
Il cacciatore di compsognati
Innanzitutto era arrabbiato.
Aveva addosso una tale furia…
Però non doveva dimenticare il dovere.
Camminava nel sentiero, la giungla gli era amica.
«Dove siete?» borbottava. «Dove siete?» ripeteva.
Intravide un’ombra in mezzo alla giungla. Spostò il lanciarete in quella direzione, lo scagliò. Era sicuro di aver preso qualcosa, corse da quella parte, un attimo dopo cacciò un’imprecazione. No, non aveva preso nulla.
Si augurò per la prossima volta di farcela. Riprese il cammino, il lanciarete era pronto, scrutava ogni lato della giungla con gli occhi e l’attrezzo.
Era strano che non ne avesse trovato ancora uno di più. In genere era più fortunato.
Un altro movimento.
Lanciò la rete e alle orecchie gli giunse un rumore simile a quello di un topo che squittiva.
Urlò: «Bingo». E ancora: «Ce l’ho fatta».
Raggiunse il luogo in cui aveva lanciato la rete e vide un piccolo rettile che si contorceva nella rete, sembrava dire: “Liberami, liberami”, ma spiacente, era il suo lavoro.
Ripose nella tasca in lanciarete e stordì il compsognato.
Il piccolo rettile, grande quanto un pollo, stramazzò a terra e lui lanciò un ruggito di gioia. Raccolse il compsognato e lo portò fino all’astronave. Ce n’erano già molti altri, uno stava per risvegliarsi e lui lo fece riaddormentare con una scossa dello storditore.
Li contò, erano abbastanza. «È stata una buona giornata» commentò. «Forse un po’ più lunga e faticosa delle altre, ma sempre buona».
Fece il punto della situazione: il trasportatore era in ordine, nessun compsognato intendeva risvegliarsi e fuggire. Ripose l’attrezzatura e si mise alla guida del mezzo. Diede energia e lasciò Paleopianeta. Era venuto il momento di abbandonare quelle contrade, adesso sarebbe rientrato a casa e avrebbe venduto i compsognati: qualcuno sarebbe finito per fare da animale da compagnia, altri sarebbero stati fritti… L’idea di mangiare dei rettili lo faceva vomitare, ma c’erano sempre gusti diversi.
In pochi minuti si avvicinò all’astronave, entrò e lasciò lì le prede. Aveva voglia di lavarsi la faccia, se la sentiva untuosa.
Lasciò il lanciarete e lo storditore con l’astronave e corse in bagno, si ripulì e vedendosi allo specchio rimase a bocca spalancata.
«Ma io… sono tutti».
Si ricordò di cos’era successo. Lui era tutti! Gli era capitato di essersi ritrovato alla tastiera del computer e a scrivere uno strano racconto, così era arrivata una scossa ed era diventato chiunque sulla Terra.
«Poteva andarmi sempre male» commentò, «potevo essere nessuno».
Doveva pensare al dovere.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi
Si tratta, a mio parere, di un racconto interessante da più punti di vista. Dallo stile asciutto, all’ambientazione, fino al finale. Mi piace l’idea che il protagonista sia “chiunque” sulla Terra, o che chiunque abbia il viso del protagonista. Un po’ alla John Malkovich. Inquietante!
Ti ringrazio Cristiana! Ma perché “inquietante”?
Mi è sempre sembrato “inquietante” quel film dove tutti avevano la faccia di Malkovich, mi provoca un senso di soffocamento. L’umanità è bella perchè abbiamo tutti facce diverse. Per questa trovata, quindi, il tuo finale mi è sembrato azzeccatissimo
Capito!