Il colpo

Serie: Planavamo a stento


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I due amici stanno preparando un'azione rischiosa

Nei due giorni seguenti facemmo un sopralluogo approfondito nel piccolo zoo, controllammo le distanze fra le gabbie e il percorso con il punto di entrata, dove c’era una casa e capimmo che era abitata da un vecchio custode che curava i giardini del parco e la notte dormiva lì e questo rendeva pericoloso scavalcare il cancello d’entrata perché lui ci avrebbe potuto vedere se fosse stato alzato o avrebbe potuto udire dei rumori e mettersi in allarme.

Identificammo allora un punto in cui si poteva entrare di notte e che fosse lontano dai cancelli: lo zoo, su un lato, era circondato da un muro di cinta, che non era molto alto, non aveva inferriate pericolose. Vedemmo anche che c’era un punto in cui i mattoni erano più rotti e si potevano usare come appoggi per i piedi e in più un palo dell’illuminazione che era a contatto con il muro poteva essere utilizzato per issarsi con facilità in cima. Dall’altra parte, il muro era basso perché il terreno si trovava su un livello diverso ed era facile scendere e risalire per uscire di nuovo.

Studiammo come erano strutturate le gabbie e vedemmo che il perimetro era tutto composto di sbarre di acciaio, che sarebbero state molto difficili da tagliare senza apparecchiature complicate. Anche la parte superiore era composta da sbarre saldate tra di loto, ma c’era un lato in cui le stesse si interrompevano e soltanto una rete chiudeva la gabbia. Lì, con delle semplici cesoie da giardino, sarebbe stato possibile aprire dei varchi. Trovammo un piccolo pezzo di un metro per 30 cm circa di tale rete appoggiato a terra in un angolo, probabilmente un pezzo di scarto lasciato lì quando avevano completato la recinzione, e lo portammo a casa per verificare se potevamo tagliarlo con facilità.

Facemmo tutto il giro dello zoo e disegnammo una piantina schematica in modo da studiare a casa i tempi e il tragitto che avremmo dovuto fare di notte.

Dopo tutta questa preparazione, e tutte le discussioni sugli scenari che avremmo potuto incontrare, ci sentimmo pronti e decidemmo che la sera dopo saremmo entrati in azione.

Quella sera Carlo passò a prendermi in macchina e io uscii salutando i miei e dicendo che andavamo a fare una passeggiata al mare e a berci una birra. L’aria della sera d’estate aveva una trasparenza limpida che avvolgeva il mondo intorno in una armonia luminosa che non ci si stancava mai di ammirare. Era ancora chiaro perché le giornate erano lunghe, e noi ci dirigemmo verso lo zoo senza fretta: era ancora presto e noi volevamo agire dopo mezzanotte per essere sicuri che non ci fossero passanti, anche se il punto che avevamo individuato era piuttosto isolato.

Ci fermammo in uno spiazzo vicino a un campo, lungo una strada laterale e cominciammo a prepararci. Carlo aveva imposto che ci mettessimo dei pantaloni e maglie scure con le maniche lunghe e dei berretti di lana neri, perché sosteneva che nelle incursioni notturne i commando britannici vestivano sempre così per non farsi vedere nel buio. Aveva anche portato del lucido nero per scarpe che ci passammo sulle guance per rendere scuri anche i nostri visi. Avevamo entrambi degli stivaletti anfibi ai piedi, con cui secondo lui ci saremmo mossi bene dentro la boscaglia che circondava i vialetti e che cresceva sui pendii ripidi dello zoo.

Quando finimmo e lo guardai sembrava davvero un soldato operativo e molto più vecchio della sua età e da come mi guardava capii che anche io facevo lo stesso effetto. Avevamo entrambi degli zainetti che contenevano cesoie e altri attrezzi che pensavamo sarebbero stati utili; e poi un seghetto, delle forbici corte da potatura e due scalette di quelle che si utilizzano in alpinismo che ci sarebbero servite per ancorarle sull’inferriata in modo da poter salire e raggiungere la rete sopra la gabbia. Avevamo pianificato di fare due aperture in modo da essere più sicuri che gli uccelli potessero uscire.

Ci guardammo ancora una volta e poi montammo di nuovo in macchina e ci dirigemmo verso lo zoo. Una volta arrivati facemmo un paio di giri in macchina nei dintorni per vedere come era la situazione, ma la zona di notte era tranquilla e non vedemmo persone in giro.

Parcheggiammo allora su una via vicina al punto in cui volevamo salire, che si trovava su una via più piccola che costeggiava il muro di cinta del giardino in cui si trovava lo zoo. Aspettammo ancora una quarantina di minuti in auto, ascoltando la radio finché decidemmo che era giunto il momento di entrare in azione.

Uscimmo dall’auto, facendo prima attenzione che non ci fosse nessuno nei dintorni e poi ci avviammo velocemente verso l’incrocio da cui partiva la strada secondaria che girava intorno al parco. Raggiungemmo velocemente il punto che avevamo individuato per salire e io mi arrampicai per primo: usando come appoggi le irregolarità della muratura e aiutandomi con il palo della luce addossato al muro, raggiunsi velocemente la sommità.

