Il Collare

Serie: La Curiosa


Scesi, le aprii la portiera. Ci incamminammo lungo il percorso pedonale che correva attorno al lago. Le presi la mano. Lei strinse la mia, quasi aggrappandosi. Con la mano libera, invece, si sistemava continuamente la gonna, come se qualcuno potesse vedere che sotto non indossava nulla. Mi faceva quasi tenerezza. Ci fermammo a guardare un gruppetto di cigni. Incurante della gente che passava, le misi una mano sul sedere, da sopra il vestito leggero, e accarezzai le natiche. Si voltò verso di me, osservandomi, sussurrando un timido:

“Padrone…qui davanti alla gente, ho vergogna…”

Le risposi che la vergogna non si addiceva ad una schiava, e che avrebbe dovuto imparare a superarla. Così dicendo la feci voltare con le spalle verso il lago, la schiena appoggiata alla ringhiera che delimitava il passaggio pedonale, e mi piazzai davanti a lei. Una coppia sedeva su una panchina a una trentina di metri da noi, due ragazzi che facevano jogging correvano nella nostra direzione, e due donne sulla quarantina, con due cagnolini al guinzaglio, ci avevano appena passati.

Mi feci più vicino, e lei istintivamente appoggiò le mani sul mio petto. La mia mano sinistra scivolò dietro la sua nuca, accarezzandogliela. La mia mano destra fu di nuovo sul suo sedere. Scese fino a passare l’orlo del vestito, e risalì infilandosi sotto la gonna. Le ordinai di non staccare gli occhi dai miei e di rimanere immobile. Il suo repsiro accelerò mentre i miei polpastrelli sfioravano la pelle del suo gluteo. Lo strinsi. I due ragazzi passarono e rallentarono: potei vedere dagli occhi di Matilde che ci stavano guardando. Non mi importava e volevo che non importasse neanche a lei.

«Apri le gambe.» Le dissi. Era un ordine, ma cercai comunque, come mio solito, di non apparire freddo. Anzi. Volevo stabilire un’intesa, volevo ci fosse affiatamento. Volevo, in sostanza, che lei desiderasse ricevere gli ordini che le avrei dato. Volevo che lei volesse ubbidirmi.

Si morse il labbro. Socchiuse le gambe. Non le spalancò troppo, ma le distanziò quel tanto che bastava per permettere alla mia mano di passare tra le sue cosce, ed alle mie dita di scivolare dentro di lei. Indice e medio non fecero fatica a trovare la loro via, in quel vellutato canale di miele salato.

Quando le sfilai, lei si sciolse, appoggiando la testa al mio petto, sussurrando: «Padrone…»

Le sorrisi, e questa volta non le costò fatica ricambiare il mio sorriso.Camminammo ancora un po’, e ci fermammo ad un bar che guardava sul piccolo porticciolo. Un caffè per me, ed una Coca light per lei, all’aperto. Quando finimmo, mi chiese il permesso di andare in bagno. Glielo negai, e le dissi di rimanere ad attendermi al tavolo. Entrai a pagare, e uscii con una seconda Coca Cola per lei. Non so se notò che stavo mettendo qualcosa in tasca. Comunque, le riempii il bicchiere, e le dissi che saremmo rimasti lì fino a quando non avesse finito. A grandi sorsi, rapidamente svuotò il bicchiere, e di nuovo mi chiese di poter andare al bagno. E, di nuovo, le negai il permesso. Ritornammo verso la mia auto, e non potei fare a meno di sorridere vedendo come cercava di allungare il passo: non sapeva dove saremmo andati poi, ma voleva arrivarci il prima possibile, sperando che finalmente le avrei concesso di liberare la vescica.

Salimmo in auto, e dovette trattenersi ancora per una decina di minuti: tanto distava il motel che avevo scelto per passare il resto della giornata.

