Il coraggio delle scelte primo episodio. 

Serie: Confessioni al telefono.


Sembra incredibile che sia arrivato a questa conclusione. Non mi sarei mai aspettato che la mia vita venisse così stravolta, da portarmi a prendere una decisione così drastica in un’anonima camera d’albergo dell’hinterland torinese.

Osservo la camera con i suoi mobili stile anni 70. Il letto, posto al centro di una piccola stanza, ha una testata marrone a forma di cuore con al centro una serigrafia avorio che riprende il giglio di Firenze. Ai lati, due comodini a un’anta dello stesso colore del letto, con sopra due lampade da scrivania formate da uno stelo grigio che sostiene una boccia a mo’ di tulipano di colore arancione. Di fronte al letto, un armadio a due ante coordinato con il resto del mobilio. La tappezzeria, scollata in alcuni punti verso il soffitto, con il suo colore giallo canarino e rombi marroni, è un vero pugno negli occhi. Alla sinistra della porta d’ingresso, un piccolo bagno dalle pareti grigie con un mobiletto bianco sopra al lavabo. Al fondo della stanza, una porta a due ante con le avvolgibili abbassate.

La camera è di una tristezza che non fa che acuire la disperazione che mi porto dentro.

Mi sdraio supino sul letto a osservare il nulla, mentre la mente viaggia a ritroso. E mi accorgo che ero padrone della mia vita fino a qualche ora prima.

Avevo iniziato a lavorare nel 1985 in un’azienda metalmeccanica che produceva fanali per auto, subito dopo il diploma in ragioneria. Mi aveva fatto assumere mio padre che vi lavorava da più di vent’anni come operaio; il giusto epilogo dopo la scuola; il classico ragionier Fantozzi. Non certo il massimo della vita per me che ho sempre amato i libri. Avrei voluto fare il liceo classico, e poi prendermi una laurea in lettere e insegnare. Sapevo che sarei andato incontro a una vita da precario a inseguire cattedre e a fare supplenze, ma almeno avrei fatto sacrifici per un lavoro che mi appassionava. Invece ho ceduto alla ragione, più che seguire le mie inclinazioni; ma la ragione degli altri, non la mia.

Dopo otto anni di insoddisfacente routine, ero giunto alla conclusione che quel lavoro mi stava asfissiando, e che non avrei voluto passare il resto dei miei giorni a contare il tempo che mi separava dalla pensione. Avevo solo ventisei anni e sentivo forte la voglia di libertà e di prendere in mano il mio destino.

In un sabato sera come tanti, passato in una birreria della periferia di Torino, mi sfogai con il mio migliore amico; Massimo, laureato in economia aziendale, e stressato impiegato dell’ufficio acquisti. Ci eravamo conosciuti nell’area ristoro durante una pausa caffè. Entrambi neo assunti, sentivamo tutto il peso di lavorare in un ambiente competitivo, dove il tempo è denaro, e il profitto, l’unica ragione di vita. Lui aveva cinque anni più di me, ma nonostante ciò, non era meno smarrito del sottoscritto. Fu un fatto naturale stringere amicizia, e con il tempo diventammo quasi inseparabili.

Passammo la serata a discutere di progetti e di sogni nel cassetto, e fu proprio quella sera che decidemmo di dare una svolta alle nostre vite.

Due mesi dopo, comunicai a mio padre l’intenzione di licenziarmi, per aprire una piccola libreria indipendente in società con Massimo. Mi diede del pazzo e dell’ingrato, visto quanto s’era scomodato per farmi assumere. Ricordo ancora la furente lite e la mia risposta piccata.

Durante quel periodo, dopo l’orario di lavoro, io e il mio futuro socio avevamo visionato e preso contatti con diversi proprietari di negozi sfitti a Torino e in diversi comuni limitrofi. Passavamo le serate a casa sua a fare calcoli, e a contattare via fax piccole case editrici sulle quali appoggiarci. Massimo, come me, viveva ancora con i genitori, che a differenza di mio padre, non giudicavano folle quel progetto

Fu un periodo intenso, faticoso, ma anche inebriante. Non eravamo degli sprovveduti o irresponsabili; sapevamo cosa volevamo, e niente e nessuno ci avrebbe fermato. Tornavo a casa verso mezzanotte  per non incrociare mio padre, non perché lo temessi, ma per non sfinirmi in eterne discussioni che avrebbero avvilito mia madre. Povera mamma, che brutto periodo anche per lei, presa in mezzo da due uomini che cercavano la sua alleanza. Ricordo che rimaneva sveglia fino al mio ritorno aspettandomi nel tinello, dove ingannava il tempo facendo finta di leggere fotoromanzi. Mi diceva sempre di portare pazienza, che mio padre si sarebbe arreso all’evidenza che ormai ero un uomo in grado di prendersi la sue responsabilità. Allo stesso tempo mi chiedeva di non ostinarmi nel muro contro muro, e m’invitava a parlagli e a ringraziarlo per quanto fatto, ma che adesso era arrivato il tempo di costruire la mia vita. Ci riconciliammo dopo qualche mese di convivenza forzata, e feci io il primo passo.

Serie: Confessioni al telefono.


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Discussioni

  1. Ho letto quest’episodio dopo la segnalazione di Micol Fusca e Antonino Trovato. Il rapporto padre figlio lo vedo anche come una metafora sull’invadenza dell’autorità. Sono curioso su come evolverà la situazione.

    1. Ciao Raffaele. È sempre interessante vedere le diverse interpretazioni che si possono dare a un testo, perché ciò allarga l’orizzonte della discussione. Vi è un filo conduttore tra l’autorità genitoriale, (e nello spefico patriarcale) e l’autorità istituzionale. Entrambe hanno influito e influiscono sulla libertà di scelta delle persone. Ingerenze che hanno pesato grandemente sulla vita e sulla libertà degli individui. Per molti secoli si sono avvicendati maestri del pensiero su come dovesse essere il modello giusto di società, e nonostante questo, siamo ancora ben distanti da quella pace perpetua ( e sociale) di cui scriveva Kant. Discorso ampissimo questo. Comunque ti ringrazio per l’interessamento.
      A presto.