Il dono del sole (Monster Movie 3)
C’era un gran sole, quella mattina. Proprio forte. Com’era possibile? Era dicembre e il sole, oltre a essere basso – più che normale – era fortissimo. Faceva caldo e Dario si chiese tutto ciò, prima di entrare in questura a Casbeno.
In ufficio, si accomodò e, dopo un momento di concentrazione, affrontò le scartoffie.
Aveva davanti una mattinata molto intensa.
Un uomo stava camminando per le vie di Varese. Era appena uscito da una banca, e portava una ventiquattrore. Un affarista. Se imprenditore o padrone di banca, o forse anche meno: un funzionario, non lo si capiva.
Ma era pur sempre un tipo arrogante, di quelli che credono che, basta avere un conto in banca fiorente, e si può tutto.
La sua Jaguar era parcheggiata fuori posto.
L’uomo non era per niente teso. Non temeva le multe. E se qualche vigile si fosse permesso, gli avrebbe detto: “Lei non sa chi sono io”. Una frase fatta, trita e ritrita, ma che significava tutto.
L’uomo indossò gli occhiali da sole Gucci e guardò il sole.
Era una sua impressione, o era vicinissimo?
Ma non se ne curò: puntò verso la Jaguar.
Poi, si rese conto che c’era qualcosa di strano.
Non un vigile in avvicinamento.
Qualcosa dentro di lui.
Lasciò la ventiquattrore e si toccò i polsi. Provava un grande calore.
Influenza? Ma se portava il giaccone.
Dario stava ancora chino sui documenti e sentì un certo trambusto.
Sbuffò, al pensare che fosse qualche drogato parecchio riottoso.
Si alzò e andò a chiudere la porta. Ma prima, vide passare alcuni agenti.
«Ispettore!».
«Sì?» reagì Dario.
«Sta succedendo qualcosa di strano» lo informò l’agente scelto.
«E che cosa?».
«Incidenti in centro».
«Ah, black block» sentenziò, storcendo la bocca.
«No, macché. Qualcosa di più… di più…».
«Di più?» lo incalzò.
«Grosso, ecco».
«E che cosa ci sarebbe di più grosso?».
«Ruffoni!» lo chiamò il commissario.
«Mi dica…».
«Vada con loro, che c’è bisogno di gente con esperienza».
«Va bene» e si girò a prendere il corpetto antiproiettile.
Il commissario aggiunse: «Anche se contro ‘sta roba, non so se serve gente con esperienza». Più un mormorio.
Dario non se ne curò: si sarebbe sperimentato.
Fra i palazzi di via Volta c’era un nuovo palazzo.
Fatto tutto di scaglie e artigli.
«Ma che cos’è?» sbottò Dario, il casco u-bott in testa per proteggerlo. Anche se, contro quella mole, forse era inutile.
«Non lo sappiamo. Un dinosauro?» fece un agente lì accanto.
«Non dire sciocchezze! Qua non siamo a Jurassic Park: questa è Varese! Dove lo vedi Spielberg?».
L’agente fece spallucce. «Non so… Dico solo quel che vedo» il tono freddo.
Un dirigente prese il megafono e urlò: «Ehi, tu, mostro! Resta fermo, o ti spariamo!».
E il mostro reagì con un ruggito che fece tremare tutto. O forse furono i suoi passi: era tanto grande.
Dario disse più a se stesso che ad altri: «Non credo capisca le nostre parole…».
Il dirigente ordinò: «Pronti a far fuoco!».
Scattare di sicure di fucili e pistole.
Dario vide, con raccapriccio, che le fauci del mostro erano insanguinate. In effetti, sotto il portico c’erano dei resti umani.
Antropofago.
«Fuoco, fuoco!» urlò il dirigente.
Una tempesta di piombo si abbatté sulla bestia.
E il mostro reagì con stizza: accennò un passo indietro, poi caricò.
