Il bersaglio

Non avevo altri guai che trovarmi con un etto in più sulla bilancia, o il non avere la borsa ultimo modello prima delle amiche, o che ai miei party intervenissero meno di centocinquanta invitati.

All’università andavo benissimo senza applicarmi più di tanto, avevo tantissimi amici, i ragazzi mi morivano dietro e io mi divertivo a prenderli in giro.

Quando conobbi Danilo ero sdraiata a bordo piscina nella mia villa, col drink in mano e una certa noia che si era impadronita di me, come spesso mi accadeva d’estate quando le giornate sembravano troppo lunghe e troppo uguali, scandite da feste, giro dei locali, pomeriggi svogliati e senza scopo. Anna e Glenda erano sdraiate sui lettini accanto a me, una digitava sullo smartphone con una velocità impressionante, l’altra guardava i nostri amici che giocavano in piscina.

Non avrei mai pensato che mi sarei ritrovata a rimpiangere quei momenti così banali, così noiosi , così normali.

Quando arrivò il ragazzo di Anna portando con sé un amico strabuzzai gli occhi: non avevo mai visto uno così figo! E non ero l’unica ad averlo puntato, visto che tutte le ragazze presenti single (e anche quelle impegnate) non riuscivano a staccargli gli occhi di dosso. Non potevo certo lasciarmelo sfuggire!

Passai la giornata a chiacchierare con lui: non solo era bello, ma anche simpatico e intelligente. Secondo Glenda era arrogante e presuntuoso, secondo me era solo consapevole e sicuro di sé.

La sera, quando mi coricai, ero proprio contenta: ci eravamo scambiati il numero di cellulare, oltre che l’amicizia su Facebook, e già mi aveva mandato un messaggino su Snapchat per augurarmi la buonanotte.

Era l’inizio di un sogno: la mia vita da ventenne era già bellissima così, con l’arrivo di Danilo sarebbe diventata perfetta.

Invece stava per diventare un incubo.

La sera uscivamo spesso, a volte in gruppo e a volte da soli: andavamo in giro per i locali più alla moda, oppure alle feste nelle ville dei nostri amici, e qualche volta anche al cinema, una passione di Danilo. Un’altra delle sue passioni era la motocicletta: aveva una Ducati e spesso mi portava a provare l’ebbrezza di una corsa senza limiti di velocità.

Quella sera eravamo andati in gruppo alla sorgente termale del Bullicame, presso Viterbo, noi in moto e gli altri in macchina.

Immersa in una polla, mentre gli amici ridevano e scherzavano, ero stesa da una parte, con la tiepida acqua termale fino al collo, appoggiando la testa al bordo erboso: il cielo era pieno di stelle e io mi sentivo felice come mai prima d’ora.

Io e Danilo decidemmo di rientrare a Roma prima degli altri: volevamo stare un po’ da soli.

La moto rombava sulla Cassia, ma non andavamo troppo veloci.

Quel furgone sbucò all’improvviso: io vidi soltanto una luce accecante, e poi il buio.

Quando mi svegliai ero sdraiata in un letto d’ospedale e intorno a me c’erano i miei genitori, due medici e Glenda che mi teneva la mano, piangendo.

Sentivo che parlavano con me, ma le loro voci erano lontane. Mi chiedevano come mi chiamassi, per vedere se ero in me o meno; era tutto confuso, mi sentivo intorpidita, ma non provavo dolore. Avevo la vista appannata, ma riuscivo a vedere che tutti avevano un’espressione molto preoccupata.

«Mi chiamo Susanna Della Rocca. Dove sono, cos’è successo?»

Un medico mi spiegò che c’era stato un incidente, che ero in ospedale a Roma, e che avevo subito un intervento chirurgico: ero sotto sedativi. Chiesi anche notizie di Danilo: Glenda mi rispose che era in un altro ospedale, operato anche lui, ma salvo. Mi sentivo stremata, e ripiombai nell’oscurità.

Soltanto il giorno dopo mi resi conto di ciò che era successo. Venne il dottore con una psicologa.

Non avevo più le gambe. Amputate a mezza coscia.

Quando me lo comunicarono lì per lì neppure ci credetti, perché io me le sentivo quelle dannate gambe; invece non c’erano più. Andai in shock.

Nei giorni successivi ero sempre sedata e l’apatia si era impadronita di me. Il dolore non passava. Quello fisico sì, ma dentro ero spenta. Che ne sarebbe stato di me e della mia vita meravigliosa?

Le mie amiche venivano a trovarmi sempre più di rado, perché non sopportavano la mia rabbia e la mia sofferenza; con Danilo ci eravamo sentiti per telefono, ma più i giorni passavano, più era freddo e distante. A parte fratture ed escoriazioni, lui gli arti li aveva tutti e di stare con me che ormai ero un’handicappata (sì, un’handicappata: perché usare termini buonisti o politically correct come “disabile”?) non gliene importava più nulla.

Quando dopo due mesi tornai a casa, iniziai la riabilitazione con un fisioterapista, Paolo, per imparare a gestire le “gambe finte”. La prima volta che me ne parlarono ebbi un rifiuto, mi facevano senso; poi mi rassegnai, compresi che non potevo dipendere dal prossimo per qualsiasi cosa, compreso andare al gabinetto e lavarmi.

