Il casolare

Serie: La migliore estate della mia vita


Passare l’estate nel piccolo paesino di campagna dove vivono i miei nonni non è stato sempre molto entusiasmante. Ci trascorro ogni estate da quando sono nata, insieme a mia madre e mio fratello maggiore. Alessandro è sempre stato più fortunato di me. Abbiamo cinque anni di differenza, si è fatto subito degli amici e quindi, passa il tempo più fuori che dentro casa.

Io, invece, non avendo miei coetanei vicini, trascorro ogni giorno con mia madre e miei nonni. Qualche volta mi portano al mare o in città a fare spese, ma il più del tempo lo passiamo in quell’enorme casa.

La cosa positiva è che quelle mura di pietra spesse non fanno trapelare la calura estiva e non dobbiamo lottare con le zanzare per dormire.

Quando sono stanca di giocare in casa, corro in giardino. È enorme e tutto verde. È delimitato lungo il confine da una recinzione, il prato è verde e sempre fresco, basta guardarlo per farti venire voglia di tuffarci i piedi nudi e correre liberi.

Al centro un viottolo di cemento porta la strada fino all’ingresso della casa. Ai due lati ci sono fiori e piante di tutte le varietà. E i miei alberi preferiti. I salici piangenti.

Ce ne sono tre, uno ad ogni lato, poi un terzo al fianco della casa come a volerla proteggere dalle intrusioni esterne.

Sono molto più alti di me. I loro rami guardano il terreno mi fanno sognare ogni volta che li guardo. Mi piace correre fino al tronco e nascondermi all’interno di quelle intricate foglie verdi.

Mi sento al sicuro, protetta da un’entità superiore a noi, che chiamiamo madre natura.

Quando le giornate sono particolarmente noiose corro fino alla recinzione e osservo il casolare disabitato, dista qualche centinaio di metri a vista d’occhio. Mio nonno dice che durante l’inverno viene un uomo a fare le dovute manutenzioni e poi se ne va. Ogni anno spero di vedere le finestre aperte e sentire un vociare di bambini provenire dall’interno.

Ma ogni volta è sempre chiuso.

L’estate dei miei otto sta per iniziare.

Siamo in treno, mio nonno ci aspetta alla stazione della città più vicina, l’unica disponibile. Mi piace viaggiare sul treno. Mi incanto a osservare il paesaggio che scorre affianco a noi. Vedo le persone scendere alle diverse stazioni e salutare con affetto i propri familiari. Aurora, Aurora! Alzati, dobbiamo scendere!

Quando l’altoparlante chiama la nostra fermata ci avviciniamo alla porta e facciamo la gara a chi vede per prima il nonno. Non vinco mai, ma me lo fanno credere. Sono troppo bassa per vedere in mezzo alla calca di gente. Mio nonno è un uomo alto e magro, dai capelli argentati e un naso troppo grande per la sua faccia. Ha l’aspetto severo, ma soltanto per chi non lo conosce. È la persona più gentile e affettuosa che esista.

Lo abbracciamo forte e poi ci avviamo alla sua macchina, carichiamo le valigie e l’avvio del motore ci avvisa che la destinazione è prossima.

Mia nonna ci vizia. Teme che non mangiamo abbastanza cose buone e genuine. Non abbiamo l’orto e non raccogliamo la frutta direttamente dall’albero. Ogni anno ci prepara un banchetto degno di un nobile, con mille dolcetti e focacce appena sfornate.

È una donna paffuta e con due guance rotonde e due occhi leggermente infossati ma sempre vispi.

Ci stritola in un abbraccio e ci riempie di baci. Il tempo, su di lei, ha uno strano effetto, le lascia delle piccole rughe sempre più evidenti ma la vitalità di una ragazza di vent’anni.

Lavora affianco a mio nonno da quasi cinquant’anni e non si è mai lamentata della vita che conducono. Mia madre gli ha detto tante volte di venire a riposare in città e abbandonare la campagna, la terra e gli animali, ma credo che le occhiatacce del nonno parlino da sole. Non lasceranno mai quella casa.

Dopo esserci salutati e sbaciucchiati per bene, la nonna ci intima di lavarci le mani, altrimenti niente focacce calde.

Non me lo faccio ripetere due volte e corro a lavarle per addentare le delizie che ci prepara.

Dopo esserci riempiti la pancia, mio fratello corre via dai suoi amici, mia madre disfa le valigie e io mi faccio una passeggiata nel giardino.

Vado a salutare i miei amici salici piangenti, gli unici, oltre ai nonni, ad aspettarmi. Gli vado vicino e accarezzo la corteccia, ci parlo come se fossero cuccioli di cani.

Poi faccio tutto il giro e qualcosa attira la mia attenzione.

La casa vicina ha le finestre aperte.

Corro vicino alla recinzione e mi alzo sulle punte dei piedi per cercare di avere una visione migliore. Non è un miraggio, le finestre sono aperte e sento il vociare di persone. Rimango a guardare, troppo incuriosita, aspetto che esca qualcuno e incrocio le dita perché ci sia qualche bambino della mia età con cui giocare.

La nonna mi sorprende a spiare i nuovi vicini, mi dice che si sono trasferiti da poco. Sono una famiglia con tre bambini, hanno 9, 6 e 2 anni. Saltello di gioia alle sue parole. La nonna mi sorride e mi accarezza la guancia.

Durante gli anni passati mi ha coinvolta in ogni sua attività. Ho impastato il pane, ho dato da mangiare alle galline, zappato la terra, travasato fiori e quant’altro, mi sono sempre divertita ma mi mancava terribilmente giocare con qualcuno della mia età.

La nonna mi ha detto che gli ha parlato del nostro arrivo e presto verranno a presentarsi. Non vedo l’ora.

Rientro in casa al richiamo di mia madre, devo farmi la doccia.

Trascino i piedi fino al bagno e mi lascio lavare i miei lunghi capelli dalle sue mani sapienti. Profumo di vaniglia e camomilla.

Mentre scendo le scale per andare al piano inferiore sento delle voci. Sono bambini. Affretto il passo.

Mi ritrovo davanti due bambini, il più grande è poco più alto di me, ha dei capelli castani corti con un ciuffo che gli cade sulla fronte e gli incisivi grandi e larghi che si vedono dal suo sorriso. Sua sorella più piccola gli tiene la mano, ha i capelli dello stesso colore legati in una mezza coda con qualche ciocca che sfugge all’elastico. Sembra timida e vorrebbe farsi scudo dietro al fratello.

Ci presentiamo, la nonna gli offre la merenda e poi corriamo a giocare fuori.

Il cielo non ha neanche una nuvola, ma tira un bel vento fresco.

Io ed Eugenio leghiamo subito. Mi chiede di chiamarlo Genio, il suo nome non gli piace. Sua sorella, Emilia, all’inizio rimane sulle sue. Dopo un po’ si unisce a noi.

Giochiamo a rincorrerci finché la loro mamma li chiama per la cena. Genio mi da appuntamento per il giorno dopo nel pomeriggio e di preparami per vivere un’avventura.

Serie: La migliore estate della mia vita


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