IL FANNULLONE

Che caldo, accidenti! Maledizione, ho perso il pullman per un soffio e ho il colloquio di lavoro fra un’ora. Devo assolutamente trovare un passaggio.

La mia mente ragione confusa. Fa caldo, la strada è quasi deserta e la mia unica possibilità di trovare un lavoro decente si trova nella città vicina, che dista mezz’ora dalla mia, solo che ho perso l’unica corsa della giornata. Fantastico. Avanzo lungo la statale a piedi, zaino in spalla, ancora a ripassare in testa ciò che avrei detto per farmi assumere come meccanico in quella dannata officina, unico lavoro che so fare fin da bambino grazie a mio padre. Ogni tanto mi volto e tiro fuori il pollice, nel tentativo di fare autostop e fermare un autista dal cuore d’oro che sia disposto a farmi salire in macchina.

Ma al giorno d’oggi, chi più si fida di uno sconosciuto che fa autostop in mezzo alla strada?

Io per primo eviterei…

Ad ogni modo, ci provo lo stesso. Faccio due o tre passi, mi volto e tiro fuori il pollice.

Zero, non funziona. Sbuffo, faccio altri tre passi e ci riprovo. Un’auto nera, scassata, si ferma. Un miracolo.

Mi avvicino al finestrino del passeggero e l’autista si affaccia.

«Dove devi andare ragazzo?», domanda l’uomo.

«A Baiabey, signore. Dista mezz’ora da qui», spiego. Stringo gli occhi per il sole e non riesco a distinguere bene la figura dell’uomo.

«Sali, sono di passaggio».

Entusiasta, non me lo faccio ripetere due volte. Faccio scivolare lo zaino dalle spalle e salgo in macchina.

«Mi chiamo Trevor», e allungo la mano per stringerla. Lui la guarda sprezzante, ma non ricambia il mio gesto.

«Mmm, piacere», dice, e riprende a guidare.

Scrollo le spalle e trovo strano che il tizio non si presenti a sua volta, ma in fondo, chi si fiderebbe di uno sconosciuto? È già abbastanza che mi ha fatto salire con lui. Fa un caldo terribile, ma lui sembra non accorgersene. Indossa una lunga tonaca nera agganciata fino al collo, un cappello dalla tesa larga, nero anche questo, e un paio di occhiali scuri. Non si intravede un centimetro di pelle, a parte le mani. “Sarà un prete?”, mi domando, ma non oso pronunciare una parola. Non voglio sembrare invadente, basta che mi accompagni dove voglio.

Procediamo molto lentamente, ma non mi lamento. Non rischio più di arrivare tardi o saltare il colloquio. Meno male, o la mia ragazza minacciava di buttarmi fuori di casa se non avessi cominciato a contribuire alle spese…

«Posso accendere la radio?», chiedo, per rompere il ghiaccio. Non che mi importi della musica, ma il mormorare monotono del motore mi sta facendo uscire fuori di testa e il mio accompagnatore non accenna a voler conversare.

«Certo, ma tienilo basso», sussurra e a malapena riesco a sentirlo.

Pigio il tasto di accensione e parte una musica rituale. Cambio stazione aggrottando le sopracciglia e scelgo una canzone pop uscita qualche mese fa. Preso dal ritmo canticchio tra me, ma lui non gradisce e ringhia.

Sì ringhia. No, non ho sentito male. Ha proprio ringhiato. Così chiudo la bocca e mi trattengo dal ridere. Guardo fuori dal finestrino e cerco di immaginare nella mia testa il colloquio che da lì a poco mi aspetta e spero davvero che mi prendano.

Arriviamo a Baiabey finalmente, ma il tizio non mi chiede dove devo andare. Non ricordo bene, ma forse gliel’ho detto quando mi ha fatto salire? Probabile. Non ho una buona memoria, la mia mamma me lo diceva sempre che avevo la testa bacata.

Quando, però, vedo sorpassare la via in cui si trova l’officina, richiamo la sua attenzione.

«Ehi io dovevo scendere là! Se giri qui a destra non ti faccio fare tanta strada», esclamo, ma il tizio sembra non sentirmi e continua a guidare.

«Ehi!», lo chiamo.

«Ehi!», lo chiamo più forte, ma lui ignora tutti i miei tentativi di richiamare la sua attenzione. «Stai sbagliando strada! Torna indietro!».

Finalmente sembra accorgersi di me, tira freccia e accosta sul lato della strada.

«Se fai inversione qui e giri a destra…», ma non riesco a finire la frase. Le sue mani che prima stringevano il volante, ora stringono il mio collo così forte che non riesco a respirare.

«Taci», ringhia, «tu placherai la mia sete», dice sogghignando.

