
Il condannato
Un allegro pettirosso cinguettava e con il becco mangiò dei semi.
Luigi lo scacciò via. «Mi serve uno spaventapasseri, maremma impestata!».
Più in là un bambino stava camminando lungo il sentiero, stava tornando a casa e piangeva.
«Che ti è successo, Alfredino?». Luigi lo guardò con attenzione.
«A scuola… a scuola mi picchiano e mi rubano i soldi e la merendina. Ho fame e se mia madre mi vede così conciato mi mette in punizione». In effetti Alfredino era tutto sporco di terra e i pantaloni erano rotti. «Non è giusto!». Continuò a piagnucolare senza pace.
Il contadino non disse nulla se non che si mise a riflettere. «Interessante…».
Alfredino si avviò verso casa sua, ma dopo pochi attimi si spaventò e iniziò a correre. «Aiuto! Aiuto!».
Sotto lo sguardo di Luigi una piccola banda di ragazzi più grandi del bambino rincorse Alfredino, lo raggiunse e lo sbatté nella polvere. Lo picchiarono mentre gridavano felici di comportarsi così.
Luigi assistette alla scena. Non gliene fregava nulla di quello stupido moccioso, ma aveva un’idea che gli cresceva in mente. Anche lui era stato picchiato da piccolo, e quando succedeva lo mettevano in castigo perché era lui il debole e punire i più forti era svantaggioso.
Sorrise allora e mise mano alla falce. Andò fino a quel crocchio di prepotenti e sedò il pestaggio. «Via, andate via!».
Quei bulli, vedendo che una persona più grande difendeva Alfredino, si spaventarono e fuggirono abbandonando la vittima nella polvere che piangeva.
Luigi non lo consolò, semmai lo sollevò di peso e lo portò al centro del campo. C’era una piccola struttura in legno, una T costituita da delle assi.
«Ma… ma che mi vuoi fare?».
«Sta’ buono o chiamo quei ragazzacci» minacciò Luigi. Dopo che ebbe finito di legarlo, sorrise soddisfatto.
Alfredino si agitava, gridava, chiamava aiuto, ma le corde che lo costringevano erano troppo forti, i nodi troppo resistenti.
Luigi sorrise. «Fatto. Adesso ho il mio spaventapasseri».
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
C’è molta analisi psicologica, in questo brano, per quanto breve.
“per nagott, nanca ul can moev la coa” (senza nulla in cambio, nemmeno il cane muove la coda). E così quello che sembra un intervento in difesa di un debole si rivela nel finale “a schiaffo” per quello che è: il forte che libera il debole dall’oppressione solo per sostituirsi alloppressore. Una bella metafora della Storia.
Ciao! Sì, in fondo è questo quel che volevo comunicare
Ciao Kenji, chissà perché, ma avevo intuito dove voleva andare a parare il contadino. In realtà sei stato gentile, pensavo lo inchiodasse alla croce. Definirei questo racconto “soft horror”, le sensazioni ci sono tutte 😀
Fino a inchiodarlo alla croce no, ho preferito questo epilogo… comunque grazie per essere passata!
Racconto spiazzante (almeno per me). Una bella riflessione sul bullismo e l’egoismo.
Il finale è un colpo di scena ben escogitato.
Complimenti. Un applauso
Grazie Raffaele! Veramente grazie di cuore…
Ma dai! Ma povero Alfredino! Mi sembrava strano che tu scrivessi qualcosa di sentimentale ? Ma la tua forza è propio lì. Spiazzi, sei paradossale. Eppure sei perfettamente calato nella realtà. Qui è portato agli estremi, ovviamente Kenji. Però purtroppo l’uomo non è più molto lontano da come lo descrivi. Racconto breve, semplice, bello ?
Ciao Cristina e grazie per avermi letto! Il racconto è ispirato al cinismo delle persone, e alla vigliaccheria di chi se la prende con il più debole perché affrontare i più forti è svantaggioso (a meno che non ci sia un tornaconto).