
Il circo
Da noi il circo arriva una volta all’anno. Il circo ricco e ben sovvenzionato di un paese benestante. Porta il nome della famiglia che l’ha fondato, cinque generazioni fa.
Ci andavo sempre da bambino. Ho ricordi di leoni, cavalli, elefanti e un assortimento di altri mammiferi più o meno addestrati. Adesso lo spettacolo si è ridotto ad equilibristi cinesi e giocolieri rumeni.
Questo è quanto penso in questo deserto paese del sud, lontano da casa, percorrendo vicoli deserti mal illuminati, tra l’albergo e la piazza. Sembra che ci sia un circo in paese. Ne ho visto le locandine in giro con quella grafica ingenua, comune a tutti i circhi di terza categoria. Giallo, rosso, blu. Il nome a grandi caratteri, “il più grande spettacolo del mondo”, la faccia del clown che campeggia su quattro magnifici cavalli e una discinta fanciulla sospesa nel vuoto.
Ho deciso di andarci, per noia, per risvegliare qualche antico ricordo.
In fondo alla piazza vedo l’insegna del bar installato al pian terreno di una villa abbandonata. Da un lato, dove una volta si stendeva il giardino, uno spazio erboso cinto su tre lati da alti muri sbrecciati.
Il cancello arrugginito è addobbato di nastri multicolori. C’è uno striscione e, più oltre, una tenda a strisce bianche e rosse. Hanno tagliato alla meglio erba e gramigna, liberato il viale fino all’entrata.
Mi avvicino a un uomo corpulento seduto a un tavolino e intento a leggere il giornale. Alza appena lo sguardo, mi guarda seccato.
“Oggi è offerto.” sbotta facendo un cenno verso il tendone.
Entro. Come mi aspettavo, un semicerchio di panche attorno a una pista circolare. In fondo, una tenda trattenuta da corde tese tra due pali.
Ci sono degli uomini seduti. Portano tutti il cappello. Un gruppetto di bambini in composto silenzio.
Rullo di tamburi, le luci si spengono e si riaccendono.
Entra l’uomo di prima vestito da imbonitore: marsina rossa troppo stretta e alamari d’oro. Si agita tra inchini, saluti, battute distratte che cadono nel vuoto. È appena iniziato e sono già stufo.
Rullo di tamburi.
Sulla scena irrompono tre cavalli. Un alito caldo che sa di animale e di cipria mi avvolge. Inizia un vortice frenetico, un galoppo impossibile attorno a quella pista ridotta. Sgroppano, scalciano, scuotono le teste dalle criniere dorate. Gli zoccoli martellano i bordi di legno alzando spruzzi di segatura. Sono animali magnifici. I mantelli di madreperla color ocra, le code e le criniere chiare come lampi luminosi. Hanno teste piccole, aggraziate, gambe dai muscoli ben disegnati, colli arcuati.
Poi entra lei.
Corre leggera a fianco dei cavalli con movenze da ballerina. Esile e al contempo straordinariamente potente, fugace sprazzo di veli bianchi e pelle dorata. Salta leggera sulla groppa di un cavallo, si esibisce in volte e capriole, sembra fluttuare sorretta da una corda invisibile.
I cavalli rallentano e si affiancano, la ragazza si sdraia attraverso le groppe lucenti. Scende con un balzo. I cavalli piroettano ed escono in fila sparendo oltre la tenda.
Rimango come un idiota a bocca aperta.
Rientra l’uomo, ora vestito da clown. Si sbraccia cercando di suonare uno strumento, inciampa, cade, grida, si rialza.
Mi ha preso una strana nausea. Mi gira la testa. Vorrei sdraiarmi, vorrei che lei tornasse.
Rullo di tamburi.
Appare un cavallo nero, possente, dai fianchi larghi, gli zoccoli coperti da lunghe ciocche di pelo chiaro, il muso squadrato, camuso. Sbuffi di vapore dalle froge larghe e umide.
E lei, come un fragile insetto, su quella groppa di muscoli lucidi, lei che volteggia, che ne abbraccia il collo largo avvinghiandosi come un serpente.
Mi manca l’aria, esco e mi siedo sul bordo di un’aiuola. Fiori calpestati, ciuffi d’erba secca ricoperti di segatura. Dalla tenda giunge una musica attutita, alla brezza della sera sembra che respiri.
