevano da sempre, almeno dall’inizio dell’estate, quando il tempo libero era diventata merce a buon mercato, tanto che a volte rischiavamo di annoiarci.

Il lago, o meglio i laghi, erano tre pozze più o meno delle stesse dimensioni, due delle quali molto vicine al fiume. In periodi di piena il fiume li riprendeva per poi restituirli qualche settimana dopo.

«Quello che il fiume si prende diventa del fiume!» Ripetevano spesso gli anziani del paese.

Il terzo lago, quello di cui eravamo soliti discutere sulla sua profondità, era più lontano dal grande corso d’acqua e non subiva i suoi sbalzi di umore, anche perché alcuni leggerissimi rilievi (niente di più delle tette di mia sorella) facevano da barriera alla possibile salita del livello dell’acqua.

A quell’epoca lontana dalla costruzione selvaggia di villaggi che sarebbero sorti molti anni dopo come alternativa al caos della città, la strada che percorrevamo quasi tutti i pomeriggi era uno sterrato largo a sufficienza per il passaggio di un trattore. Pedalavamo sulle nostre biciclette da cross, quelle con il sellino lungo con lo schienale e la leva del cambio a tre rapporti subito davanti. Era il nostro unico modo di spostarci, e in estate ci spostavamo tutti i giorni per esplorare le campagne intorno al paese. I mezzi pubblici si utilizzavano per andare in città, ma per noi la città era lontana, non fisicamente – pochi chilometri – ma come modo di trascorrere il nostro tempo, tra pochi amici veri, quelle amicizie che la vita in seguito tenta di sfilacciare e purtroppo a volte ci riesce.

Era quasi la fine di luglio e io contavo i giorni che mi separavano dall’inevitabile partenza per le vacanze con i miei genitori e con mia sorella, che era più grande di me solo di un anno. Non posso dire che non mi divertissi con loro, ma sembrava tutto così perfetto e asettico da risultare finto (dopotutto cosa si può dire di una vacanza trascorsa in uno stabilimento balneare?)

Ero appena arrivato al lago letteralmente coperto di polvere a causa del trattore che mi aveva preceduto su gran parte dello sterrato. Lasciai cadere la bici sull’erba e appoggiai a terra l’ingombrante bagaglio che avevo con me.

«Cosa hai portato?» mi chiese Silvia.

«Da mangiare?» sapevo quello che mi stava chiedendo.

«No, scemo! Nel borsone… in quel baule, quella valigia! Non so neppure come ci sei arrivato qui con quella cassa sulla bici».

Aprii la valigia di alluminio (con angolari di rinforzo) senza nascondere un misto di soddisfazione e di felicità e tirai fuori una serie di sacchetti in tela, più o meno grandi. In uno c’era un radiocomando da modellismo, quelli che negli anni ottanta erano costosissimi sogni degli appassionati (canali proporzionali e tante diavolerie di cui oggi non importa più nulla a nessuno).

Il sacco più grande conteneva il modellino di un motoscafo Riva che desideravo da tempo e finalmente avevo ricevuto in regalo per la promozione. Avevo promesso di utilizzarlo solo quando saremo andati in vacanza, a fine luglio… non fidatevi mai delle promesse dei vostri figli.

In realtà non era esattamente il modellino che avevo desiderato: quello dei miei sogni era lungo quasi un metro e aveva lo scafo di legno verniciato. Questo era di plastica (“La manutenzione è molto più semplice” aveva sentenziato mio padre, con mia madre che annuiva con le labbra serrate). Per quanto riguarda la lunghezza invece non c’era una grande differenza. E in effetti Silvia aveva ragione: come avevo fatto portare la valigia sulla bici fino a qui?

Negli altri sacchetti c’erano altre cose: batterie, attrezzi, accessori.

«Sei un bambino, Giacomo». Non era seria, lo vedevo da come si tentava di trattenere il sorriso. Lo vedevo anche dai suoi occhi, da come diventavano ancora più grandi e luminosi quando si entusiasmavano per qualcosa di bello, e devo ammettere che accadeva spesso.

«Me lo fai guidare, vero?»

«Non lo abbiamo ancora preparato. Aspetta, calma!» Quasi mi sembrava di sentire parlare mio padre.

È un’età molto particolare quella delle scuole medie. Non sei più un bambino… e sei ancora un bambino. Quel pomeriggio eravamo Silvia ed io, sudati per il caldo, per la pedalata e per l’emozione di provare una cosa da grandi. Da ragazzi grandi… Se avessimo avuto due o tre anni in più avremmo provato altre cose da grandi, ma quei momenti non c’era altro che la felicità di essere insieme, liberi ed emozionati come se quella barca dovesse portarci chissà dove. È una sensazione che non ho dimenticato in tutti questi anni. Nulla di dovuto, nessuna finzione; solo la freschezza dei nostri pensieri e la voglia di crescere e di non crescere ad un tempo.

Forse aveva ragione lei: ero un bambino. Forse lei lo era un po’ meno. Ma in quel momento era quello che volevamo. E non avevamo bisogno di altro.

Serie: La foschia dell'alba


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Discussioni

  1. “Da ragazzi grandi… Se avessimo avuto due o tre anni in più avremmo provato altre cose da grandi, ma quei momenti non c’era altro che la felicità di essere insieme, liberi ed emozionati “
    Molto bella questa frase come lo è tutto il racconto, dalla prima all’ultima parola. Ho apprezzato molto questo inizio serie, gradevole e delicato nella lettura. Evocativo senza risparmiare al lettore un tuffo nel passato. ‘Nulla di dovuto, nessuna finzione’, bravo a dirlo e per come lo hai detto: poche parole messe lì in fila, quasi appese al fino del bucato.

  2. Complimenti Antonio, questo primo episodio è dolcissimo, scritto con maestria e con le parole per nulla sdolcinate che toccano davvero il cuore. Degno dei vecchi ed ispirati racconti di Stephen King.

    1. Sono affascinato dalla capacità di alcuni di rendere vero un personaggio in poche parole, fartelo odiare o amare in poche righe. Per questo ho apprezzato moltissimo il tuo commento. Grazie!