Il biglietto
Stamattina mi sono alzata presto: di solito faccio molta più fatica a scendere dal letto, ma stavolta ho aperto gli occhi e dopo pochi secondi avevo già messo i piedi sul pavimento. E soprattutto, avevo le idee ben chiare su cosa dovevo fare.
Sono scesa in cucina per fare colazione: ormai mi sono abituata al silenzio della cucina, da quando l’ultimo dei nostri due figli è andato via di casa per andare a vivere con la sua compagna, in un appartamento fuori città. Io no, io al posto suo non avrei mai potuto: la mia vita è sempre stata qui, in periferia, al primo piano di questa palazzina, proprio sopra il negozio di vernici che mando avanti da tre anni; da quando Viktor ha pensato bene di decidere, in assoluta autonomia e senza nemmeno consultarmi, di nominarmi capofamiglia. L’ha deciso in una fresca sera d’estate: la cena che avevo preparato era pronta da un pezzo, ormai si stava raffreddando, così sono scesa per andare a dirgli di sbrigarsi, prima che in televisione cominciasse il nostro programma preferito. Appena ho messo piede in giardino, e ho infilato il vialetto di ghiaia che conduceva al magazzino, l’ho visto: stava seduto, appoggiato con la schiena al muro, con la porta ancora spalancata e le chiavi infilate nella serratura. Teneva la testa leggermente reclinata su una spalla. Sembrava dormisse.
Non ho avuto cuore nemmeno di toccarlo: mi sono seduta di fianco a lui, prendendomi le ginocchia tra le braccia e sono rimasta così, aspettando che qualcuno ci portasse via di lì.
Come dicevo, adesso sono io che mando avanti la baracca, io da sola. Cioè, non esattamente: l’attività è mia, ma ho due dipendenti, Jari e Mikko. Il primo si occupa del magazzino, il secondo di tutte le consegne. Ma in realtà non sono due dipendenti, sono due amici: lavorano con noi da sempre, conosco le loro mogli, io e mio marito siamo stati presenti a tutti i momenti più importanti della vita delle loro famiglie, ai matrimoni dei loro figli, e loro erano stati presenti ai nostri; avevano fatto festa con noi, erano invecchiati con noi, avevano condiviso tutti i momenti felici e quelli di difficoltà. Certo, non tanto quanto adesso: negli ultimi tempi gli affari sono precipitati. Viktor sapeva sempre quali persone contattare quando l’attività ristagnava, quali aziende convincere a rifornirsi da noi; ma persino lui avrebbe avuto qualche problema in un momento come questo, in cui l’economia generale era bloccata e tutte le piccole aziende a conduzione familiare come la nostra venivano soffocate dalla concorrenza – a volte decisamente illegale e senza troppi scrupoli – e soprattutto dalle troppe tasse. In poche parole, le perdite superavano di gran lunga i ricavi. Andava avanti così da due anni ormai, e tutti i soldi che avevamo messo da parte per periodi come questi erano finiti da parecchio: la soluzione, almeno temporanea, avrebbe potuto essere quella di licenziare Jari e Mikko, ma naturalmente l’idea, per quanto si riaffacciasse ogni tanto alla mia mente, veniva ricacciata indietro in un secondo. Non avrei mai potuto, né l’avrebbe mai fatto Viktor: come si può togliere il lavoro a persone che facevano parte della nostra vita praticamente da sempre?
Decisi di rivolgermi alle banche: ero riuscita a convincerne un paio a prestarmi denaro, ma anche quello ormai era finito, e non sapevo proprio come avrei fatto a restituirlo. Forse avrei potuto vendere la casa: tanto ormai ci vivevo da sola, ma tutti avrebbero mangiato la foglia, a cominciare dai miei figli. Ormai avevano la loro vita, tranquilla, serena, non potevo – non volevo – coinvolgerli nei miei problemi; e anche Jari e Mikko non ci avrebbero messo molto a capire, non erano sprovveduti, anzi, probabilmente avevano intuito le mie disavventure già da un po’. L’attività avrebbe forse coperto il debito con le banche, ma che fine avrebbero fatto loro due? Le loro famiglie? Le loro esistenze? No, non se ne parlava nemmeno.
Così, finalmente ieri sera ho preso la decisione. Stamattina mi sono alzata, sono andata in bagno e mi sono lavata in fretta, perché ero ansiosa di risolvere una volta per tutte la faccenda. Mi sentivo quasi euforica. Dopo la colazione, appena finito di sistemare la cucina, sono andata in cantina, e ho spento l’interruttore generale di energia, mentre ripensavo a Viktor e ai miei figli, pensavo a Jari, a Mikko e agli anni trascorsi con loro, alla polvere del magazzino, ai clienti abituali e affezionati, e a tutto quello che quell’azienda aveva rappresentato nei nostri giorni insieme. Qualcuno sarebbe riuscito a portarmela via? Oh no, no di sicuro.
Sono tornata in cucina, mentre pensavo a dove poterlo lasciare: ma certo, l’avrei lasciato lì, sulla mensola proprio accanto ai fornelli. Un biglietto discreto, stringato, senza troppi giri di parole. Apro i rubinetti, mi siedo su una sedia, sento le lacrime che escono. Poi non sento più niente.
(Liberamente ispirato al libro “Hurmaava joukkoitsemurha”, di Arto Paasilinna)
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