Il bergamasco salvato da due Varzesi

Cari Varzesi,

mi sento in dovere di raccontarvi questa storia, sia per ringraziare chi questa estate mi ha salvato, sia perché sono orgoglioso di sentirmi uno di Voi, almeno per la metà!

Mi chiamo Giulio e vivo a Clusone, una cittadina di 8000 anime in provincia di Bergamo.

Sperando che qualcuno non me ne faccia una colpa, prima dell’estate scorsa acquistai una macchina usata targata VA (Varese, ma a me piace pensare targata Varzo).

Mia madre è originaria di Varzo, ed io, fin da bambino, ho calpestato l’erba dei Vostri prati, mi sono sbucciato le ginocchia cadendo sui duri sassi dei vicoletti di Fontana e successivamente ho brindato nei Vostri bar con chi, nemmeno conoscendomi, mi offriva un calice di buon vino.

Innamorato di Varzo fin dall’infanzia, anni fa all’Alpe Cortiggia comprai una baita e con enormi sacrifici nel corso degli anni l’ho sempre mantenuta, anche per poterci trascorrere qualche giorno di ferie rubato al lavoro.

Anche questa estate, dopo aver percorso i 230Km che ci separano ho potuto esclamare: — Finalmente arrivati!—

Ma bando alle ciance ed entriamo nel vivo di questa storia che parla di eroi Varzesi, che sa di gloria…

Era il giorno dopo Ferragosto e sopra Varzo regnava un cielo terso, insomma tempo perfetto per una bella escursione; l’ideale per svagarci un pochino e goderci finalmente la vacanza.

La decisione fu presto presa. Dopo aver chiuso le baite, caricato gli zaini con quello che c’era da portare a valle e una spruzzatina di Chanel numero 5, via in direzione parcheggio di Salviggia.

La nonna, rallentata dai suoi settantacinque anni, scendeva lentamente sognando di passare una felice giornata in compagnia delle sue sorelle che non vedeva da tempo e noi di visitare l’Alpe Cheggio e i suoi laghi.

Io e mio figlio, giunti alla macchina per primi, ci levammo gli zaini, ma, dopo averla aperta e riposto le prime cose nel baule esclamai: — No, ho bucato! —

Mio figlio rispose: — Papà, ma hai bucato due gomme!

Ed io: — Ma sei sicuro? —

Mi rispose: — No, sono tre! —

Di lì a poco arrivò anche mia moglie e la nonna, poi il silenzio calò nella foresta.

I nostri occhi si incrociarono sgomenti, come quando nei film si guarda chi si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato e sa che il suo destino ormai è segnato.

Un passante mi rassicurò: — Dai è solo un burlone che si è divertito a sgonfiarti le gomme!

E io gli risposi: — Ma no, cosa sta dicendo? Sono io che sono così sfigato d’aver beccato tre sassi appuntiti! —

—Va beh! — nel baule ho una pompa a pedale e siccome sono un tipo scaramantico, tra me e me dissi: — Si pompa e si parte —.

Pompa, pompa e pompa ma nulla da fare, le gomme della macchina non volevano saperne di alzarsi.

Esclamai: — Maledetta pompa, non funziona! — poi dissi agli altri con voce agitata: — Voi aspettatemi qua; torno alla baita a prendere la pompa che normalmente uso per gonfiare la carretta! —

Ritornato all’alpeggio, aprii la baita e dopo alcuni minuti dissi tra me e me:

— Ma dove diamine ho messo la pompa? Caspita, eppure c’era! —

E nuovamente cerca, cerca, cerca.

Rassegnato e con il pensiero agli altri in attesa al parcheggio, mi recai dalla vicina di baita e rvaccontai che nella sfortuna più completa avevo forato tre gomme.

Lei gentilmente mi prestò la sua pompa dicendomi: — Guarda che non hai forato; tempo fa, anche a me in quel parcheggio sgonfiarono le gomme —.

Risposi: — Ma no, figurati, dai Voi di qua fate sempre brutti pensieri! —

Ritornai alla macchina e pompa, pompa, pompa ma niente da fare! Ho definitivamente forato.

Imprecai: — Maledetti sassi appuntiti! —

Game over, la giornata era stata rovinata e mi rammaricai non tanto per me, ma per la mamma e per mia moglie: la prima dovette riportare con fatica i suoi settantacinque anni alla baita, rinunciando a passare del tempo con le sorelle varzesi che non vedeva da tempo e l’altra rinunciò al suo primo vero giorno di vacanza.

Tutti fecero rientro alle baite eccetto io e mio figlio, che rimase per darmi una mano. — Papà devi chiamare un carro attrezzi! — ed io, sconfortato risposi: — Caro figliolo, è il giorno dopo Ferragosto; chi vuoi che venga su per di qua? Non ci trovano nemmeno con Google Maps! —

La mia unica speranza era cercare di raggiungere il paese e trovare una pompa più performante e qualche buon’anima che mi aiutasse.

Ci incamminammo e per ovviare alle buie gallerie decisi di scendere dal vecchio sentiero; sfortunatamente la prima parte era in stato di completo abbandono o andata persa in precedenti frane e alluvioni e in un attimo ci trovammo in buona difficoltà.

Ancora vivi e ritrovata la via maestra, io con una gamba sanguinante ed entrambi stanchi ed accaldati, raggiungemmo la strada che a destra della diga porta fino al paese. Purtroppo, il vecchio ponte era crollato e dovemmo attraversare a piedi nudi il fiume Cairasca: insomma, una bella avventura! E oggi qualcosa da ricordare con mio figlio.

