
Il blocco dello scrittore
Non so quanti di voi si siano mai cimentati nella scrittura e quanti conoscano il cosiddetto “blocco dello scrittore”: la sensazione terribile di essere bloccati, di non riuscire più a scrivere neanche una frase sensata quando fino al giorno prima le parole scorrevano chiare e limpide.
Vi garantisco che è davvero una condizione penalizzante e sgradevole, ma prima lasciate che faccia un passo indietro e mi presenti: mi chiamo Henry, e sono uno scrittore.
Oh, perdonatemi, temo d’aver già commesso un errore. Non troverete le mie opere nei centri commerciali o in qualche libreria di nicchia, piccola e nascosta in un angolo buio della vostra città. Ma procediamo con ordine.
Iniziai a scrivere all’età di vent’anni circa, e ricordo quel periodo con particolare piacere: ero animato da una sorta di esplosione creativa, un bisogno quasi fisico e quotidiano di mettere su carta i miei pensieri e dare vita ai personaggi che vivevano nella mia mente.
Passavo diverse ore chiuso nel mio monolocale, in periferia. Ma non davanti a un PC o a un tablet, come penserete voi: intingevo un pennino e vergavo le parole una dopo l’altra su spessi fogli di carta, per poi rilegare i piccoli tomi personalmente.
Lento e dispendioso, direte voi. Beh, sicuramente ricorrere alla tecnologia e a una copisteria sarebbe stato più pratico. Ma il piacere di scrivere a mano era qualcosa di non esprimibile a parole, e pazienza se ci mettevo una settimana a scrivere un racconto che qualcun altro avrebbe scritto in un’ora.
Per indole, non ero molto propenso alla vita sociale. Avevo troncato i rapporti con la mia famiglia alcuni anni prima, andandomene di casa e riuscendo a trovare alcuni lavoretti occasionali in questa città che mi consentivano di vivere dignitosamente e senza preoccupazioni economiche.
Passarono mesi. Anni. Volume dopo volume la mia personale collezione cresceva, e non era a scopo di lucro: la soddisfazione di vedere lo scaffale riempirsi delle mie creazioni era estremamente appagante.
Ero specializzato in racconti brevi, come vi ho accennato. Nulla di troppo elaborato, e non so se un editore sarebbe stato interessato a pubblicare una raccolta con il mio nome sopra, ma ero molto legato ai personaggi che prendevano vita tra le pagine, e a me andava bene così.
Ma qualcosa accadde, un giorno. Come ho detto, le mie creazioni nascevano da una spinta interiore, una fiamma che pensavo non potesse esaurirsi. Non fu così, purtroppo: il mio stile di vita, troppo solitario, inquinò la fiamma. I pensieri iniziarono ad affollare la mia mente e caddi in una sorta di depressione, una prigione interiore che crebbe fino a ingabbiare la mia mente.
Se vi state chiedendo se fu un trauma improvviso, un lutto, una perdita a causare questo mio nuovo stato d’animo, non fu così. Dicono che ognuno di noi debba convivere coi propri demoni e io avevo i miei, e in quel periodo stavano prendendo il sopravvento.
La mia ispirazione venne purtroppo compromessa. Mi capitava di passare ore e ore davanti a un foglio bianco e il pennino in mano, immobile.
Iniziai a pensare sempre più spesso che la mia carriera di scrittore, chiamiamola così, fosse finita per sempre. Era stata una parentesi durata alcuni anni, mai condivisa con nessuno, è vero, ma mi piaceva pensare che i miei libri sarebbero comunque diventati il mio lascito, la mia eredità dopo la mia morte. Chiamatemi stupido, o ingenuo, o sciocco, ma io la pensavo così.
La rinascita della mia vena artistica si materializzò un pomeriggio d’inverno. Ricordo che ero sul divano, in stato quasi catatonico come ormai spesso mi capitava e intento a guardare distrattamente un programma televisivo.
Il campanello suonò, e dopo essermi trascinato stancamente fino alla porta la aprii: una ragazza dai lunghi capelli neri e gli occhi verdi mi sorrise raggiante, presentandosi come Vanessa.
Era una rappresentante porta a porta e, pensate, il suo lavoro consisteva nel vendere libri. Beh, più o meno: doveva convincere le persone a sottoscrivere una sorta di abbonamento annuale ad una casa editrice che io in verità non avevo mai sentito e avrei ricevuto a cadenza mensile un libro a mia scelta.
