Il cielo
Peppe e Pepita si erano conosciuti a una sagra di paese, tra una pentolaccia e il profumo delle salsicce arrosto.
Lui era un giovane coi baffi sottili e una parlantina da mercante arabo; lei aveva le ascelle non depilate e rideva con tutta la testa all’indietro. Dopo due settimane di messaggi, passeggiate al tramonto e gelati condivisi, erano arrivati a una conclusione semplice: starsene finalmente un po’ da soli.
La prima idea venne a Peppe una domenica pomeriggio.
«Conosco un posto romantico,» disse con aria misteriosa. «Una casetta abbandonata vicino al lago.»
Pepita lo guardò sospettosa. «Romantico quanto?»
Arrivarono dopo mezz’ora di Apecar, col quale Peppe si guadagnava da vivere scaricando la frutta nel vicino penitenziario, su una strada sterrata piena di buche.
La casetta era davvero isolata: finestre rotte, erba alta e silenzio assoluto.
«Et voilà!» disse soddisfatto carezzandosi i baffetti.
Entrarono. Nel tugurio c’era un vecchio divano impolverato ma ancora intero. Pepita rise.
«Romantico come l’Esorcista.»
Peppe le si avvicinò lentamente. Lei gli sistemò il colletto della camicia. Finalmente si baciarono con calma, senza telefoni, senza parenti, senza cacacazzi.
Poi sentirono un rumore.
CRAAACK.
Peppe si immobilizzò. «Hai sentito?»
Un altro crack, più forte.
Dal soffitto piovve un pezzo di intonaco.
«Peppe…»
«Tranquilla, bambina.»
Il pavimento gemette in modo inquietante.
Due secondi dopo, dalla stanza accanto sbucarono tre ragazzi con videocamere e torce.
«Bro! Qui è perfetto per il nostro film!»
Peppe e Pepita rimasero immobili come cervi abbagliati.
Uno dei ragazzi li fissò a bocca aperta. «Ah. Scusate.»
Peppe trascinò via Pepita in crisi isterica, guardando di traverso i tre cazzoni.
«Va bene,» disse Peppe risalendo sull’Apecar. «Piano B.»
Il piano B era la spiaggia di notte.
«Di sera non c’è nessuno,» assicurò.
La luna si rifletteva sul mare e il vento portava odore di salmastro.
Sistemarono un asciugamano dietro una fila di dune.
«Ohhh. Questo è già più romantico,» sussurrò Pepita sentendo degli strani movimenti nella zona vigliacca.
Peppe annuì, emozionato, sentendo l’erezione che puntava nella patta.
Si sdraiarono vicini, ascoltando il viavai delle onde.
Peppe iniziò a leccarle il collo.
Poi, all’improvviso, una luce potentissima li investì in pieno viso.
«Ehi voi!»
I carabinieri con la torcia da pattuglia.
Peppe quasi cadde all’indietro. «Madonna santa!»
I carabinieri si avvicinarono seri. «La spiaggia chiude a mezzanotte.»
Pepita, ancora accecata dalla torcia, domandò: «Perché che ore sono?»
«Mezzanotte e tre,» rispose una voce dal forte accento siculo.
Peppe tentò il sorriso magico. «Tre minuti di ritardo, eheh.»
«Fuori.»
Dopo il disastro della spiaggia, i due decisero di tentare qualcosa di più efficace anche se meno poetico:
una stanza d’albergo.
Per abbassare ancora di più il livello, Peppe – noto braccino corto – prenotò una pensioncina economica sulla statale.
«Allora,» disse con orgoglio, mostrando le chiavi, «stavolta nessuno ci disturberà.»
La camera era minuscola ma accogliente. C’era perfino una bottiglia di spumante (da luna-park) omaggio.
Pepita si buttò sul letto. «Sembra quasi un miracolo.»
Peppe chiuse la porta a doppia mandata.
Per la prima volta da settimane si sentirono davvero tranquilli.
Si abbracciarono. Lui le accarezzò i capelli. Lei gli sfiorò il viso.
Poi il muro iniziò a tremare.
BUM. BUM. BUM.
Dalla stanza accanto arrivò una voce altissima.
“AMOREE, METTI LA CANZONE!”
Saremo io e te
Per sempre
Legati per la vita che
Senza te
Non vale niente
Non ha senso vivereee
Peppe chiuse gli occhi. «No. Noo. Nooo!»
Pepita rise. «Forse stanno festeggiando.»
Con la mano sul petto
Io te lo prometto
Davaaanti a Dio
Dopo poco sentirono il letto della stanza accanto sbattere contro il muro al ritmo della canzone.
Saremo io BUM e te BUM
Da qui BUM
Sarà pe’ sempre sì BUUUM
«Rafaè, si nu puorc! Si nu puorc! Maronnamia, GODOOO!»