«Via, via di qui!» sempre al megafono.
Dario vide quella piccola montagna di scaglie puntare su di lui.
Azione immediata!
Dario fuggì sotto il portico e si girò, per vedere il mostro prendere a calci le automobili della Polizia. Alcune furono fiondate fino all’albero di piazza Monte Grappa.
In cielo, un elicottero osservava la scena impotente. Era così piccolo, che a confronto sembrava un moscerino.
Dario era stanco e rientrò in questura. Il centro era stato evacuato e stavano intervenendo i carabinieri. Contro quel mostro, non si poteva fare molto.
Giunsero nuove notizie: a Sant’Ambrogio si aggirava un mostro tentacolare, che, oltre a mangiare un cane, aveva aggredito un autobus e aveva divorato alcuni passeggeri.
Da Capolago erano giunte notizie di un rettile a tre teste quadrupede – Cerbero? – che sventrava le case e bloccava il traffico con la sua mole, per poi fagocitare le persone.
Ma che cos’era: un film dell’orrore? I mostri stanno solo lì, o al massimo nei film di fantascienza.
Lì ci voleva l’Esercito o qualche altra Arma.
Lì ci volevano gli americani.
Lì ci volevano le bombe nucleari.
«Domando scusa».
«Sì?» e si voltò per vedere un uomo panciuto e con la barba.
«Vorrei parlare con il questore» il tono educato.
«Ah, lui sarà da qualche parte. Non so…».
«Vorrei parlare con qualcuno di grado elevato».
«Io sono un ispettore».
«Mi accontento».
«Ma grazie» sarcastico.
«Non si offenda, ma c’è un tale caos…».
«Lo dice alla persona giusta» e lo invitò in ufficio.
Si accomodarono, e l’uomo disse: «Mi chiamo Riccardo Franchi, sono un astrofisico dell’osservatorio del Campo dei Fiori. Sono specializzato nello studio del sole».
«Ah» e guardò le scartoffie: più che vedere gente essere uccisa da quelle creature, preferiva concentrarsi sui documenti. «Le dispiace se apro la finestra? Fa un tale caldo».
«Nessun problema».
«Continui» lo invitò, dopo aver respirato un po’ di sano smog. Molto meglio quell’odore dolciastro che il puzzo di sangue e mostruosità.
«Le spiegherò in fretta: siamo davanti a un evento epocale, il sole sta rilasciando delle radiazioni nocive».
«Uhm?».
«Proprio. Nocive. Questa faccenda dei mostri… sta succedendo in tutto il mondo. Queste radiazioni influiscono sul codice genetico di certe persone, e le trasformano in mostri. I mostri che stiamo vedendo».
«In tutto il mondo?».
«Guardi su Internet» lo esortò.
Dario prese il cellulare e diede un’occhiata. Ultime notizie: creature mostruose in Olanda, Giappone, Canada… Morti, incidenti. E pure nel resto di Italia. «Possibile?».
«Sì, possibile» affermò.
Dario si girò e guardò il sole. «Possibile?» ripeté.
«Proprio così» ribadì l’astrofisico.
Dario si sentì male e mise le mani ai polsi. Vide la sua pelle diventare scagliosa e i denti svilupparsi in zanne acuminate.
Non doveva più pensare alle scartoffie.
Solo a mangiare.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao Kenji, mi sono divertita un mondo a leggere il tuo racconto: mi ha messo il buon umore. Un “disaster movie” in piena regola. Per un attimo ho pensato in quale mostro potrei evolvermi se affetta dalle radiazioni del “tuo” sole: magari, un gatto gigante 😀
Ciao Micol e grazie per avermi letto! Sono contento che ti abbia messo di buon umore. Questo è il terzo racconto sui kaiju (per questo ho indicato “Monster Movie 3), ma i primi due sono troppo lunghi per Edizioni Open. Magari prossimamente metterò gli altri…