La feci entrare mentre lei snocciolava con entusiasmo tutti i vantaggi dell’offerta, elencandomi alcuni titoli di romanzi a suo dire assolutamente imperdibili. Arrivata a metà dell’ingresso notò lo scaffale nella stanza accanto, con le mie opere: incuriosita si avvicinò e iniziò ad ammirarne la rilegatura artigianale, mentre io le spiegavo che erano alcuni miei racconti, scritti a mano come si usava secoli fa, e che stavo vivendo un periodo di profonda crisi creativa.
Non so se la giovane stesse recitando e si fingesse interessata alle mie creazioni per riuscire a strapparmi una firma sul contratto per l’abbonamento, ma vi assicuro che mi sembrò realmente colpita dal frutto del mio lavoro. Fu il contrasto tra i miei libri e la ragazza a farmi scattare qualcosa dentro: non potevo, non dovevo smettere di creare opere, le quali un giorno avrebbero potuto suscitare l’interesse di diverse persone, proprio come stava capitando a Vanessa in quel momento.
La rappresentante aveva posato il suo faldone di scartoffie su un tavolino e stava scorrendo con lo sguardo i vari libri. «Hanno tutti un nome proprio come titolo. Che cosa curiosa.» Ne prese uno, “Thomas”, e iniziò a sfogliarlo.
«Il titolo di ognuno è il nome del protagonista: Thomas è un giovane postino. Amo pensare di dar loro una sorta di seconda vita, in quelle pagine» spiegai, guardando la ragazza.
«In che senso? E questo inchiostro…» mi chiese la rappresentante, perplessa «come mai ha questo colore così particolare?»
Le sorrisi, e il mio sorriso si fece sempre più ampio mentre maturavo la consapevolezza che la mia attività di scrittore sarebbe andata avanti ancora per molto tempo.
«Si può dire che sia la mia firma» risposi, e un attimo dopo mi avventai su di lei: le afferrai la gola con entrambe le mani, iniziando a stringere. La ragazza rovesciò gli occhi verso l’alto e mi colpì debolmente al volto, ottenendo solo di essere spinta contro gli scaffali.
La strangolai e trascinai il corpo verso il bagno. Misi il cadavere in una vasca e con un coltello le procurai un ampio taglio lungo il braccio destro, osservando il sangue che iniziava a sgorgare e fluiva verso una brocca di vetro posizionata sotto. Preparai il pennino, pronto a essere intinto nel sangue, e più che determinato a rimettermi al lavoro.
Immaginavo già il prossimo racconto: “Vanessa”, e le vicende di questa giovane rappresentante di libri. Un personaggio femminile era quello che ci voleva per ripartire.
Insomma, se tra voi c’è qualcuno preoccupato del blocco dello scrittore, non preoccupatevi: con la giusta ispirazione, lo si supera.
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Un coup de théâtre magnifico! Apprezzato tantissimo, dall’inizio alla fine.
Grazie mille Micol!
Letto! Ha un potenziale. Ora ti scrivo
Caro Stefano, finalmente ho recuperato questo scritto dopo la tua assenza: non me ne sono pentito per nulla, complimenti! Il racconto presenta una situazione iniziale ed uno sviluppo interessantissimi, degni di quelli di E.A. Poe: un uomo afflitto da un qualche tipo di sofferenza o disagio interiore, il tutto riportato in prima persona. Personalmente, sono molto affezionato a questo stile di narrazione, per ovvie ragioni dovute alla passione per le opere dell’autore sopra citato. Ed il finale non è da meno, la cui coerenza è tuttavia lievemente minata dalla sua frettolosità. Il tutto accade davvero in modo rapido, come uno scossone che ti fa mancare la terra sotto ai piedi all’improvviso. Forse era questa la tua intenzione, ma se posso permettermi di esprimere un parere, forse la parte in cui viene detto: “Amo pensare di dar loro una sorta di seconda vita, in quelle pagine” (che ha la funzione di cominciare a seminare il dubbio che ci sia qualcosa sotto nel lettore), l’avrei estesa maggiormente. Insomma, avrei fatto girare in tondo lo squalo attorno alla preda un po’ più a lungo, anziché dargli una veloce spinta verso di essa; non so se mi spiego. Ad ogni modo complimenti ancora, spero di ricevere notifiche di tue pubblicazioni sempre più spesso, perché ciò che scrivi è estremamente godibile 😀 Un saluto!