Discreto – come tutti i motel, carino – come pochi, immerso nel verde. Le camere avevano un accesso frontale raggiungibile direttamente con l’auto, ed un’ampia finestra sul retro che guardava verso il bosco. Una tenda bianca permetteva alla luce del pomeriggio di entrare, impedendo al contempo di guardar dentro. Una precauzione superflua, visto che il primo tratto di prato apparteneva al motel, ed il bosco che iniziava cinquanta metri più in là non era certo frequentato come piazza del Duomo.

Aprì la porta e feci entrare Matilde per prima. Non era mai stata in un motel con un ragazzo. Men che meno con un uomo così più grande di lei. Inutile dire che non c’era mai stata con qualcuno che fosse il suo Padrone.

Anticipai la sua richiesta, e le dissi che ora poteva andare in bagno. Ma la seguii, e mi fermai sulla porta, osservandola. Ricambiò il mio sguardo, perplessa.

«Ti ho detto che puoi farla. Non ti scappava? prego, fai pure.»

L’imbarazzo e la necessità di liberarsi fecero a cazzotti per un lungo istante, ma la seconda vinse facilmente per k.o.

Tenendo lo sguardo basso, e con le gote in fiamme (adoravo, e tuttora adoro, quei pomelli rossi che le si formano sugli zigomi quando si sente in imbarazzo, cosa che ancora le capita relativamente spesso, per mia fortuna), si lasciò andare.

Mentre si asciugava, le ordinai di aspettare lì.

Tornai in auto a prendere un pacchetto, che le portai in bagno. Le dissi di lavarsi bene, indicando il bidet, e poi di spogliarsi completamente ed indossare quello che avrebbe trovato nel pacchetto. E niente altro. Quando fosse stata pronta, di raggiungermi in camera. Uscii, e chiusi la porta dietro di me. Mi tolsi scarpe e calze, rimanendo in jeans e maglietta, mi sedetti sulla poltroncina, appoggiando i piedi sul letto, ed accesi la tv su un canale musicale: “Best of sixties”. Ringraziando il Dio della musica per il lavoro fatto negli anni ‘60, mi gustai la voce particolare di Janis Joplin che reinterpretava “Piece of my heart”. Pochi minuti dopo, Matilde uscì dal bagno. Teneva le mani incrociate davanti al pube. Indossava ciò che avevo preso per lei: un paio di calze parigine color glicine con un nastro viola in alto; viola anche l’elastico per capelli col quale si era fatta una coda di cavallo alta e ben tirata. Ed un babydoll sui toni di viola e lilla, molto leggero e con una profonda scollatura, per dare evidenza al suo seno non enorme, ma sicuramente ben fatto.

Il risultato era ancora meglio di quanto mi fossi immaginato, al punto che la invitai ad osservarsi nel grande specchio sulla parete di fronte al bagno. Potei notare che il suo imbarazzo iniziale aveva lasciato il posto ad un certo autocompiacimento, alla consapevolezza di essere un piacere per la vista. Glielo dissi, ma le dissi anche di non dimenticare che prima che la bellezza, quello che importava era la sua capacità di mettersi in gioco, la sua voglia di imparare.

«La bellezza passa, anche se la tua ha ancora molti anni davanti. Ma quando il tuo corpo sarà invecchiato, saranno la tua curiosità e la tua voglia di apprendere sempre qualcosa di nuovo a mantenere sempre giovane la tua mente.»

Lei annuì con un sorriso. E disse: «Sono pronta. Voglio imparare. Mi educhi, Padrone, per favore.»

La sua frase fu la conferma che davvero era pronta.

Per prima cosa le spiegai tre posizioni che volevo imparasse a tenere ogni qualvolta gliel’avessi chiesto. La prima, a quattro zampe, diciamo che era piuttosto intuitiva. Mi limitai a correggerle la postura della schiena, facendole tenere il sedere e le spalle in alto, ed il ventre verso il basso. La osservai in questa posizione, e vidi che il suo sesso era lucido di umori. Ovviamente la cosa non mi dispiacque.

La seconda posizione che le insegnai era quella di “offerta”, ovvero seduta sui talloni, con le mani appoggiate sulle ginocchia divaricate coi palmi rivolti verso l’alto. Ed il capo chino.

