Il condannato

Non posso essere ritetuto colpevole solo perchè ho ucciso delle persone. Non mi ricordo più il loro viso e non ricordo di preciso quante ne ho ammazzate. Perchè altre persone devono decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato? Ciò che è giusto per me non deve essere giudicato, così come non mi importa cosa decidono di fare gli altri nel bene e nel male.

Siamo o no liberi di essere liberi?

Non ho mai provato rimorso per ciò che ho fatto e non sono stato spinto da un motivo preciso. Amo cacciare e a chi importa se caccio animali o persone.

Così mi ritrovo in una cella di isolamento in questo carcere di massima sicurezza di ADX Florence in Colorado ad annoiarmi tutti i santi giorni. Mi hanno definito un serial killer e per questo mi hanno condannato alla pena di morte. Ahaha, loro sono altri assassini che si nascondono dietro la bella scusa della Giustizia. Penso che non siano tanto diversi da me alla fine. Anche loro uccidono e provano piacere a fare questo, quindi siamo simili alla fine, non vi pare?

La mia cella è un lurido e piccolo buco. Il cesso è accanto al letto di ferro. Un lavandino per metà spaccato sta vicino alle sbarre. I muri sono screpolati e con strane macchie di sangue rappresso. Chissà quanti si sono spaccati la testa lì per la disperazione. Io la mia testa la voglio intera fino alla fine. Ma nonostante tutto questo io non mi lamento, sono un tipo che mi adatto e faccio delle difficoltà un punto di forza.

Sta passando la guardia, questo vuol dire che tra poco è ora di andare a dormire. Qui la nozione del tempo è falsata, il tempo si dilata o si restringe a seconda delle cose da fare. E qui l’unica cosa da fare è fissare il muro e ripensare alla vita passata fuori da questa realtà di merda.

Ma la guardia non stava passando?

Mi alzo e mi stiracchio, mi avvicino alle sbarre e guardo fuori. La mia suntuosa cella era illuminata mentre fuori nel corridoio era buio così come le altre celle. Qui, quasi tutti siamo condannati a morte, ma la mia data è ancora lontana e quindi la luce non deve rimanere accesa. Si, la notte prima dell’esecuzione la luce della cella rimane accessa. Non chiedetermi perchè, perchè io domande agli sbirri non ne faccio.

Si saranno sbagliati penso, mi risiedo sul letto e attendo. Ma non succede nulla. Sembro da solo qui dentro. Mi rigiro verso le sbarre e noto nella penombra una figura di un uomo in piedi vicino la cella di fronte la mia. Mi sembra una guardia anche se riesco a vedere solo dei contorni.

Mi alzo con arroganza e gli chiedo: < Quando pensate di spegnere la luce della mia cella?> , non risponde, sembra una sagoma di cartone. Comincio a innervosirmi. Rimango in piedi a fissarla.

All’improvviso la luce si spegne e rimango nella totale oscurità. Tutto è buio sia fuori che dentro la mia cella. Non so che fare, se tornare a letto a tastoni o avvicinarmi alle sbarre. È più facile per me raggiungere le sbarre e così mi avvicino. Ci sono quasi e di nuovo le luci si riaccendono, tutte, e davanti a me, dall’altra parte delle sbarre, c’è un uomo che mi fissa. Salto letteralmente in aria. Sento il suo fiato marcio e mi guarda con durezza. È tutto sporco di terra e ha una ferita aperta che parte dal lato destro del cranio e termina lungo la guancia.

Io quell’uomo lo conosco o meglio, lo conoscevo, l’ho ucciso io dieci anni fa.

Sta li attaccato alle sbarre come se le volesse trapassare.

Lui era il custode della fabbrica di pneumatici dove lavoravo. Era stimato da tutti e aveva un carattere fermo ma cordiale. Decisi di ucciderlo dopo un diverbio con lui avvenuto davanti la fabbrica. La notte di quello stesso giorno ero alla fabbrica mentre il vecchio stava chiudendo un padiglione. Con me avevo un ascia. Mi avvicinai alle sue spalle e alzai l’ascia per colpirlo. Non fece in tempo di girarsi che gli spaccai la testa.

Ora che ci faceva lì. È impossibile che i morti ritornano. Esistono solo nelle storie degli spostati di menti.

