Il bar aperto

Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un ricordo d’infanzia riaffiora in sogno e si spezza al risveglio, quando il protagonista scopre che il ginocchio non fa più male. Con lo zaino in spalla e un biglietto lasciato per il “pellegrino pazzo”, esce di casa e riparte.

Non che io ci fossi mai stato, ma ho guardato tanti film di guerra e a me mancava solo un elmetto, la divisa militare, un fucile in mano e una squadra di quattro o cinque uomini fidati per rendere l’ingresso nella piazza della città come un’entrata trionfale dopo una battaglia durissima.

Mi accorsi che la piazza, però, non era vuota. Fermai il mio passo sicuro per qualche secondo e, quasi incredulo, restai a guardare il mondo che mi circondava. C’erano persone che andavano. Andavano avanti, andavano indietro. Senza una meta precisa. Da dietro le mascherine blu il loro sguardo sembrava acceso.

Un gruppo, invece, era fermo. Parlavano tra loro come se stessero tenendo un comizio, davanti a un bar aperto.

«Cazzo, un bar aperto?»

Girai la testa più volte, come per cercare la squadra dei miei fidi compagni.

«Non è che sono entrato davvero in città dopo una guerra?»

Vista l’euforia che c’era intorno a me sarebbe stata la cosa più logica, nel suo delirio. Ripresi a camminare e mi avvicinai al comizio. Più mi avvicinavo e più riuscivo a distinguere le parole che uscivano da dietro le mascherine.

«Era l’ora», diceva uno.

«Chissà per quanto durerà?» si chiedeva un altro.

Iniziai a capire qualcosa sentendo i primi versi che riuscivo a cogliere di quelle povere bestie. E quasi volevo cambiare direzione. Ma continuai. Effettivamente avevo voglia di un caffè e, dato che c’ero, anche di un panino.

Arrivai nel cuore delle voci e davanti al bar. Lì i discorsi si fecero più interessanti.

Un uomo col cappello stile far west, che per forza di cose attirò la mia attenzione, disse al suo compare con occhiali a goccia e il ciuffo che, con la mascherina, sembrava la versione comica di James Dean:

«Sai cosa? Io mi tolgo anche sta cazzo di mascherina.»

Il cowboy a quel punto disse:

«E faresti bene. Io non ce la facevo più a stare chiuso in casa, stavo impazzendo, davvero. No guarda, il cane ormai non ce la faceva più a uscire e, quando vedeva che prendevo il guinzaglio, abbassava la coda e scappava nella cuccia.»

«Ahaha, zitto. Io ci ho provato col gatto. Ma quando ho provato a mettergli il guinzaglio mi è saltato in faccia, graffiandomi tutto.»

Guardai la strada accanto al bar. La seguii bene e portava a una vecchia grande porta aperta, tra mura medievali, e oltre mi sembrava che non ci fosse niente, a parte la strada.

Feci un sospiro, mi girai verso la porta d’ingresso del bar ed entrai. Passai in mezzo ai due dialoganti. Le loro voci continuavano ad arrivarmi alle orecchie, ma le parole non rimasero impresse. Mi girai subito dopo e loro continuarono a parlare.

Feci un sorriso e mi voltai nuovamente verso la mia direzione. Ma tra le persone in fila alla cassa, quelle sedute ai tavoli e quelle che venivano verso di me avevo perso la mia bussola.

«Buongiorno, prende qualcosa?»

Mi girai verso la barista, la guardai e lei fece lo stesso. Notai la sua faccia stranita e mi ricordai quello che mi aveva chiesto. Ma dalla mia bocca non uscirono parole.

Lei mi guardò, fece un sorriso e disse:

«Deve essere pesante quello zaino?»

«Sì, sì scusa. E giuro che sapevo quello che volevo prendere fino a quando non me lo hai chiesto.»

Mi guardò un po’ stranita, poi sorrise di nuovo.

«Se intanto ti vuoi sedere arrivo al tavolo tra poco. Però nel frattempo cerca di ricordare quello che avevi pensato di prendere. Nella mente ancora non so leggere.»

La guardai, sorrisi e, una volta inquadrato il tavolo che mi aveva indicato, mi avviai in quella direzione. Appoggiai lo zaino accanto al tavolo. Il movimento fu un po’ brusco e feci cadere la sedia accanto a quella su cui mi stavo per sedere.

Ebbi un po’ di timore prima di alzare lo sguardo: già immaginavo gli occhi della gente che mi guardavano, magari ridacchiando sotto i baffi. Ma una volta alzato vidi persone che passavano, che continuavano a parlare, a pagare e a bere il loro caffè. Ma nessuno che mi guardasse.

Poi, mentre ritiravo lo sguardo, incrociai quello della barista. Lei mi guardava. E sorrise un po’. Il suo viso divenne rosso quando si accorse che anche io la guardavo. Levò subito lo sguardo e tornò a servire gli altri clienti e io riuscii finalmente a sedermi.

Cavolo, quella seduta era stata più faticosa di tutto il cammino che avevo fatto fino a quel momento.

E la barista? Avevo fatto colpo? O ero solo un ragazzo difficile da notare?

Mi persi in quei pensieri per non so quanto tempo. Nel frattempo avevo ordinato il panino, che riuscii a vedere tra i corpi dei clienti fermi al bancone, e mentre lo mangiavo lo sguardo andò sulla destra della tazza di caffè lasciata lì a raffreddare.

Avevo appoggiato il libro, quello di Siddhartha che mi avevano regalato Maria e Luigi. Non ricordavo di averlo portato tutto il tempo in mano e di averlo appoggiato lì.

Così, mentre con una mano tenevo il panino, con l’altra presi il libro e iniziai a leggerlo. Le parole di quel libro mi riempirono più del panino che stavo mangiando.

Dopo poche pagine, mentre scorreva la fine del primo capitolo, iniziai a sentire quella sensazione di essere visto. Pensai alla barista.

Che cazzo, forse avrei potuto giocarmela meglio di quella frase buttata lì a caso.

Invece, quando finii il capitolo e alzai la testa, non dico l’intero bar, ma una buona parte mi stava fissando. Mormoravano tra loro e ridacchiavano.

Io sorrisi, chiusi il libro e, mentre la televisione piazzata in alto dietro il bancone dava le notizie del nuovo decreto “Lockdown Italia”, mi girai verso la finestra che puntava verso la porta tra le mura.

Mi alzai, rimisi lo zaino sulle spalle, strinsi le cinghie sul petto e sui fianchi e uscii dal bar salutando la barista, che arrossì nuovamente, e io pensai all’occasione persa.

Uscito dal bar feci pochi metri e mi girai. Le bestie continuavano a urlare e ad andare su e giù per quella piazza, senza una meta, con una buona notizia.

E io della buona notizia me ne sbattevo.

Ma la mia meta stava diventando sempre più chiara.

Continua...

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Discussioni

  1. Mi piace perché sembra “post-bellico” ma è solo ritorno alla vita: la piazza come fronte, il bar come tregua, e tu che fai vedere quanto sia più difficile sedersi (e farsi vedere) che camminare. Bellissimo l’aggancio Siddhartha: invece di salvarti, ti espone, e da lì la meta si fa chiara senza bisogno di dirla.