Il corridoio dei ricordi!

«E anche oggi siamo qui dolce Margaret» le voci dirompenti di questi due giovani adolescenti, risvegliano il mio inconscio, costretto a lottare con me stessa.

Il mio sguardo, che un attimo prima era perso ad osservare il paesaggio fuori da questa grande finestra, adesso è attento ad analizzare i lineamenti di questi due giovani ragazzi. Come ogni giorno, vengono a farmi visita, ma non ci siamo mai chiesti il motivo del perché parliamo tanto. 

Restano semplicemente immobili, seduti nel lettino, di fronte la mia figura che stringe a se la propria sciallina di lana, fa molto freddo, ma mai quanto quello che ho patito. Ascoltano le mie storie, le mie curiosità, ed ormai sono diventati un pezzo fisso di quello che resta della mia vita.

Nessun legame familiare, solo tanta solidarietà, e affetto, tanto affetto.

Vengono quasi tutti i giorni, sono una ragazzina di appena diciassette anni, e un ragazzino di diciotto anni, sono fratello e sorella, ed il loro legame è piacevole alla vista, spesso in questi anni, ho notato che il bene che possiedono è raro! 

Abbiamo instaurato un rapporto di fiducia, forse per mancanza di qualcosa, non so bene il motivo, ma ogni qualvolta vengono a fare visita a sua nonna, che sta molto male, vengono a trovare anche me, e non c’è giorno in cui non passano.

Non possiedo più l’età per vivere la mia vita, ma possiedo l’età per finire questa sopravvivenza. Il mio corpo fisicamente è molto stanco, e tengo delle rughe profonde. Il mio respiro è regolare, ma non è il respiro a darti la vita, ma quello che hai dentro, e quando non hai più niente da costruire, allora capisci che stai respirando inutilmente. Ho la bellezza di novant’anni, ed ho vissuto a lungo.

«Cosa vi porta qui oggi?» chiedo facendo un lieve sorriso, non può farmi che piacere la loro presenza.

«Sei come la nostra seconda nonnina, ed anche se ci cacciassi via, ritorneremmo sempre» risponde Alicya alla mia domanda, sbattendo le palpebre più volte, mentre il fratello mi schiaccia un occhiolino compiaciuto. 

 Birbantelli.

«E poi sei l’unica nonna a cui non chiediamo soldi, dovresti apprezzarlo» tenta di convincermi Max con le sue parole compromettenti.


Oggi la pioggia ha deciso di dare vita ad una lunga danza, accompagnato da un vento molto forte. Prima del loro arrivo, osservavo con meraviglia proprio questo, l’irrequieto cielo di questa terra. 

Ma proprio in quel momento la pioggia inizia a rafforzare, ed ecco che i ricordi riaffiorano per la milionesima volta, provocando un mal di testa piuttosto fastidioso. Il mio sguardo si sposta sul calendario, vicino alla porta d’entrata, e quando la mia vista mette a fuoco con fatica, la data di oggi, una fitta indebolisce i miei arti. 

«Si Margaret, oggi è proprio quel giorno.» scuote la testa Alicya.

La tensione è alle stelle, e la mia gamba inizia a dondolarsi, accompagnato dal mio piede, che freme, contro il pavimento gelido di questo lurido posto. 

«Stai calma però; ci siamo noi.» tenta Max con le sue parole.

No, non c’è mai stato nessuno per me, al diavolo l’ottimismo; dovrà vedersela con tutte quelle persone che hanno subito un orrore colossale.

«Io ti ascolto.» chiude gli occhi Alicya, sembra triste.

Max si alza dal letto, e mi raggiunge, e con sguardo fermo, chiede il mio permesso, dopodiché, alza di poco la mia vestaglia, e quando nota la mia cicatrice che sta vicino al polso, stringe i pugni.

Nessun essere umano, che non ha vissuto tutto questo, non potrà nemmeno immaginare le scosse violente che devastano il mio cuore. Provi a dormire, provi a respingere ogni  spiraglio di quel ricordo, ma la mente sa che devi ricordare, anche se fa male, devi ricordare, perché il passato non può essere sepolto.

Oggi è il 27 gennaio del 2018, e sono passati esattamente 74 anni da quell’accaduto.

Non ne ho mai parlato con nessuno, e i loro sguardi premurosi, e la loro preoccupazione, mi spingono a diffondere quello che sento, quello che ho provato.

Così inizia il mio lungo percorso, segnato da bottiglie distrutte, e dolore soffocante.

«1944, anno del Nazismo, anno in cui miliardi di ebrei sono stati dimenticati, sono stati annullati dall’umanità. Sono stati messi al mondo, per poi essere umiliati, così come me, una giovane ragazzina di appena sedici anni, con sangue ebreo. Vivevo a quel tempo a Berlino, dove il male era maggiore. Vivevo in una famiglia per bene, ed ero stata adottata, l’unica ebrea in quella casa ero proprio io. Ma nessuno mi faceva pesare la cosa, anzi, il mio fratellastro, aveva fatto di tutto per farmi inserire in quella società. Avevo un grande legame con mio fratello, si chiamava Jonh, ed era poco più grande di me.» faccio una piccola pausa, è noto che i due fratelli si guardano con curiosità.