Devo essermi addormentato. Mi alzo con uno sforzo. Il tendone alle mie spalle si erge scuro contro il cielo, le luci spente. Il bar è ancora aperto.
Entrando la vedo in fondo al locale in un angolo in penombra. Mi avvicino e mi siedo di fronte a lei.
“È stato bellissimo” dico banalmente.
Non è bella, non nel senso di lineamenti perfetti da copertina, ma è luminosa, con grandi occhi scuri incorniciati da un casco di capelli neri e lucidi. Pallida, si tormenta le dita, sorride stanca, sfugge il mio sguardo.
“Grazie” e la sua voce è roca, come un sussurro senza vocali.
Vorrei dirle cosa ho provato, una specie di emozione animale, fisica. Come se avessi visto una rettile soffocare la preda, un felino azzannare alla gola un animale sfiancato. Vorrei dirle quanto ho percepito. Che lei, esile, fragile, li dominava quegli animali, li possedeva. Avrebbe potuto piegarli come foglie.
Riesco solo a dire: “Magnifici animali…”
“Belli, vero? Molto rari. Sono Akhal-Teke, dal manto d’oro, vengono dal Turkmenistan.”
C’è un velo su quegli occhi che guizzano incerti.
“Tu non sei felice, vero?” sussurro.
Sorride. “Non posso essere infelice, e neanche felice. Non funziona così.”
“Ma perché lo fai? In un posto come questo, per quattro gatti… meriti di più!”
Sgrana gli occhi, sorpresa. Sembra quasi una bambina ora.
“È per i bambini! Si deve fare.”
Lascia lo sguardo vagare alle mie spalle, verso la vetrata, verso il circo.
“Ne abbiamo persi così tanti, così tanti…
Per via del vento…
C’era il vento capisci? I teli delle entrate sbattevano e se schioccano possono spaventare i cavalli e poi lui non può far ridere se la gente non sente. Li abbiamo affrancati, solo un po’, ma dall’interno non si potevano aprire.
il mio numero era bellissimo: il velo, le stelle, la fiaccola…”
Si guarda le mani, non le avevo notate prima. Rovinate, la pelle deformata da cicatrici.
“Non sapevo che bastasse così poco…”
Ha un breve sussulto. Mi volto. C’è l’uomo sulla porta, un vestito grigio sdrucito. Con il pollice fa segno di uscire.
“È mio padre, devo andare…”
Fa qualche passo, si volta.
“È per quei bambini, soprattutto per i bambini…”
Rimango a guardare svuotato la porta che si chiude con un sospiro. C’è un ragazzo dietro al bancone che asciuga qualcosa, mi osserva.
“Cosa c’è?” chiedo con il mento.
“Niente, perché?”
“Mi stai fissando…”
Alza le spalle. “Parlavi…”
“Già. La conosci?”
“Chi?”
“La ragazza del circo!” sbotto.
“Che ragazza, che circo?”
Non sopporto gli idioti. Mi volto di scatto. Sto per dire ‘quello!’, per indicare la sagoma del tendone nella notte.
Oltre le vetrate si stende il giardino. Tre muri sbrecciati e un cancello arrugginito chiuso con una catena.
È invaso dall’erba. Una distesa chiara, illuminata dai lampioni, che ondeggia alla brezza. C’è qualche fiore nelle aiuole e i viali sono ricoperti di erbacce.
Il ragazzo si avvicina. Sembra arrabbiato. Mi guarda con disprezzo.
“Quale circo?” mi chiede facendo roteare lo straccio.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Hai tenuto alto il pathos per tutta la narrazione, senza cadere nella banalità. Forse per deformazione, amo il fantastico ed il dark, ho provato molta curiosità per il “tuo” circo, sperando in una svolta soprannaturale. Sono stata accontentata.
Grazie! apprezzo poiché ho l’impressione che non tutti abbiano capito cosa succede. Limite della mia scrittura.
“Un alito caldo che sa di animale e di cipria mi avvolge”
Non si può trovare altro modo per dirlo così bene
Sono molto colpita dal tuo racconto, per come è scritto, con equilibrio ed efficacia. Per le descrizioni che fai dei cavalli e per come rendi bene la bellezza di quella donna. Interessante l’idea del sogno o forse apparizione. Sarà anche tutto nella mente del tuo protagonista, ma a me è sembrato di stare proprio là, seduta su quelle panche. Veramente bello.
Sei molto gentile e il tuo commento mi fa veramente piacere, grazie di cuore