
Il cavaliere del sogno
Il sole splendeva sulla fattoria e su tutti i suoi campi. Il caldo estivo era accompagnato da una leggera afa, interrotta da fragili brezze che nascevano e morivano senza preavviso. Dante, come gli altri bambini, giocava a tutti e a nessun gioco mischiando caoticamente il rincorrere ed il nascondersi, la lotta e la ricerca di tesori preziosi. E fu durante l’inseguimento d’un grosso rospo che incappò nel cavaliere.
Lo trovò seduto su d’un masso all’ombra del vecchio ulivo, al riparo dai colpi del sol leone e chino coi gomiti sulle ginocchia come a riprender fiato.
Dante lo guardò bene, pur senza avvicinarsi molto: l’armatura era più simile alla cenere che all’acciaio per brillantezza ed il mantello così logoro da far dubitare che una volta potesse aver avuto un qualsiasi colore. L’elmo era ammaccato e copriva tutto il volto, lasciandosi sfuggire da sotto un accenno di peluria bianca. Il cavaliere stava immobile con la spada piantata a terra e le mani ben poggiate sulla guardia.
Dante rimase a fissarlo ad una ventina di passi, intimidito da quella figura che sembrava uscita dalle favole che il nonno raccontava la sera, quando lui ed i suoi fratelli riuscivano, in cambio, a portargli un sasso dalla forma strana od un bel bastone con cui aiutarsi a camminare. Quando la grigia figura notò di essere osservata, gli fece segno d’avvicinarsi.
“Piccolo, sapresti dirmi dove siamo?” La voce bassa e rauca riverberò nell’elmo.
“Siete alla fattoria di padron Moggia, signore.”
L’elmo si mosse su e giù ad annuire. “Ed a quale città siamo prossimi?”
Cadde il silenzio tra i due, mentre Dante cercava di ricordare dei nomi di città nominate a tavola. “Milano?”
Il cavaliere scattò con la testa. “Milano? Possibile? Non siamo più in Toscana?” Dante fece spallucce fissando l’elmo ammaccato. Il cavaliere sbuffò e se lo sfilò, rivelando un volto anziano ed un’incolta barba bianca. “Dì un po’, hai idea di dove siamo o no?”
“So che siamo alla fattoria di padron Moggia, che ad Est c’è un lungo fiume in cui non devo nuotare da solo e a Sud una foresta che non devo esplorare.”
“Uhm, e tu queste cose le fai lo stesso non è vero?”
Dante si guardò i piedi. “Sì.”
“Bravo ragazzo. Serve essere temerari in questa vita, dato che non ce ne verrà concessa un’altra. Se non sai dove siamo di preciso hai almeno con te dell’acqua, giovane della fattoria Moggia?” Il cavaliere si asciugò il sudore con un guanto dell’armatura. Dante pensò che dovesse essere tanto rovente da poterci cuocere un uovo.
“No signore, ma come ho detto ad Est c’è il fiume.” Si studiarono a vicenda all’ombra del grande vecchio ulivo. “Non avete caldo con quell’armatura addosso?”
Il vecchio sorrise, chiudendo gli occhi mentre offriva il proprio volto ad una carezza di vento. “Sì. Sì ho caldo, ma non ho tempo per togliere l’armatura e riposarmi. Lo farò stasera, dopo questa pausa cercherò di percorrere ancora qualche miglio.”
“E dove state andando?” La paura di Dante aveva lasciato posto ad una tenera curiosità per l’anziano, andandosi a sedere affianco a lui sotto all’albero. Da vicino lo guardò meglio: il volto era emaciato e pallido seppur vigoroso, sembrava vecchio come il nonno ma forte come il padre. L’armatura era rotta in diversi punti ed in altri molto rovinata, ma più che segni d’incuria davano l’impressione d’essere cicatrici. Le cicale riempivano i silenzi tra il vecchio ed il bambino, mentre Dante si domandava quante battaglie avesse combattuto.
“Andrò ad Est, penso.” Concluse il vecchio con tono malinconico.
“Cosa c’è ad Est?”
“Beh, tanto per cominciare il fiume. E dopo aver bevuto penso di continuare verso Nord, dove spero che il sole sia meno tenace.”
La risposta non aveva soddisfatto Dante, che una volta acquisita confidenza era inesorabile come la Decima a fine mese. “E dopo? Dove dovete andare? Cosa dovete fare?” Le cicale si erano azzittite e la brezza era cessata, lasciando un silenzio fermo e pesante nell’aria.
Il cavaliere guardava Dante, seduto accanto a lui e curioso come un gatto. Sorrise tristemente. “Non lo so. Non me lo ricordo.”
“Non ve lo ricordate? Perché viaggiate allora?”
Si osservarono. Dante vide due occhi stanchi, ma ancora vivi e brillanti, un accenno di cataratta sull’occhio destro come al nonno. Il vecchio sospirò. “Come ti chiami, piccolo?”
“Dante. E voi?”
