Il cuore del golem

La città era coperta dalla nebbia, come ancora avvolta dalle coperte in quella mattinata fredda in cui il sole stentava a voler uscire. Jan si avvicinò al braciere, tossì mentre si riscaldava le mani poi si avvolse nel lungo mantello e tornò a fare la guardia. Tra la nebbia svettavano le torri cittadine, alte e belle, che si ergevano sulla città per rassicurare gli abitanti. Tra le tortuose vie si sentivano gli zoccoli di un cavallo e lo stridio delle ruote di un carro, nascosti in quella foschia grigia. Jan scrutò verso la città vecchia, oltre la Moldava, le sagome del castello e della cattedrale sembravano proiettarsi minacciose su Praga, a ricordare a tutti i cittadini il loro posto nel mondo, in basso, sudditi di un imperatore lontano e di un Papa da troppo tempo perso nelle vie terrene del peccato. Ma Jan era un giovane semplice e ottimista, e di queste questioni da “gente studiata” che sapeva leggere ancora non si interessava. A lui piaceva il suo lavoro di guardia cittadina in cima alla torre dell’orologio, aveva il suo piccolo appartamento, una paga sicura, pane con lardo la mattina e una zuppa di crauti la sera. Si spostò sul lato est, il sole, mero cerchio giallastro, si nascondeva ancora pigramente nella nebbia mentre la città iniziava a svegliarsi. L’orologio meccanico, sotto Jan, si mise in moto e segnò l’inizio di una nuova giornata a Praga.

Quando il sole si levò alto in cielo e la nebbia si diradò, la città era in fermento. Carri e cavalli intasavano le strette vie, le cuoche e i garzoni correvano veloci con cesti colmi di cibo per i loro nobili padroni, piccoli orfani straccioni si mescolavano invisibili alla folla, in cerca di una mela da rubare, eleganti e ricchi mercanti con orgoglio guardavano le insegne delle loro botteghe piene di stoffe italiane e fiamminghe, manufatti pregiati opera di abili artigiani tedeschi e veneziani, spezie esotiche giunte dai confini del mondo.

«Solo uno sporco ebreo può metter mano su quei gingilli demoniaci!» si levò alto tra la folla un grido di scherno.

Jan abbassò lo sguardo lungo la torre. Il giovane Adam, come ogni settimana, penzolava da una pedana in legno e controllava il buon funzionamento dell’orologio. Più sotto, un gruppetto di uomini che aveva già fatto visita a diverse osterie e apprezzato il loro vino e la loro birra, si divertiva a provocarlo e a lanciare qualunque oggetto capitasse loro a tiro per farlo cadere.

«Vladislav Holý! Ubriacone che non siete altro, lasciate stare il povero Adam!» si intromise una grossa e grassa matrona spintonando gli uomini con le sue robuste braccia. Gli uomini risero, inebriati dall’alcol, ma poi, intravidero la giovane dama dietro la matrona.

«Andiamo via» disse Vladislav ai suoi compari, «qui c’è troppa puzza di ebreo.»

La giovane dama fissò con i suoi occhi di ghiaccio quel gruppetto di ubriaconi, penetrando nell’animo corrotto di ognuno di loro. In soggezione e spaventati dalla fierezza di quello sguardo, gli uomini scapparono.

Jan dalla cima della torre guardò divertito quella scena e la matrona inveire dietro a quei perditempo. Adam si portò una mano al cappello, in segno di ringraziamento mentre la giovane gli diede un fugace sguardo. Qualcosa non convinse Jan. Troppo freddi, pur essendo di classe sociale diversa.

«Mia promessa! Non dovreste occuparvi del matrimonio?» disse il barone Gustav giungendo a braccetto con il vescovo della città.

«Quale gesto caritatevole, mia signora Elena, un gesto che nostro Signore apprezzerà sicuramente prima della vostra conversione» intervenne il vescovo e accarezzò con sguardo bramoso e sorriso viscido la mano di Elena.

«Anche se rivolto verso…»

«Verso chi? Un ebreo? Nostro Signore non è forse il Signore di tutti?» sibilò rapidamente Elena al vescovo.

«Mia adorata promessa» intervenne Gustav, «il vescovo non intendeva offendere nessuno.»