Paolo un giorno mi parlò della meditazione zen: arrestare il flusso di pensieri, smettere di creare concetti, iniziare a sentirsi come parte di un tutto. Avrebbe anche potuto essere interessante, ma non mi stimolava affatto. Nulla aveva più importanza per me. Le feste, le uscite con gli amici, il cinema, Danilo: tutto era parte della mia vita passata, ora non ci sarebbe stato più alcun futuro.

Un giorno Paolo si presentò con un ragazzo, Alfredo. Indossava una tuta da ginnastica con il simbolo della Nazionale Italiana, ma non capivo di quale sport; mi dissero che quel giorno sarei dovuta uscire di casa. In quel periodo uscivo solo per le visite di controllo in ospedale, non volevo vedere nessuno né fare nulla. Mi costrinsero letteralmente, trascinandomi nella station vagon di Paolo.

Il centro sportivo dove mi portarono era molto bello, grande, si praticavano un sacco di attività. Mi fecero scendere e mi posizionai sulla carrozzina; mi portarono al reparto di tiro con l’arco.

«Beh, che te ne pare?» mi chiese Alfredo. Intorno a me c’era un’energia che non avevo mai percepito prima.

«Mai visto niente di più noioso» risposi. Alfredo neppure mi ascoltò; poco dopo ero con l’arco in mano, e lui mi stava spiegando le basi di quella disciplina. Incoccai e scoccai. La freccia non arrivò neppure al bersaglio. Però mi incaponii, fino a centrare almeno il cerchio colorato più largo.

Come se niente fosse, tre volte a settimana stavo lì, intestardita a cercare il centro del bersaglio. Non ci riuscivo. Dopo mesi, stavo per rinunciare, quando finalmente Alfredo e Paolo si decisero a darmi una spiegazione dei miei fallimenti.

«Ti sei appassionata, ma lo stai facendo per il motivo sbagliato. E quello su cui hai puntato finora, le tue qualità, non servono. Volontà, desiderio di farcela, gesti tecnici precisi con cui afferri l’arco, incocchi, miri, scocchi non sono così utili» disse Alfredo.

«Non capisco.»

«C’è solo un modo: devi diventare una cosa sola con l’arco, la freccia e il bersaglio. Devi esercitarti a casa, senza arco e frecce, con gli occhi chiusi. Respira e pensa di essere contemporaneamente Susanna, l’arco, la freccia e il bersaglio» spiegò Paolo.

Il famoso “zen” , insomma, quello di cui non volevo sentir parlare.

Decisi di lasciarmi andare, di accettare i loro consigli.

Alla fine colpii il bersaglio, lo colpii più volte, e non per caso.

«Brava, come hai fatto?» Mi chiese Alfredo.

«Ho seguito le tue istruzioni. Alla fine siamo diventati una cosa sola: ho colpito me stessa.»

«Bene. Ora sei pronta.»

«Pronta? Per cosa?»

Non avrei mai pensato di poter partecipare a un’Olimpiade.

La sfilata con gli altri atleti paralimpici, la stampa e la tv, un sacco di gente simpatica e soprattutto vera, profonda. Io che avevo sempre evitato di guardarle, le olimpiadi paralimpiche, perché mi facevano troppa pena gli atleti… Com’ero superficiale. Ma non voglio colpevolizzarmi, né penso di essere stata punita per questo. La mia vita ora è molto più intensa, piena, ricca e bella di prima.

Danilo e gli altri amici? Si erano fatti vivi proprio ora che le tv e i giornali parlavano di me e l’hashtag #Susizen (il mio soprannome) era il trending topic sui social, ma io non ne volevo più sapere di loro: facile essere amici quando le cose vanno bene, sparire quando vanno male, poi ricomparire per salire sul carro dei vincitori!

Passai per il rotto della cuffia alle fasi finali: «C’è qualcosa che ti turba» mi disse Alfredo. «Se non passi oltre, la tua mente rimane ancorata al rancore, e non andrai lontano.»

Richiese un supplemento di pratica meditativa, ma alla fine compresi che anche i miei amici dovevano tornare a fare parte della mia vita. Le persone vanno lasciate libere di andare e venire: insieme a me, al bersaglio, alle frecce ora c’erano pure loro.

Ora sono qui, siamo rimasti io e l’avversaria cinese. Sto per incoccare la freccia definitiva. L’avversaria sono io, non è l’altra atleta. Sono solo io. E ce la farò.

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Commenti

  1. Massimo Tivoli

    Una storia interessante che tocca numerose sfaccettature della nostra società, non solo la difficoltà di vivere con un handicap, sebbene sia il fulcro della storia. Bello il messaggio che dai, il fatto che per superare una cosa del genere prima si capisce di doverci convivere e meglio è. Molto bella anche l’immagine di vedere se stessi come l’unico avversario/ostacolo verso il potere o non potere realizzare quello che si vuole. Infine, mi è piaciuto molto anche il ritmo che dai alla narrazione che scorre veloce come un treno, senza intoppi, risultando quindi coinvolgente al lettore. Vabbè che sei brava già si sa 😀