La paura mi invade all’improvviso, come la consapevolezza che svegliarmi dieci minuti prima mi avrebbe salvato da questa situazione. Il sudore imperla la mia fronte e i miei polmoni sono alla ricerca di ossigeno, che arriva solo nel momento in cui lascia andare il mio collo e, sogghignando, rimette la macchina in carreggiata e riparte.

Tossisco forte e mi tengo il collo con le mani dove fino a poco prima c’erano le sue. Mi sembra di sentire il segno delle sue dita.

«Chi sei? Che cavolo stai dicendo? Fammi scendere!», urlo e, in preda al panico, tento di aprire la portiera ma è bloccata e mi rimane la maniglia tra le mani. Cerco di spaccare il finestrino con i pugni, ma ottengo solo un gran dolore alle mani.

«Non puoi fuggire. I vetri sono infrangibili e solo io posso sbloccare le maniglie. Voi giovani non capite quanto siete irresponsabili. Fidarsi di uno sconosciuto… chi mai lo farebbe?», sogghigna e le sue labbra si aprono mostrando dei denti bianchi e curati, facendomi venire i brividi sulla schiena.

In che razza di situazione mi sono cacciato?

Comincio a pensare freneticamente a una soluzione, a una via di fuga, ma le possibilità di salvarmi sono proprio basse.

“Ok Trevor, non farti prendere dal panico! Rifletti!”

Non riesco ad elaborare un pensiero coerente e ormai siamo in viaggio da circa un’ora, finché mette freccia e gira in una strada sterrata.

“E ora che succede?”, penso frenetico. Mi chiuderà in un garage e mi torturerà fino alla morte? Mi appenderà da qualche parte e mi lascerà morire di fame e di sete? Mi farà implorare fino alla morte?

«Ti prego, non farmi del male!», inizio ad urlare implorandolo. Mi porto avanti col lavoro, insomma, magari funziona. «Sono un bravo ragazzo, un pò fannullone, certo, ma non ho mai fatto male a una mosca! Ti prego, risparmiami! Ci sono tante persone cattive che meritano di morire, perché proprio io?!», inizio a piangere forte, ma lui non si commuove, anzi si arrabbia e mi tira un ceffone che mi fa sbattere la testa indietro contro il finestrino.

«Taci! Niente e nessuno ti salverà! Ormai siamo arrivati», sentenzia.

Davanti a noi c’è un capanno che sembra abbandonato da anni. Anzi da secoli! Il posto è deserto, l’erba secca è talmente alta che quasi nasconde la costruzione. Si sente solo il frinire delle cicale.

Il sole è alto e, mentre il mio carnefice esce dalla macchina e viene a prelevarmi, non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di dargli uno spintone e scappare a gambe levate. Quanto posso essere stupido?…

«Vieni», dice afferrandomi violentemente per un braccio e trascinandomi verso il capanno. Continuo a implorare, a opporre resistenza, ma niente funziona.

Il capanno è immerso nel buio più totale. L’odore di muffa è penetrante. È pieno di tavoli e attrezzi impolverati.

«Dio ti prego salvami!», urlo ancora, ma l’uomo mi trascina fino a uno dei tavoli, lo libera dagli attrezzi con un colpo di braccio. È forte, non ho alcuna possibilità di contrastarlo. Io sono mingherlino e la palestra non mi ha mai entusiasmato…

Poi, all’improvviso, l’uomo si ferma. L’unica cosa che mi tiene in piedi è lui che mi tiene il braccio, ho il volto rigato dalle lacrime e quasi me la faccio sotto.

Nel profondo buio del capanno sento risuonare una risata. Poi due. Resto perplesso, mi guardo intorno, finché mi rendo conto che anche l’uomo è scosso dalle risate.

Che cos’è? Una setta? Sono il sacrificio di un qualche strano rito?

«Spero che questo ti serva da lezione ad alzarti dal letto quando ti chiamo! Sapevo che avresti perso la corriera!»

Questa voce la conosco…

«Evelyn!», esclamo mettendomi in piedi all’improvviso e asciugandomi le lacrime. La rabbia (e un pizzico di sollievo) ha preso il sopravvento sulla paura. Quella stronza della mia fidanzata! È davanti a me e ride sonoramente. L’uomo che mi ha “rapito” si toglie il capello e la tunica ed è il mio amico Peter, anche lui piegato in due dalle risate.

Ho avuto quasi un infarto e questi due ridono!

«Perché? Tutto questo?», chiedo esasperato, dando un pugno sulle spalle del mio amico, che nemmeno lo sente.

«E’ Halloween. E poi ti serviva una lezione!», dice il mio amico, «te l’avevo detto che te l’avrei fatta pagare per lo scherzo dell’anno scorso!»

«Mi hai quasi ucciso, stronzo!»

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