Elena tornò a fissare con i suoi occhi penetranti.

«Barone, vi ricordo che sono ebrea anch’io.»

Salutò educatamente i due, diede un fugace sguardo ad Adam sempre impegnato con l’orologio, e insieme alla sua balia si allontanò.

«Per ora, siete ebrea. Vescovo, voglio questo battesimo il prima possibile, intesi?»

«Barone, come vi ho detto ci sono ritardi nei lavori di ristrutturazione e…»

«Avrete quello che vi spetta appena sarò sposato e avrò messo mano sull’eredità di mia moglie!» sbraitò Gustav.

Il vescovo restò impassibile, si allontanò dal barone, non prima di avergli risposto con calma.

«Non è ancora vostra moglie, barone, rammentatelo.»

Jan dall’alto della sua torre assistette con curiosità alla scena e seguì con lo sguardo Elena tornare al quartiere ebraico. Adam, finito il suo lavoro, sparì e il resto della giornata passò tranquillo.

Quella notte, Jan fu svegliato di soprassalto. Rumori orrendi di ferraglia fendevano il silenzio dell’oscurità. Pensò ad un attacco alla città e subito si levò dal letto e raggiunse la cima della torre per scrutare il nemico e dare l’allarme ma non vide i fuochi degli assedianti né il bagliore delle bombarde. Era una notte tranquilla come le precedenti. Il rumore che lo aveva svegliato era sparito. Scrutò nel buio e tra la nebbiolina del primo mattino gli sembrò di vedere una grossa ombra arrampicarsi in cima alla vecchia sinagoga.

Tornò a letto e fu svegliato poche ore dopo dallo strillone della città. La notizia del giorno era che durante la notte, la casa dell’ubriacone Vladislav era stata demolita completamente, ma del proprietario nessuna traccia. Nessuno pianse l’anima corrotta di Vladislav, ma i preti videro nella sciagura un segno di Dio e durante le messe del giorno misero in guardia i fedeli da una vita lontana dagli insegnamenti di Cristo. Dalla sua torre, Jan osservava la città spaventata e che esorcizzava il demonio fuori dalle proprie case. Tutti erano preoccupati, meno il vescovo, il barone e il mastro fabbro. Questo andava in giro a cercare e a chiedere di Adam, improvvisamente sparito. Incuriosito Jan scrutò meglio, vide la balia di Elena muoversi circospetta, ma della sua giovane dama, nessuna traccia per tutta la giornata.

Quella notte Jan fu nuovamente svegliato dal rumore di ferraglia. Non fu il solo stavolta a scrutare nella notte. Vide fiaccole per la città, urla terrorizzate e persone bussare alle chiese. Dalla sua torre vide levarsi un fuoco dalla cattedrale del castello. Gli abitanti attraversarono il fiume in massa per spegnere l’incendio e mentre tutti erano occupati a domare le fiamme, tra le statue del Ponte Carlo una grossa ombra si mosse indisturbata per poi nascondersi nelle vie del quartiere ebraico.

La città era sotto una maledizione, era chiaro a tutta la cittadinanza. Il vescovo, scampato alle fiamme, guidò una crociata con in testa il barone Gustav che andava di porta in porta. Ma Gustav pensava ad altro, quello doveva essere il giorno del battesimo di Elena. Senza la conversione, il matrimonio, e quindi la ricchezza, si allontanavano. Gustav sapeva bene che non c’entrava il demonio o qualche strega, era una congiura dei suoi rivali. La bella Elena faceva gola a parecchi nobili, e in pochi avevano accettato il suo dominio. Chi bramava Elena, chi desiderava il suo patrimonio, chi non voleva l’unione tra un nobile e una ebrea. In molti in città osteggiavano quel matrimonio e Gustav setacciò e imprigionò tutti i suoi rivali.

Quella notte la città restò sveglia. Nel silenzio della notte le fiaccole illuminavano i volti terrorizzati.