Carlo fu un po’ più goffo e una volta ricadde a terra, ma poi con un po’ di affanno riuscì a raggiungermi.

Saltammo giù dall’altra parte ed estraemmo dagli zaini le piccole torce che tenemmo in mano puntate verso il terreno mentre correvamo furtivi per raggiungere la gabbia dove appendemmo subito le scalette sull’inferriata e, salendo sui gradini, raggiungemmo la rete sulla parte alta. Sfilammo le cesoie dagli zaini ed entrambi cominciammo a tagliare una ad una le maglie della rete fino a creare due tagli di circa un metro e mezzo distanti un paio di metri fra loro. A quel punto cominciammo a tagliare la rete che si collegava all’inferriata finché il taglio non fu concluso e noi cominciammo a sollevare quel pezzo di rete fino ad appoggiarlo dall’altra parte e aprire così un largo varco.

In quel momento però gli uccelli erano tutti dentro le loro casette o appoggiati sui trespoli e nell’oscurità nessuno di loro intendeva volare verso l’uscita. Provammo a lanciare qualche bastone, ma non ottenemmo effetto: non avevamo immaginato che di notte gli uccelli non sarebbero stati attivi come di giorno, quando spesso volavano all’interno della gabbia sbattendo spesso contro la rete.

Improvvisamente Carlo, prima che potessi fare qualche obiezione, scavalcò l’inferriata, che non aveva spuntoni pericolosi in alto, ed entrò nella gabbia cominciando a usare un bastone per battere sui posatoi e sulle casette. Gli uccelli si agitarono immediatamente e cominciarono a emettere versi spaventati e a volare via. Finalmente uno di loro imboccò il varco che avevamo creato e volò via e velocemente tutti gli altri cominciarono a seguirlo.

Si era però creato un grande rumore dovuto ai versi spaventati degli uccelli e allo sbattere d’ali e vedemmo in lontananza accendersi una luce nella casa del custode che aveva cominciato a sentire rumori strani.

Sussurrai a Carlo di uscire in fretta, ma lui aveva difficoltà ad arrampicarsi e così io che ero più abile a farlo, entrai velocemente e lo aiutai. Usando le mani per offrirgli un appoggio lui riuscì a scavalcare le sbarre. Io lo raggiunsi velocemente incastrando i piedi nelle sbarre e quando fui fuori cominciammo a correre velocemente verso il punto di uscita.

Nel viale verso la casa del custode intravvedemmo l’ombra dell’uomo che era uscita e si dirigeva verso di noi, ma era lontano e non ci poteva vedere nel buio, visto che eravamo vestiti di scuro. Subito però l’uomo accese una torcia che diresse davanti a sé, e noi corremmo ancora più veloci verso il punto di uscita.

Arrivati al muro da cui eravamo entrati ci afferrammo con le mani al bordo e ci lasciammo cadere dall’altra parte e subito corremmo verso la macchina.

Dall’altra parte del muro vedevamo i raggi della torcia un po’ distanti e capimmo che il custode aveva raggiunto la gabbia e capimmo che si era reso conto dell’accaduto. Lo sentimmo infatti urlare: “Chi è stato? Maledetti, vi prendo!”. Vedemmo anche il raggio della torcia dirigersi verso il muro di cinta. Non fece a tempo a sporgersi dal muro, entrammo in auto velocissimi e subito Carlo mise in moto partendo a tutta velocità dalla parte opposta rispetto al punto in cui eravamo usciti: avevamo in precedenza controllato che dal punto in cui eravamo saliti non si vedesse la macchina parcheggiata quindi il custode non ci vide affatto.

In breve, fummo fuori dalla zona adiacente al parco, percorrendo in velocità un grande viale prima e poi presto fummo fuori da quella città.

Solo allora ci guardammo e ci venne da ridere a tutti e due, nello stato eccitato ed euforico in cui ci trovavamo.

Carlo esclamò: “Porca puttana che colpo! Che commando che siamo!”

Io risposi: “Cazzo, è vero, siamo una squadra fortissima, siamo come Tex Willer e Kit Carson, come i Vendicatori o gli X-Men! Hai visto come sono usciti tutti gli uccelli? Sembravano un fiume in piena che rompe un argine.”

“Ormai saranno chissà dove, ma l’importante è che siano liberi di volare nel cielo: è lì che devono stare!”

E si illuminò nel suo caratteristico sorriso aperto.

Serie: Planavamo a stento


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Discussioni

  1. “E si illuminò nel suo caratteristico sorriso aperto.”
    Mi è piaciuta molto questa frase, oltre che è scritta molto bene e perfetta per conclusione. Grande colpo che hanno fatto, i due amici! Belle le descrizioni delle emozioni e in generale. Complimenti.

    1. Grazie, sono contento che ti sia piaciuta questo episodio che rappresenta l’apice dell’unione fra i due. Uno degli aspetti che volevo far emergere era come nelle amicizie maschili un aspetto molto importante sia fare le cose insieme, e questi due colpi di mano che i due hanno fatto hanno proprio questo effetto. Ora ci sarà un altro episodio come conclusione della prima parte 😉