Arrivati al laghetto dei pescatori, prendemmo il sentiero al di sotto della superstrada che porta ad una piccola galleria che permette di sottopassare la ferrovia: finalmente ce l’avevamo fatta, eravamo arrivati!

All’uscita della galleria mi sembrò d’essere stato catapultato in un film western: c’era la stazione deserta e il caldo afoso del manto stradale del parcheggio risaliva, deformando le immagini all’orizzonte; tra me e me pensai: — Dove trovare anima viva, se non al primo saloon? —

Il primo eroe di questa storia era proprio lì, seduto fuori dal bar della stazione, dietro ad un fresco boccale di birra: aveva lo sguardo penetrante e perso nel vuoto e una sigaretta auto prodotta che, in una sorta di sua meditazione, si stava fumando da sola. No, signori! Non era Clint Eastwood! Era Alberto, il fiorista del paese.

Gli raccontai l’accaduto e siccome nello scendere dalla montagna anche io mi ero convinto che non potevano essere stati i sassi a forarmi le gomme, conclusi la mia storia con un —dannata martora! —

Lo sguardo di “Clint” si fece intenso e penetrante e dopo aver riposto la sigaretta nel posacenere esclamò: — Martora? —

Gli spiegai: — sì, sono quegli animaletti dispettosi, molto territoriali, che assomigliano alle faine e vanno pazzi per le gomme delle macchine —.

Mi guardò interdetto, come per scrutare se lo stessi prendendo in giro, poi disse: —Tarluc! Te le hanno forate! —

Ed io: — ma no, che dici! Chi vuoi che al giorno d’oggi si dia la pena a fare cose del genere; lassù gira solo gente di montagna, gente genuina e che in parte anche conosco o che, comunque, quando ti incontra sulla via ti saluta con rispetto, come chi, pur non conoscendoti, condivide nel tuo sguardo la cruda bellezza di quella montagna —.

Senza perdere troppo tempo, aggiunsi: — ad ogni modo adesso provo a vedere se trovo un meccanico e vedo come posso risolvere —.

Lui mi guardò con un benevolo ghigno beffardo e mi disse: — il meccanico è dentro al bar! —

Alzai lo sguardo e lo vidi: Fulvio, il famoso meccanico, il secondo eroe di questa storia, era proprio là, in fondo al bancone e come un corvo appollaiato in cima ad uno sgabello, mi guardava perplesso, nascosto dietro al suo solito calice di vino bianco.

Ero appena entrato in quel saloon della stazione e avevo già la fortuna d’avere in mano una coppia d’assi e la partita ora stava prendendo una piega interessante: in men che non si dica eravamo già in officina e in quella atmosfera da western, Fulvio recuperò una buona pompa e il gringo verde si rese disponibile a riportarmi al parcheggio di Salviggia, dove agonizzante giaceva il mio cavallo grigio.

Appesantito dai tre passeggeri, il cavallo blu notte, gentilmente prestato dalla compagna del fiorista, raggiunse il parcheggio quasi per miracolo, perché, surriscaldato, qualche metro prima aveva già iniziato a fumare come una ciminiera.

Messo a riposo il cavallo blu, finalmente riuscimmo a gonfiare le tre gomme; nel mentre si erano avvicinati due fungaioli, incuriositi dal rumore della pompa che veniva da dietro alla macchina.

Uno di loro mi chiese cosa fosse successo.

Risposi: — martore! —

Scuotendo la testa si guardarono tra di loro, poi cercarono gli occhi del fiorista e il gringo verde, imitando il Messia, alzò gli occhi portando le braccia al cielo.

Come per miracolo riuscii a portare il mio cavallo grigio all’officina del Fulvio e lì il verdetto fu presto emesso: tre gomme forate.

Mi rassegnai alla cosa e dissi al Fulvio: — hai visto che non me le hanno appositamente sgonfiate, ma son state forate dalla martora; voi pensate sempre male! —

Anche lui mi apostrofò nuovamente: — Tarluc! Te le hanno tagliate con un coltello! —

— Ma no, Fulvio, cosa dici? La gente non può essere così cattiva e credo di non aver fatto torti a nessuno.

Dai, Fulvio, non siamo nel Bronx e su per un monte queste cose non accadono. È stata sicuramente una martora o forse un cinghiale; pensa che in passato in quel parcheggio un cervo con le sue lunghe corna ci ha anche rigato le macchine —.

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Discussioni

  1. un simpatico vicino West popolato da martore, cinghiali e cervi invece che da bisonti; e anche da cowboy: sei stato davvero abile a far scivolare la tua Varzo fin laggiù con la massima disinvoltura e a portare il lettore a stare al gioco.

  2. Sono cresciuto non tanto lontano da lì, e di persone di Bergamo e di Brescia ne ho conosciute tante. Ricordo che a Como si diceva qualcosa su entrambe le cittadine, e soprattutto sulle differenze di lingua. Mi sono divertito tantissimo leggendo questo racconto e risentendomi nelle orecchie i dialoghi con i rispettivi accenti…
    Grazie, è molto divertente.

  3. ‘Mi chiamo Giulio e vivo a Clusone, una cittadina di 8000 anime in provincia di Bergamo’ Ciao Giulio, mi chiamo Cristiana e vivo a Corte Franca, una cittadina di 7000 anime in provincia di Brescia 🙂