Gabriele, ti ringrazio! L’intenzione era quella: l’incontro con Vanessa ha l’effetto di una scossa elettrica su Henry, e lui ritorna al suo hobby in maniera drastica e repentina.
Ma accolgo con molto piacere il tuo suggerimento, e ci rifletteró su.
A presto!!
Peró… bravissimo. Penso che il blocco puó capitare ma ricco di colpi di scena. Piaciuto molto
Ne sono lieto. Grazie Giglio!
Caro Henry,
perdona questo tono amichevole. Sono convinto che, tra “colleghi”, si possa parlare senza remore.
lo, come te, ho iniziato a scrivere per passione e con tanto di penna e calamaio. Ma il mio problema, te lo dico tout court, è stato sin dall’inizio legato alla ferma decisione di non cambiare mai il colore dell’inchiostro: nero come la pece, vero marchio di fabbrica. Se vuoi, il riflesso del “mood” di tanti miei scritti.
Ora, spero che apprezzerai questo mio slancio in avanti, lo ammetto gratuito e forse, perfino, inopportuno. Si tratta di un segreto che, come ogni confidenza non richiesta, resta in bilico tra la “perla di saggezza” e la futile boutade di cui potevamo fare a meno: la nobile congrega a cui, forse indegnamente, siamo fieri di appartenere pone, come unica condizione, quella del “blocco obbligatorio”. In sostanza, che l’attitudine naturale di ogni scrittore sia improntata a una inerzia di fondo affinché egli possa udire, osservare, ascoltare fuori e dentro il proprio cuore pulsante. Nella pergamena d’istituzione del circolo esclusivo il motivo di tale scelta è inciso a chiare lettere: che i seguaci non diventino, come certi pseudo scrittori, fiumi incontenibili di vane parole.
Ti devo però lasciare, altri importanti impegni richiedono la mia attenzione. Ma non senza una preghiera personale: semmai ti capitasse di incrociare Sir Stefano Favaro (so che la tua dimora non dista molto dalla sua) salutalo per me e fagli i complimenti perché, ultimamente, ho letto il suo ultimo lavoro. Ben scritto, ottimamente confezionato e con uno spunto davvero originale. Per un amante come me dei racconti del grande maestro E. A. Poe non poteva passare inosservato, e il suo finale rientra tra quelli che lo scrittore d’oltreoceano avrebbe potuto immaginare.
Voglio essere superbo e affermare, qui, che me l’aspettavo: la lunga assenza di Sir Favaro era un chiaro indizio di come il blocco dello scrittore lo tenesse stretto nella sua morsa, foriera di tante belle righe.
A presto.
Roberto, Henry mi ha lasciato un biglietto in buca dicendomi che mi hai cercato 🙂
Ti ringrazio per il tuo commento, come sempre originale, e sono lieto che il racconto ti sia piaciuto.
Sono stato assente per vicende personali, ora ho nuovamente tempo per dilettarmi con la scrittura (davanti a un pc, nonostante Henry insista nel farmi provare il suo metodo).
A presto!!
“Il campanello suonò, e dopo essermi trascinato stancamente fino alla porta la aprii: una ragazza dai lunghi capelli neri e gli occhi verdi mi sorrise raggiante, presentandosi come Vanessa”
A questo punto, mi immaginavo altro…😂
Ahahah
Veramente un’ottima prova! Originale a dir poco e interessante. Nonché curiosa. Il finale a sorpresa che stupisce e fa sorridere con un certo sadismo da parte di chi legge. Mi sono ritrovata a pensare “Però! Ottima idea da cui trarre fonte d’ispirazione”. Il blocco ce lo abbiamo tutti ogni tanto o anche spesso, perché, come dici tu, i demoni prendono il sopravvento. La prossima volta mi ricorderò di Vanessa e di quel tipo di inchiostro speciale…Bravo Stefano!
Cristiana, ti ringrazio davvero 🙂
Vanessa è stata inconsapevolmente una musa ispiratrice…purtroppo per lei 🙂