“Quelli che mi conoscono mi chiamano Morfeo, come il dio greco dei sogni, figlio di Ipno e di Notte, il sonno ed il buio. Non ho altri appellativi con cui riferirmi, se non questo nome ed il titolo di Cavaliere. Per te non vorrà dire ancora molto, ma un giorno capirai: molti vogliono vivere una vita lunga, ma dobbiamo pagare tutti il prezzo della vecchiaia. Ed il prezzo che la vecchiaia può esigere è di tre tipi: la mente, il corpo e lo spirito. Vedi piccolo Dante, per me la vecchiaia è arrivata a riscuotere il suo dazio ben prima del dovuto ed ha reclamato in fretta la mia mente, poi pian piano si sta prendendo il mio corpo, ma non ha avuto e non avrà mai la forza di sottrarmi il mio spirito. Tu sei ancora giovane e spensierato, ma crescendo ci si vincola a dei doveri forti come radici di quercia ed a volte altrettanto profondi. Capisci?” Il piccolo scosse la testa confuso, facendo ridere Morfeo. Il cavaliere s’inumidì le labbra secche e cercò le parole giuste negli occhi curiosi del bambino.
“Un tempo ero un cavaliere, e di questo ne sono certo. E sono altrettanto certo di aver fatto un voto tanto importante da abbandonare casata, famiglia, amici e ricchezza. Sono partito tanti tanti anni fa per una ricerca alla quale ho fatto voto come Cavaliere di non fare ritorno finché non avessi trovato ciò che cercavo.”
“E cosa cercava?”
“Aimé, non lo ricordo più. E’ da tanto che la mia memoria è stata rubata, a poco a poco come un topolino che chicco dopo chicco svuota il granaio.”
Dante non capiva, calciò un sasso vicino al suo piede. “E non potrebbe tornare a casa? Che senso ha continuare a cercare, se non sa cosa cerca?”
“Non posso. Seppur la mia mente sia spezzata, non lo è il mio spirito. Ho fatto giuramento di non fermarmi finché non avessi completato la ricerca e così farò. Non ho più una casa a cui fare ritorno, o quantomeno una di cui ricordi. Quando troverò ciò che cerco potrò finalmente fermarmi e riposare. Trovare dei campi baciati dal sole, gestire la terra e dimenticare tutto in pace fino a quando un riposo ben più profondo mi coglierà.”
Dante non era convinto di questa risposta. “Ma come farà a sapere che avrà trovato ciò che cerca, se non ricorda cos’è?”
Le cicale ripresero il loro canto ed il vecchio fece un profondo respiro. “Lo riconoscerò quando lo troverò. Dev’essere così. E se così non fosse continuerò la ricerca per un altro secolo, ed un altro ancora se fosse necessario.”
Dante alzò lo sguardo dai suoi piedi e vide il volto del cavaliere rigato dalle lacrime come due lunghi solchi scavati nelle guance polverose.
Morfeo afferrò il suo elmo e con lentezza lo mise, poi facendo leva sulla sua spada si alzò. Agli occhi di Dante somigliava all’ulivo sotto a cui si erano seduti: grande, antico, vecchio e fragile.
Il cavaliere rinfoderò la spada. “Sono stanco ed ho molta sete, mi rimetto in cammino. Addio piccolo Dante, non smettere di esplorare boschi e di nuotare nei fiumi. Salute e giovinezza sono cosa rara ed effimera. Goditele e ricordati della mia storia, ch’io non potrò più farlo un giorno.”
Il grigio cavaliere s’incamminò verso Est e Dante lo seguì con lo sguardo fino a quando scomparve dietro la collina. Rimase seduto sotto l’ulivo pensando al vecchio. Guardò l’orizzonte a lungo prima di alzarsi e correre verso casa sorridendo emozionato.
Questa volta aveva lui una storia da raccontare, ed i suoi fratelli avrebbero dovuto portargli i sassi più belli ed i bastoni più robusti per sentirla.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
“Questa volta aveva lui una storia da raccontare”
Una bellissima pennellata finale
Un racconto delicato che parla del ricordo e che ti entra dentro riga dopo riga. Complimenti
Bella Andrea. Le care vecchie belle storie, che raccontavano i nostri nonni, e che noi dovremmo raccontare ai nostri bimbi
Molto bella e delicata, sì.
E piange piena di significati, e di tanta tristezza per il tempo che passa e si porta via la cosa più preziosa che abbiamo: i nostri ricordi, che danno senso alla vita.
Delicata e poetica visione della vita (e, forse, anche oltre). Riuscire a trasmettere emozioni forti in uno spazio così breve non è da tutti. Luoghi e dialoghi viaggiano in sintonia, fino a raggiungere l’anima di chi legge. Non scrivo spesso di emozioni e ammiro chi lo fa con questa intensità.
il cavaliere, uno spirito errante, consumato dalla ricerca di qualcosa , forse sè stesso ? Credo che la bellezza di questo racconto deriva proprio dalle molteplici possibilità di interpretazione che gli conferiscono un tono di universalità , davvero complimenti !
Bellissimo.
Non ci sono altri modi per descrivere questo racconto. È come un sussurro che ti entra dentro, lasciando un significato che solo il tempo schiuderà.
Grazie, mi auguro sbocci qualcosa di significativo da quel sussurro!