Il clan

Russia, 1920

Ivan stava tagliando la legna senza fare niente di male a nessuno.

Di lì passò un plotone di soldati. A Ivan non interessava di che fazione fossero, successe solo che gli vennero incontro lisciandosi i baffi. «Boscaiolo, fila via, questa è la nostra foresta» disse quello che sembrava il loro capo e aveva la pancia prominente.

Ivan non fece una piega. «Avete vinto la guerra?».

«No, per il momento lo zar non è tornato al potere…».

Scoppiò in una risata al sentire quell’esclamazione. «Lo zar e la sua famiglia sono stati sterminati due anni fa, perciò non provare a imbrogliarmi».

«Sei tu che ti stai imbrogliando da solo, boscaiolo. Non credi abbastanza nella nostra causa…».

«La verità è che il popolo morirà sempre di fame. Levati dai piedi, soldato, devo sfamare la mia famiglia».

Il bianco storse la bocca ma un commilitone gli fece un sorriso complice.

Tolsero il disturbo.

***

Un’ora dopo Ivan stava tornando a casa, la gerla piena di legna, e vide che la sua abitazione era stata circondata dai soldati. Abbandonò la gerla e accorse per capire cosa stava succedendo.

Erano rossi.

I soldati avevano preso tutto e stavano scacciando la famiglia di Ivan: dai bisnonni ai nipoti più piccoli, passando per sua moglie.

Ivan fu sconvolto dalla rabbia. «Soldati. Maledetti!». Brandì l’ascia che anche se era da boscaiolo poteva bastare per quel che voleva fare.

Un rosso stava per spianare il Mosin-Nagant ma l’ascia di Ivan gli mozzò una mano. Urlò e gli altri puntarono i fucili su Ivan che non si fece intimorire. «Soldati maledetti!» urlò ancora.

Una testa spiccata.

Uno stomaco squarciato.

Un volto senza più naso.

Vedendo l’esempio di Ivan, il resto della famiglia raccolse vanghe e picconi, i più piccoli i rami, e tormentarono i soldati rossi. Qualcuno di questi ultimi esplose un colpo, ma non servì a fargli paura.

I rossi si ritirarono con la coda fra le gambe.

Adesso Ivan voleva dire qualcosa, ma sentì arrivare qualcuno.

Erano i soldati bianchi.

Il loro capo rideva trattenendosi la pancia. «Avete fatto bene, siete dei patrioti, dei veri sudditi dello zar!».

«Come avevo detto prima, lo zar e la sua famiglia sono stati sterminati due anni fa…». Concluse la frase con un colpo d’ascia.

I famigliari di Ivan esplosero in delle urla e senza badare ai morti e ai feriti si unirono all’azione.

Non era più una famiglia, ma il clan, il clan di Ivan. Ivan ne fu orgoglioso: «Al diavolo rossi e bianchi, evviva il popolo!».

«Urrà».

Fu un massacro.

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