Un grido d’allarme si levò dal Ponte di Carlo. Tutti accorsero e videro salire un’ombra oscura dalle acque della Moldova. Gustav sparò con la sua pistola e subito dopo arrivò una salva di moschetti e archibugi, ma la figura continuava ad avanzare. Allora le persone si inginocchiarono e iniziarono a pregare, a chiedere il perdono dei propri peccati e a pentirsi. Il vescovo si spogliò delle sue raffinate vesti, scagliò in acqua i preziosi gioielli e si segnò più volte implorando pietà. Gustav continuava ad osservare l’ombra avvicinarsi, prese una fiaccola e la lanciò oltre la minaccia. Un grosso golem meccanico era incagliato nella riva, le gambe bloccate da un tronco ma le braccia ancora libere di muoversi. Piano piano tutti si calmarono, il vescovo litigò con alcuni poveracci per riappropiarsi dei suoi beni mentre Gustav si avvicinò all’automa. Aprì un vano nel petto del golem e tra i contorti meccanismi vide un foglio.

“Il cuore del golem è immenso per chi sa vedere oltre”.

Un orrendo presentimento colse Gustav. Corse al quartiere ebraico, andò nella palazzina di Elena, bussò violentemente senza ottenere risposta, sfondò la porta e cercò in giro. Di Elena nessuna traccia. Le prime luci dell’alba entrarono dalle finestre e illuminarono un grosso crocifisso d’oro appeso ad una trave di legno. Sotto di esso, vi era incastrato un foglio. Lesse il messaggio e per la collera appallottolò il foglio e lo lanciò contro la finestra. Poi scoppiò a ridere e uscì scuotendo la testa.

Jan dalla torre continuò a guardare la città tornare alla normalità. Mancavano solo due persone, Elena e Adam, che nessuno vide mai più.

Anni dopo, Jan, in pellegrinaggio a Roma, notò una bottega nel quartiere ebraico.

Una bambina giocava con un piccolo golem di metallo. Una scritta all’interno della bottega recitava:

“Un golem si erge a difesa dei figli di David puri di cuore”.

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Discussioni

  1. Molto particolare, mi è piaciuta, la scelta di far raccontare la storia ad un narratore esterno che guarda dall’alto lo svolgersi degli eventi. Una presenza impalpabile che tira le fila. Ancor prima di leggere gli altri commenti ho pensato che questo racconto merita sicuramente uno sviluppo. In primo luogo per l’ambientazione che assume atmosfere che si avvicinano al gotico, in secondo per la storia dei due giovani ragazzi ebrei che scelgono l’esilio. Spero che tu riesca a fare quel viaggio a Praga.

    1. Grazie Micol! Ho già alcune idee su come svilupparlo. Ho davanti a me un paio di mesi abbastanza intensi ma una volta passati spero di riuscire a dedicarmi meglio ai tanti progetti in sospeso, penso alla serie Erasmus, alla serie sulla Nigeria che non ho ancora completato la seconda stagione, in cima alla pila di cose da fare. Per ora ho tutto in testa e appunti sparsi qua e là. Una scappata a Praga sarebbe fantastica! A presto!

  2. Dunque Carlo, l’ispirazione è ottima. Su tutto aleggia il capolavoro di Meyrink, che qui hai materializzato in modo fin troppo robusto, rendendolo di metallo e distanziandolo, in qualche modo, dall’originale, molto più esoterico e per questo, narrativamente parlando, estremamente plasmabile.

    Con molta umiltà mi permetto di rilevare un cambiamento nella scrittura, una direzione verso il “vero” narrare.

    La strada è lunga, non ci illudiamo. Te lo dice un pellegrino che la percorre da anni.

    Di nuovo una bella prova.

    1. Grazie Roberto, bellissimo commento! Per carità ogni accostamento ai Maestri del genere sono un insulto, il mio é un raccontino scritto di getto nato da uno scatto di improvvisa ispirazione. Questo racconto probabilmente hai ragione, lo stile é diverso dai precedenti perché é anche il primo di questo genere, ti ringrazio per l’osservazione, sempre gradite e accolte con piacere da un pellegrino che é di gran lunga più avanti di me in questa strada piena di ostacoli ma anche così bella che camminiamo. Ancora grazie e a presto!

