il Caffé

Ti accorgevi piano piano che l’inverno stava arrivando dall’umido che ti penetrava dentro le ossa. Perfino il pugno di Marco Calvani, che avevi ricevuto gratis in quarta elementare, dritto sotto al mento e che ti aveva sub lussato la mascella, lo sentivi pulsare come tutti i dicembre della tua vita.  Da qualche anno a questa parte te ne stavi seduto su quello sporchissimo furgoncino bianco, tutto il giorno, aspettando che una svolta epocale calasse per cambiare la tua vita da un momento all’altro. Speravi tipo in una vittoria al 10 e lotto, al vinci casa, alla snai, oppure su uno di quegli schifosissimi siti di poker online. Ma non cambiava mai niente. tutte le mattine ti svegliavi all’alba, solita colazione, rigorosamente salata, bacon, uova e fetta di pane unto, una veloce lavata di denti e faccia e partivi. Entravi in macchina sbadigliando oltre la media, dentro l’officina per il cambio mezzo. 

Prima tappa Liceo Scentifico Alessandro Volta, lo sai prima di entrare che sarai fuori in 15 minuti scarsi, il tempo di riempire tutte le macchinette ed evitare la vecchia Paolina, che tutte le sante mattine vuole parlare di politica, e a te la politica fa cagare. Fa cagare davvero.

Seconda tappa Liceo Classico Parini, qui ti trattieni un po’ più del necessario, l’insegnante di sostegno è molto carina, e porta sempre il suo piccolo custodito a vederti lavorare, ha dei modi di fare molto carini e gentili, è l’unica che sa farti sorridere un pochino tutti i giorni. Un giorno o l’latro le chiederai di uscire. Magari subito dopo aver trovato almeno il coraggio di chiederle come si chiama. 

Ultima tappa Istituto tecnico industriale Ettore Molinari. I soliti cazzi enormi disegnati ovunque, e tu in mezzo a tutto quel marasma, ti guardi intimorito con il tuo marsupietto da gay pieno di monetine. Ma si sa, i bulletti annusano la paura a chilometri di distanza, e tu ne puzzi. I bulli di oggi sono ben peggiori di quelli dei tuoi tempi. Per di più al Molinari ci lavora anche Marco Calvani. Fa il professore di Educazione Fisica. Non ti da più i cazzotti gratis come alle elementari, o alle medie, ed occasionalmente al campetto di calcio fangoso nelle domeniche assolate. No, quello no di certo. Adesso vuole semplicemente che tu gli offra un caffé tutte le sante mattine. E tu sei servile, e gli dici sempre di si. Gli sai rispondere sempre e solo sì. che ci vuoi fare del resto, tu sei solo lo stupido che riempie le macchinette del caffé, lui è quello laureato, quello importante. Tu sei solo quello che resta dei suoi cazzotti puerili.

Quanti giorni hai passato seduto nel furgone, stringendo il solito panino salame spagnolo alle erbe, guardando il cancello dell’I.T.I. aspettando l’uscita di Marco? Forse troppi, ti dici spesso. E quante volte lo hai seguito con lo sguardo e sperato che fosse il giorno giusto per stenderlo con il furgoncino bianco?

E non era mai il giorno giusto.

Era questa la tua routine prima che tutto ti sfuggisse di mano.

Prima di incontrare quella sera Marco Calvani. Era seduto ad un bar sui Navigli. stava consumando un aperitivo alla moda. Con lei. Silvia. Sì, lo hai scoperto così il nome della bellissima e gentilissima insegnante  di sostegno. Quella stessa notte lo affogasti nel fiume senza pensarci troppo su.

Adesso del tuo amato caffé non ti interessa più molto. Non devi più imparare a memoria quale sia il più corposo, se l’arabica o l’iberica, addio “è più buono quello della moca” oppure “quello del bar è meglio”. Saluti anche con un sorriso la divisa con disegnata la tazza fumante. Arrivederci Starbucks che ti aveva rubato una larga fetta di mercato con le sue brodose miscele servite nel cartone. A mai più Mcdonalds con i suoi caffedì.

L’unica cosa che ancora riesce a rubarti il sorriso è quel dolore all’articolazione della mascella. Segno indelebile del passaggio di Marco Calvani. Stimato professore di fisica e bulletto annegato da una sua vittima d’infanzia. 

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Commenti

  1. Tiziano Pitisci

    Bellissimo anche questo, Pompeo. Mi piace la tua scrittura di getto e lo srotolarsi della trama in poche e concentrate battute; la routine quotidiana contaminata da un passato irrisolto (ma non irrisolvibile, evidentemente); il rancore che si fa reazione (anche se postuma). Bravo.