
Il cavaliere del coniglio
Ogni abitante aveva un compito preciso, un lavoro da svolgere. C’era il fornaio che faceva il pane, il muratore che costruiva le case e il sarto che cuciva i vestiti. C’era perfino un astronomo, che guardava le stelle di notte e faceva le proprie congetture sull’universo. Ognuno svolgeva le proprie attività con amore e pazienza. Certi giorni il panettiere si sentiva un po’ affaticato dal suo lavoro; allora era più stanco e annoiato. Ma non durava molto, si riprendeva subito pensando alle persone che amavano il suo pane, e ricominciava volentieri a lavorare. Lo stesso capitava al muratore e al sarto; persino l’astronomo a volte non ne poteva più, ma alla fine tutti amavano il proprio lavoro e ne traevano grandi soddisfazioni. Senza un compito preciso la gente del paese non ti avrebbe preso in considerazione. D’altra parte essere felici, o tristi, o spaventati, o pensierosi non è mica come essere fornai, o muratori o sarti. L’importante era che ognuno avesse un compito, il resto seguiva naturalmente.
Si capisce come, in un simile contesto, una persona come Enrichetto si sentisse a disagio. Ormai era un giovanotto fatto e finito, pronto per entrare a far parte della piccola comunità del paese. Eppure no, ancora esitava. Come un topolino che spunta dal buco nel muro, attento a non farsi vedere, Enrichetto guardava gli abitanti dagli angoli delle strade, da dietro le finestre di casa. Era curioso della vita dei suoi compaesani, curioso e spaventato. La gente lo guardava e gli parlava alle spalle. Che disgraziato, dicevano, quell’Enrichetto senza arte né parte, alla sua età e ancora senza occupazione.
In quel paesello la professione era tanto importante da sostituire i nomi di famiglia. Salve fornaio, diceva il sarto. Buongiorno a lei caro sarto, rispondeva il fornaio. Naturalmente avevano dei nomi, il sarto e il fornaio, ma non erano poi così importanti. Il povero Enrichetto aveva soltanto il suo nome. Suo padre non gli aveva lasciato nessun mestiere in eredità. A differenza degli altri ragazzi, che erano cresciuti fin da piccoli nelle botteghe dei propri genitori e ne avevano imparato l’arte, Enrichetto era cresciuto da solo. Non sapeva cuocere il pane, né costruire muri o cucire vestiti. Si guardava dentro e poi voltava lo sguardo verso gli abitanti del paese, tutti presi dalle loro occupazioni. A volte gli veniva da piangere e si sentiva solo. Allora andava in fondo al paese, dove stavano alcune gabbie per i conigli. Si sedeva e confidava loro i suoi dolori, loro che avevano delle orecchie così grosse per ascoltarlo.
Visto che nessuno lo chiamava mai, perché nessuno aveva bisogno di lui, poco a poco dimenticò il suo nome. Enrichino? Enricuccio? Per ricordarselo avrebbe dovuto iniziare a parlare da solo, ma questa gli sembrava proprio una cosa da svitati. Si rese conto che la gente in paese iniziò a evitarlo, a guardarlo sempre meno volentieri. Enrichetto era addolorato per questo. Si sentiva solo e incapace, ma sembrava che la gente non avesse pazienza con lui. Ogni tanto avrebbe voluto scendere in strada e mettersi a gridare. Avrebbe fatto volare il cappello a tutti i passanti pur di farsi notare, pur di ricevere attenzioni da qualcuno. Ma aveva troppa paura per farlo davvero. Camminava per le vie del paesello, a testa china, immaginando a come sarebbe stato diverso se avesse avuto un’occupazione. Soltanto quando arrivava dai conigli si sentiva un po’ meglio, soltanto allora riusciva a piangere e il suo cuore si scaldava.