«Marì! Marì! AHHHHH!»
Peppe guardò il soffitto disperato.
Pepita ormai rideva senza sosta.
A mezzanotte bussarono persino alla loro porta.
Peppe aprì furioso con i baffi arricciati.
Davanti a lui c’era uno scugnizzo attempato, tutto sudato, con una canottiera leopardata e i pantaloncini dell’Adidas.
«Scusasse,» disse il tizio. «Tenete o caricatore Samsung?»
Peppe chiuse la porta senza rispondere.
Quella notte Peppe e Pepita la passarono in bianco a fissare i cadaveri di zanzara spiaccicati sul muro.
Su Tripadvisor lasciarono una recensione della pensione, metà positiva per la colazione continentale niente male, ma metà negativa per l’insonorizzazione delle camere.
Il giorno dopo Pepita propose un’alternativa.
«E se andassimo in campagna? Mio zio ha un vigneto.»
Peppe approvò subito, pregustando già le fresche carnine di Pepita, ignude in mezzo alle vigne.
Partirono al tramonto con un cestino da picnic, pieno di porchetta e fagioli con le cotiche.
Le vigne erano silenziose, dorate dalla luce arancione del sole.
«Finalmente un po’ di pace…» disse Pepita rilassandosi con un lungo respiro.
«Già. E soprattutto niente esseri umani!», le fece eco Peppe scrutandosi intorno.
Stesero una coperta tra i filari. Mangiarono il pane agliato, inzuppandolo avidamente nei fagioli. Bevvero anche un po’ di vino bòno, di quello biologico, prodotto dallo zio di lei.
Peppe si convinse che quella sarebbe stata la loro serata. Sì, insomma qualcosa da raccontare ai nipoti un domani.
Nel frattempo, il sole calava sulle colline.
In lontananza qualche trattore rientrava dalla dura giornata di lavoro.
Peppe e Pepita conversarono amabilmente, dilaniando i resti della porchetta.
Finalmente arrivò la notte malandrina.
Poi Pepita lo baciò lentamente.
Un bacio semplice, senza fretta. Ma con molta lingua (e molto aglio).
Innamorato come un pensionato davanti a un cantiere, Peppe le prese la mano.
Gliela baciò con trasporto.
Poi scattò in piedi come una molla.
«Pepita, amore mio. Questo è il momento perfetto!» proclamò allargando le braccia.
«E voglio che sia speciale. Per questo voglio dedicarti una canzone. La mia preferita.»
Pepita, tutta emozionata, applaudì, mettendosi in ascolto.
Peppe si schiarì la voce e iniziò a cantare.
Quante volte,
ho guardato al cielo…
ma il mio destino è cieco… e non lo saaa!
Peppe stonava come il flauto delle scuole medie, ma per le orecchie innamorate di Pepita era come Sting.
E non c’è pietà,
per chi non prega, e si convincerà…
che non è solo una macchia scura…
il cielo!
Preso dalla foga del canto adesso Peppe roteava su sé stesso come in un vortice immaginario, mentre Pepita cercava di dirgli di fare piano che magari qualcuno poteva scoprirli.
Ma Peppe, gonfio di passione, era inarrestabile.
Il cielo, il cieelo, il cieeelooo!
Da un casolare nelle vicinanze si accese una luce.
E la voce sgraziata di un fattore sovrastò il canto del giovane demente:
«IL CIELO?! ORA TE LO DO IO IL CIELO!!»
Peppe d’improvviso s’ammutolì.
Subito dopo, i due udirono un concerto di guaiti eccitati e latrati acuti che si avvicinava.
«PEPPE! I CANI!»
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao Simone, mi ha fatto ridere parecchio. Sembra una specie di odissea tragicomica dove ogni tentativo di Peppe e Pepita viene sabotato nel modo più assurdo possibile. Tra Apecar, carabinieri, pensioncine e cani inferociti, il racconto mantiene sempre un’ironia molto viva ma anche una sua tenerezza. Chaos totale, ma con personalità.
Grazie Daniele, in gioventù tutti abbiamo avuto problemi d’infrattamento. E’ un omaggio. Grazie del gradimento.
“Arrivarono dopo mezz’ora di Apecar, col quale Peppe si guadagnava da vivere scaricando la frutta nel vicino penitenziario, su una strada sterrata piena di buche. “
Molto efficace per descrivere il personaggio.👏 👏 👏
Grazie, a volte si scrive e non si nota. Felice che tu l’abbia colto.
Divertente. La scena piú comica quella dei napoletani nella stanza accanto, canzone inclusa.
Ciao M. Luisa, molto contento che sia divertente. Grazie del passaggio.