
Il Faro
Thérèse uscì dal bagno sistemando i bordi di pizzo ingialliti della camicia da notte, raddrizzò la spallina e si diresse verso il letto a baldacchino in cui dormivano da cinquantatré anni. Quel letto aveva visto tre materassi e lui, negli anni, aveva aggiunto qualche chiodo e qualche vite qua e là, ma era ancora lo stesso letto di ciliegio che avevano comprato per trasferirsi lì, il giorno delle nozze; era ancora appoggiato – se così si può dire, viste le pareti tonde del faro – contro lo stesso muro intaccato dalla salsedine, ed era l’unica stanza da letto che avevano mai conosciuto da quando, novelli sposi, avevano assunto l’incarico di guardiani del faro. Al piano di sotto c’era una stanza che usavano come studio, e salotto, e anche come dispensa quando le tempeste duravano a lungo e salivano dal piano terra dove si trovavano la cucina, la sala da pranzo, e la sala controllo.
Fu il sindaco in persona, amico del padre di Thérèse dalle elementari, a offrirgli quella posizione; l’aveva definita un dono di nozze, ma lei sapeva che erano a corto di giovani coppie squattrinate e pronte a dire di sì alle offerte più strambe in cambio di un lavoro sicuro. E, fintanto che c’era il mare, e c’erano i marinai, quello sarebbe stato un lavoro sicuro. Dopo la guerra non era rimasto quasi nessuno in quello sperduto angolo roccioso della Bretagna. Thérèse e Michel, immersi nel miele romantico del primo amore, avevano accettato subito. E in quel faro avevano dato al mondo, e allevato, tre figli, e, dopo averli cresciuti, gli avevano augurato buona fortuna e li avevano mandati a scoprire il mondo. Qualche anno dopo, il mondo gli aveva consegnato sei nipoti.
Thérèse e Michel vivevano da cinquantatré anni sospesi sul mare, tra gli umori del vento, e collegati alla terra ferma solo da un lungo e piccolo pontile di rocce. Vivevano all’interno di un faro che non ispirava più fiducia a nessuno, nemmeno alle anime che, di tanto in tanto, si perdevano cercando una pensione.
«Dormi?» chiese Thérèse sedendosi sul letto che le rispose scricchiolando al mucchio di coperte che davano al marito la forma di una soffice collina adagiata sul letto.
«Quasi.»
«Lo senti?» prese l’occasione al volo. Michel non rispose ma s’irrigidì. Era stanco, aveva freddo e sonno, ma aveva riconosciuto l’ansia nella voce di Thérèse e sapeva che era a un attimo dal trasformarsi in panico, acquistare forza, raggiungere la stessa velocità del vento sulle onde increspate sotto di loro.
Si arrese: «Sì, lo sento.»
«Io non penso mica che potrò dormire così, sai?» Lui non si mosse. Non rispose. Thérèse gli dava ancora la schiena e quindi non poteva – o non voleva – vederlo «Questa è una di quelle vere!»
Thérèse chiamava vere le tempeste capaci di onde più alte della cima del faro, onde libere di schiaffeggiarli come un genitore infuriato farebbe con un figlio irresponsabile.
«È inverno» tentò lui senza convinzione.
«Appunto!» insistette, lanciando un’occhiata verso la finestra a nord, quella verso il mare aperto, quella che prendeva di petto le onde, quelle vere «È inverno, e sta arrivando la prima vera tempesta; lo sai che non mi fa dormire il pensiero delle onde che si portano via il faro!»
Guardò verso il suo table de nuit, poi si alzò e andò a sedersi di fronte allo specchio, sullo sgabello traballante – nonostante le ripetute richieste, Michel ancora non lo aveva aggiustato – che usava come sedia da quando la figlia più piccola se n’era andata. Volle guardarsi. Distrarsi. Iniziò a pettinarsi.
Un’onda si schiantò contro il faro e alcuni spruzzi raggiunsero la finestra, dipinsero il vetro di bollicine e schiuma. «Ecco, vedi?» gridò «Lo dicevo io! Senti che botta!» Poi, sventolando la spazzola in aria abbassò la voce, un sussurro, e disse «Questa è più forte delle altre, Michel te lo dico io che è così, le conosco bene le tempeste, io!»
«Thérèse?» la voce di lui usciva dal bozzolo di coperte.
«Si?»
«Quanti inverni abbiamo trascorso qui?»
«Cinquanta… tre» ma poi ci pensò un momento e si corresse «no, cinquantadue, siamo entrati in primavera.»