  3. Molto affascinante il tuo racconto che ci trascina nella vecchia Europa e nelle sue leggende. Dal mio punto di vista ci sono talmente tanti spunti che potresti farne un romanzo. Devo dire, poi, scritto benissimo come tuo solito. Mi è piaciuto molto leggerlo

    1. Grazie Cristiana! Hai ragione ci sono tanti spunti e vorrei svilupparlo. É nato come un raccontino a sé ma poi ho preso la mano e la fantasia ha galoppato. Devo studiare meglio il periodo storico, magari andare a fare anche un giretto a Praga per calarmi meglio e usare lo stile di una certa Isabel che conosciamo bene! A presto!

    2. Io a Praga non ci sono ancora stata, ma si sa essere ricca di mistero, fascino e cultura. Ci devi andare! Devi visitare, parlare con la gente, documentarti e anche divertirti E poi continuare il racconto che ha tutte le potenzialità per diventare un romanzo.

  4. Mi hai fatto rivivere la cupa atmosfera di una Praga avvolta nel mistero: inquietante e allo stesso tempo affascinante. Mi hai calato in un mondo pieno di misticismo dove religione e mito convivono plasmando anche mostri orrendi come il Golem.
    Ho notato la facilità di scrittura che hai dall’appropriatezza dei termini utilizzati per ricreare qualsiasi ambientazione. Per questo leggerti non annoia mai. Bravo.

    1. Grazie Fabius, come sempre hai azzeccato esattamente l’atmosfera che volevo rendere, sono felice. Ricambio il pensiero, anche leggere te non è mai stancante o noioso. Alla prossima!

  5. Allora (devo cercare di organizzare le idee perché questo librick mi ha suscitato molti ricordi): non ho mai visitato Praga, mi sarebbe piaciuto, nelle vacanze invernali sono stato a Ravenna e ho incontrato una signora di mezz’età (padrona della tavola calda in cui ho mangiato spesso) che è di Praga e lei mi ha parlato del Golem.
    Il Golem! Ho scritto qualcosa a riguardo di questa creatura leggendaria, mi ha sempre affascinato, anche e soprattutto il film di cento anni fa, “Der Golem”.
    Veramente bello e ti ringrazio (in genere sono meno prolisso nei commenti ma stavolta non ce l’ho fatta).

    1. Kenji! Ti ringrazio per questo bel commento! Sono felice di averti suscitato bei ricordi. Spero che tu possa andare a Praga un giorno e che abbia tante ispirazioni per molti racconti. Dalla defrenestrazione alla primavera del 1968, hai tanti spunti per i tuoi racconti storici e magari anche per qualcuno sulle mille leggende attorno al golem! A presto!

  6. Grande Carlo! Ti sei cimentato in un nuovo genere dal sapore antico. Lo stile di scrittura – che dire? – sinceramente: invidiabile. Tutt’ altro che facile rendere cosi` credibile una vicenda tanto lontana. Complimenti. Il contenuto e` interessante per vari aspetti, compresi i cambiamenti culturali, da quell’epoca a oggi, e i pregiudizi duri a morire. Si potrebbe cgliere una morale che condivido in pieno. Il giusto epilogo, gratificante, per noi lettori, sognatori, idealisti.😉

    1. Grazie Maria Luisa! Mi ha ispirato la risposta al commento di ieri. È un periodo piuttosto frenetico e non riesco a trovare il tempo che vorrei per potermi dedicare bene alla scrittura, il fatto che penso direttamente a serie anziché racconti singoli e al fatto che ho molte idee in testa non aiuta minimamente. L’ispirazione per questo racconto è arrivata ieri sera vedendo il mitico Alberto Angela in “Meraviglie” e l’ultima città era proprio Praga. La fantasia ha galoppato e stamattina ho scritto di getto questo racconto. Devo essere onesto, la seconda parte ho dovuto sintetizzare parecchio e avrei voluto approfondire meglio, ma volevo finire in un solo racconto, magari in futuro lo riprendo e lo sviluppo meglio. Per ora appunto le mie idee nel taccuino e quando potrò mi metterò a scrivere! Un lieto fine ogni tanto ci sta! Davvero è molto interessante esplorare il passato e vedere le differenze e le affinità, la Storia non è solo una sequenza di date e avvenimenti freddi e lontani per me, ma proprio appunto storie vissute da persone come noi. Grazie ancora Maria Luisa! A presto!