Infine, la posizione che definivo “d’attesa”: in piedi, gambe divaricate, busto eretto, mani incrociate dietro la nuca. Le ordinai di rimanere immobile, mentre le mordicchiavo la candida pelle del collo, e con la lingua la solleticavo sotto la nuca, assaporando i brividi che s’increspavano sulla sua pelle. Appoggiai la mano sul suo monte di venere, e scesi. Fremette, ma mantenne la posizione. Passai dietro di lei, le misi le mani sulle natiche e gliele divaricai, esponendo il bottoncino rosa del suo ano. Anche in questa circostanza, rimase immobile.

Mi allontanai di qualche passo da lei e solo allora si accorse che avevo appoggiato uno zainetto accanto al letto. Lo aprii, e ne estrassi un collare. Glielo mostrai. Il collare aveva un anello, al quale attaccare un guinzaglio, ed una targhetta. Sulla targhetta, il nome che le stavo dando come schiava. Per me, lei non si sarebbe più chiamata Matilde. Per me, lei ora diventava Nymeria. Come la sua cagnolina.

Chiuse gli occhi e trattenne il fiato mentre glielo allacciavo al collo.

Quando mi staccai da lei per osservarla, espirò sollevata. Con quel collare addosso si sarebbe sentita mia a tutti gli effetti. 

Serie: La Curiosa


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Discussioni

  1. Mi piace molto addentrarmi nelle meccaniche di questo rapporto accompagnato dalla narrazione, sei molto bravo nel coinvolgere un lettore, anche ignorante in materia, in questo gioco.
    Bravissimo

    1. Ti ringrazio, fratello!
      Sarà perchè sono un chiacchierone e mi piace “raccontare”, sarà perchè all’epoca in cui ho scritto questo storia ero particolarmente sensibile all’argomento, ho cercato di tenere uno stile narrativo che fosse il più possibile simile ad una chiacchierata tra amici, cercando al contempo di rendere giustizia a questo tipo di rapporti, raccontare la storia in un modo che non “spaventasse”, ma che piuttosto spiegasse. Grazie per il commento!! 🙂

  2. Ciao Sergio. Credo che due adulti consenzienti possano decidere come disporre della loro sessualità liberamente, ma in questa serie, come ha fatto notare Tiziano, vengono tirati in ballo altri fattori. Dove e quando, la sudditanza psicologica cessa di essere un gioco? E’ uno spunto interessante. Certo, questo è un mio generalizzare che non ha nulla a che vedere con la qualità, ottima, dello scritto 😀

    1. Ciao Micol, parto dalla fine per comodità e ti ringrazio per il giudizio positivo sulla scrittura ☺️
      E grazie anche per lo spunto, hai toccato un aspetto delicato. Non è da escludere che in rapporto di questo tipo ci sia chi se ne approfitta, chi cerca di instaurare una forma di sudditanza psicologica per manipolare l’altra persona, ed abusarne psicologicamente prima.abcira che fisicamente.
      Ma è proprio da questo tipo di relazioni tossiche che il Narratore vuol mettere in guardia Matilde. Ed al contrario, lui cerca di essere piuttosto un mentore, un pigmalione, in un rapporto che non può prescindere da consapevolezza e consensualità.

  3. Sergio, penso che questa Serie vada oltre l’erotismo. Ci si potrebbe domandare, con un certo gusto del paradosso, quanta libertà possa offrire una restrizione. Essere liberi di farsi soggiogare è una libertà? Scegliere di farsi dare ordini è una libertà? Penso che tollerare e non giudicare le scelte altrui sia una grande conquista del nostro tempo, anche se queste non vengono capite e non appartengono alla nostra visione personale del mondo.

    1. “Scegliere di farsi dare ordini, è una libertà?”, chiedi. Sarò fazioso, ma nel momento in cui è una scelta libera e consapevole, non manipolata, allora si, è libertà.
      La bravura di un Dom quindi non è tanto nel suo autoritarismo, quanto nella capacità di meritarsi la fiducia del sub, al punto che questa/o decida di affidarsi più o meno incondizionatamente a lui.