Le cose andarono avanti così per diversi anni, finché un giorno si avvicinarono a Enrichetto alcuni ragazzi della sua età. Li vide arrivare da lontano ma gli fu difficile credere che stessero proprio venendogli incontro. Quando furono abbastanza vicini gli fecero cenno di fermarsi. Enrichetto si fermò, senza fiato dalla sorpresa e dalla paura. Cosa mai avrebbero potuto volere da lui? Era così tanto tempo che nessuno lo degnava di uno sguardo.
Chi sei? Chi sei? Guardati intorno; non c’è nessuno senza identità nel paese, a parte te, disse uno di loro. Come puoi essere diventato così grande senza nemmeno avere un’occupazione; cosa fai tutto il giorno per meritarti di vivere qui?
Enrichetto impallidì. Non riusciva a pensare. La testa iniziò a girargli forte, le mani sudavano. Avrebbe voluto scappare ma sentì di non riuscire a muovere nemmeno la punta del proprio naso.
Tutto il paese è d’accordo sul fatto che se vuoi rimanere con noi devi trovarti un’occupazione, un lavoro che rispecchi chi sei e che finalmente ti dia un nome e un’identità, proseguì il giovane.
Enrichetto sapeva che prima o poi sarebbe arrivato questo momento, ma lì per lì non si sentì pronto. I conigli, riuscì a balbettare; a me piacciono i conigli. E, preso dal panico, iniziò a muoversi come se fosse stato in groppa ad un coniglio. Saltellava di qua e di là tenendo le briglie in mano e attento a non farsi disarcionare. Naturalmente i conigli reali sono troppo piccoli per essere cavalcati, ma Enrichetto riuscì a immaginarsene uno abbastanza grande da reggere il suo peso.
All’improvviso gli parve di sentirsi vivo. Gli parve di svegliarsi come da un sonno lunghissimo, da un incubo forse. Adesso che era a cavallo del suo coniglio gigante si sentiva al sicuro, e sapeva che la gente avrebbe finalmente potuto salutarlo di nuovo. Salve cavaliere del coniglio, gli avrebbero detto. E lui, dall’alto della sua cavalcatura avrebbe cortesemente risposto. Non avrebbe provato alcun rancore per tutti quegli anni in cui lo avevano trascurato, facendolo sentire solo e abbandonato. Da oggi in avanti sarebbe stato tutto diverso, lo sentiva. Lo avrebbero guardato e rispettato tutti, lui, Enrichetto, il cavaliere del coniglio.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fiabe e Favole
La poetica malinconia di questo racconto mi ha colpito.
Da un lato, concordo col commento di Micol: la società necessita di etichettati in qualche modo, se non sei perfettamente inserito nel contesto convenzionale, sei emarginato
Dall’altro, il povero Enrichetto, non riuscendo ad ottenere questa “omologazione” è costretto a rifuguarsi nel “suo” mondo, scivola in una forma di follia protettiva, un’evasione da un mondo in cui non riesce ad essere accettato.
Questo è ciò che mi trasmette il tuo racconto, e lo trovo davvero ben pensato e ben scritto.
“Allora andava in fondo al paese, dove stavano alcune gabbie per i conigli. Si sedeva e confidava loro i suoi dolori, loro che avevano delle orecchie così grosse per ascoltarlo.”
Questo passaggio mi è piaciuto
Grazie dei commenti!
Ciao Giovanni Battista, ho letto il tuo racconto con senso di impotenza. La metafora è azzeccata, purtroppo la società ci vincola ad un ruolo. L’emisfero sinistro ripudia quello destro 🙁
“Chi sei? Chi sei? Guardati intorno; non c’è nessuno senza identità nel paese, a parte te, disse uno di loro. Come puoi essere diventato così grande senza nemmeno avere un’occupazione; cosa fai tutto il giorno per meritarti di vivere qui?”
Il mondo tende a mettere un’etichetta a tutti, guai essere diversi
Alla fine Enrichetto ha trovato la sua strada…