« Chi avrebbe mai pensato che degli sconosciuti in tenuta da militari, entrassero di colpo in casa tua, e rubassero la tua piccola vita, perché si trattava di una ragazzina. Se in quei anni avevo ricreduto che la vita fosse speranzosa, dopo la mia presenza in quei campi di concentramento, non avevo più nemmeno un briciolo di speranza. Il dolore non esisteva, perché anche il dolore era un sentimento, più che altro il mio era il nulla, sentivo il nulla. » 

Le lacrime di Alicya iniziano a solcare le sue guance rosse, e per un momento penso se smettere di parlare, ma io voglio che sappiano la crudeltà che c’è, non voglio che crescano con le favole che hanno un finale meraviglioso, quando dietro l’arcolbaleno esiste l’inevitabile.

«La puzza in quel posto col tempo divenne il profumo. Era normale che si sentisse odore di vestiti bruciati, di capelli bruciati. Era tutto normale se scorgevi dalle ciminiere del fumo nero, quello era semplicemente quel che restava della vita delle persona, il nulla. Adoravano vederci senza forze, spogli di ogni cosa, con tutte le nostre debolezze, adoravano torturarci e noi vendevamo la nostra forza lavoro per il nulla, perché sapevamo che ci spettava la morte. Tante persone morivano prima del tempo, perché c’era chi pativa la fame, oppure il freddo. La stanchezza era diventato il mio mantello, e non collocavo più un singolo pensiero positivo. Persino qualche albero che si trovava oltre il fino spinato, per me era morto. Sentivi solo pianti, lacrime e le urla incessanti dei tedeschi. »

Max e Alycia sembrano scossi.

«Conosciamo la storia attraverso i libri, ma quando conosci la persona che l’ha subita, allora non si tratta più di una storia; ma di un remoto passato, troppo crudo.» dice Max con abbastanza nervosismo in corpo.

«E poi..?» dice Alicya dopo un piccolo silenzio.

E poi non ti aspetti semplicemente quello che accade.

«Sapete, invidio il vostro legame, perché vi volete davvero bene, ma nel mondo non si è mai pronti per tutto, così come non ero pronta io a quello che i miei occhi videro quella sera. Ormai non speravo più che qualcuno venisse a salvarci, perché c’era gente vicino al posto dove dormivamo accasciati uno vicino all’altro, che pregava di morire prima di essere infornato. Non ti aspetti più niente, quando non hai niente dentro, ma una sera, i militari tedeschi ci richiamarono tutti fuori. Avevamo un’immensa paura, e il gelido freddo ci colpiva dentro le ossa. Il capo di quella zona, ci presentó un nuovo soldato che avrebbe dovuto badare a noi, e quando si fece avanti, il mio corpo rischiava di cedere.»

Inizio lentamente a singhiozzare, sono più di trent’anni che non mi facevo un piccolo pianto. 

«L’unica persona che era riuscita a risollevarmi, si trovava di fronte a me, in tenuta da militare, il mio nemico giurato. Mio fratello Jonh. » i due ragazzi si alzano dal letto e sbarrano gli occhi.

«La mia reazione è stata simile alla vostra, ho fatto un passo avanti, ed ho spalancato la bocca, non dovevo assolutamente fare un azione del genere, perché mi costò caro. Mio fratello non era più in se, sembrava non conoscermi, e così fu lui a punirmi, davanti a tutti, estrasse da una tasca un coltellino, prese il mio polso con fermezza, e mi spintonó più vicino a lui, il mio cuore si era fermato in quello stesso istante. Trafisse il coltello, creando una lunga cicatrice nel mio polso, e gridai così tanto che mi sentì perfino l’universo.»

Il mio respiro inizia a farsi irregolare, gocce di sudore scivolano lungo il mio viso. I ragazzi mi fanno distendere lungo il letto, e finalmente la pioggia smette di sbattere contro la finestra.

«Tutto è finito, così come questa pioggia, ma i ricordi non sono mai finiti, e la pioggia ritornerà più forte di prima; perché il dolore ti accompagna per la vita.» dico in un sussurro, mentre sento i miei occhi chiudersi lentamente.

Sento infine le parole di Max, ed è l’unica cosa che percepisco.

«Non lasciarci.» 

Non posso non lasciarvi, ma sarò il vostro angelo custode, perché mi avete regalato un sorriso.

Uno solo in tutti i miei lunghi anni, uno solo che mi ha reso per un attimo una persona normale.

Come diceva Schopenhauer, la vita è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, e la felicità è solo una breve interruzione dal dolore.

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Discussioni

  1. Hei, brava. Hai scritto una storia molto interessante, a tratti mi è apparsa pure profonda e sentita. Complimenti, non sono stati minuti sprecati… Veramente… Ciao?