I MORTI sono MORTI.

< Sorpreso di vedermi Mostro?>

Ride di una risata finta e vuota come se stesse recitando una parte.

< Ogni tanto i morti fanno visita ai vivi e tu meritavi una visita prima di morire ammazzato come me… come noi! >

Mi guardo intorno stupìto, quindi non è solo. Sento infatti i brividi scorrere lungo la schiena, perché prendo coscienza che questa “cosa” che mi sta parlando non è sola. Ritorno a guardarlo senza rispondergli. Lui continua:

< Siamo venuti a prendere te ” assassino” , ma prima, dovrai provare il nostro dolore e di chi ci ha dovuto seppellire>

E come preso dagli effetti della droga, davanti a me si aprono visioni allucinati e irreali. Ogni volto di chi ho ucciso fa capolinea davanti ai miei occhi, urla, pianti, i suoni dei colpi inferti mi assordano la testa. Il mio corpo percepisce ogni singolo dolore che io ho inferto loro. Ed è davvero doloroso.

< Non abbiamo potuto dire addio alle nostre famiglie. Io non ho potuto salutare mio figlio, rivederlo almeno l’ultima volta al ritorno della sua missione in Iraq>.

Sento piangere.

<la ragazza che hai trucidato era incinta e aspettava, piena di gioia, la sua creatura. Tu hai decretato la loro morte solo perchè ha tardato a servirti il pasto!>

Un pianto di bambino si leva da quella confusione infernale.

< Hai negato la gioia di vita ad una madre! Hai ucciso suo figlio solo perchè non ti ha dato la precedenza!! Sei solo un mostro schifoso! Devo continuare?>

Sono confuso. Non ho mai provato rimorso per tutto l’orrore di ciò che ho fatto. Ma ora.

Cosa ho fatto!!

Gli occhi bruciano, mi si stringe lo stomaco per ogni singola parola di quell’uomo. Ho preso delle vite e le ho distrutte. Per sempre.

Piango.

Perchè sto piangendo? Provo il dolore graffiante di chi ha perso l’amore delle ‘Mie’ vittime.

Perdere qualcuno è doloroso. Perchè sono diventato un mostro? Perchè mi sono macchiato le mani del sangue di questi innocenti?

Adesso comincio a sentire i sensi di colpa, ma una parte di me vorrebbe ancora resistere. Mi vuole convincere che alla fine tutti loro si sono voluti la loro morte. Ma chi sono io per volere la morte di un uomo o di una donna. Allora merito anch’io la morte, soffrire per redimermi. L’uomo ora mi sussurra all’orecchio:

< C’è l’inferno per la gente come te, tutto il male che hai fatto ti verrà reso. La morte non ti libererà di tutto il male che hai provocato.>

Come rassegnato ritorno alla mia branda e mi sdraio. Nonostante le grida e i pianti che assordano la mia testa, chiudo gli occhi. Lo so che ormai non posso tornare indietro, che non posso ridare la vita a queste Persone. Ma io penso che un rimedio semplice ci sia. Davvero merito l’inferno, ma prima di andarci ho un obbligo verso coloro che sono qui e attendono giustizia.

Mi ralzo e vado a prendere la carta e la penna dentro la tasca della mia giacca che di solito mi serve per scrivere ciò di cui ho bisogno, e appoggiato al muro comincio a scrivere tutti i nomi di chi ho ucciso, anche di chi non conoscevo il nome.

Ad ogni nome che aggiungo alla lista si attenuano le urla e i pianti. Fino a quando, ne sono convinto, per la prima volta, non sopraggiunge l’alba.

La guardia si avvicina alla mia cella e in silenzio mi porge alcuni fogli e una penna. Li prendo senza dire nulla. Comincio a scrivere con la sicurezza di chi sa già cosa scrivere e a chi destinare quelle parole. Parole che non avrei mai pensato di scrivere. Provare emozioni che non ho mai provato fino ad ora.

Sono seduto su questa sedia molto scomoda. Le fibbie stringono i miei polsie e le caviglie, tutto intorno a me acquisisce spessore.Non ho paura però, ho fatto pace con i miei demoni. Davanti a me non trovo sguardi duri e senza perdono. Sanno del mio pentimento.

Ed io sono pronto a pagare.

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