«È mai successo nulla, al faro, in cinquantadue anni di tempeste?» Thérèse non rispose, osservava alcuni capelli intrappolati tra le setole della spazzola. Devo pulirla, pensò. Poi tornò a passarsela tra i capelli lunghi e lisci, da poco passati dal mogano alla neve. Si guardò nuovamente allo specchio e trovò uno viso accigliato, e duro, a ricambiare il suo sguardo. Si girò, guardò il mucchietto del marito: «C’è stata quella volta in cui quella barca a vela è finita sullo scoglio arpionando il corrimano e rompendo uno dei vetri della cucina. Ci abbiamo messo due giorni ad asciugare tutto» e, insoddisfatta, aggiunse: «Ha quasi centrato la porta, ricordi? E se l’avesse fatto chissà come ne saremmo poi usciti, noi!» e facendosi seria: «Voglio dire, lo sai quanto siamo lontani dalla terraferma vera!»
«Ecco, vedi» risposero le coperte, «non è mai successo nulla di pericoloso. Un po’ di emozioni, sì, ma siamo al sicuro, bijoux, lo siamo sempre stati.»
«Ma poteva!»
«Forse. Ma non è successo.»
Un’altra onda si schiantò contro il lato nord del faro con un botto, illuminò per un momento il buio. A Thérèse cadde la spazzola dalle mani. La guardò, là in terra, sorpresa e interdetta che non fosse più tra le sue mani.
«Io, questa notte, prendo una delle mie pillole gialle.»
«Brava, fai bene.»
«Ne vuoi una anche tu?»
«No, io sono a posto.»
«Sicuro? Diventerà peggio, sai, voglio dire, quando vengono su fin qui vuol dire che il mare sarà davvero grosso.»
Le coperte si mossero mostrando il volto di un uomo esile il cui viso, sferzato dal mare e dai venti, era solcato dagli anni. Gli occhi, piccoli e ridenti come la sua statura, contenevano intatta la scintilla di vita. Guardava lontano mentre si stirava, poi sistemava la schiena contro il cuscino che lo faceva sembrare ancora più piccolo. Comodo, si voltò a guardare sua moglie e le disse, con il tono di chi ha amato per anni lo stesso fiore delicato: «Thérèse, vieni qui.»
Lei si girò a guardarlo e, con un sorriso caldo e incerto, andò a sederglisi accanto. Più grande di lui sia in altezza che di costituzione, Thérèse rimpicciolì, si nascose sotto l’esile braccio con il quale il marito l’aveva abbracciata.
«Bijoux, amore mio, è inverno» tentò di rassicurarla «e l’inverno è stagione di tempeste… lo sai no? Sono più di cinquant’anni che ogni anno, puntuali come la Svizzera, arrivano le tempeste» sottolineò le parole con un bacio sulla tempia e, stringendola a sé con più forza aggiunse: «Lo sai che non è mai successo nulla. Né al faro, né a noi. Nemmeno con il mare a forza dieci, o con le burrasche e gli uragani fuori stagione che ci hanno preso di sorpresa. Ricordi? Bijoux, tu conosci ogni sasso, ogni scalino, ogni trave di questo faro come se l’avessi costruito tu stessa.» Tirò fuori anche l’altro braccio dalle coperte e iniziò ad accarezzarle i capelli in cui riconosceva il profumo del vento. «Ogni anno, mon bijoux, ti viene paura. E ogni anno, alla terza tempesta, ti ritrovo sul terrazzo a gridare al mare di non fare il codardo, di fare di meglio; ti trovo a sfidare la tempesta a non annoiarti a morte con le sue onde da dilettante.» Smise di accarezzarla e le girò dolcemente il viso, per baciarla. «Ogni anno, Thérèse. Da più di cinquant’…»
«Lo so!» scattò lei portando gli occhi alla finestra, le rughe più profonde «ma ogni anno ce n’è anche una, la prima, quella a cui non sono ancora abituata, ecco. Ed è questa!»
«Giusto.» Michel fece una piccola pausa per scegliere la risposta più adatta, poi disse: «Perché allora non prendi quella tua pastiglia gialla e ti metti qui, vicino a me, ad aspettare che ti passi la paura e che ti faccia addormentare? E poi» aggiunse con quel suo mezzo sorriso sempre pronto, all’angolo delle labbra «poi, alla prossima tempesta, o a quella dopo, quando sei pronta insomma, ci vengo anch’io, con te, sul terrazzo, e ci gridiamo insieme, al mare. Ci stai, bijoux?»
«Davvero lo faresti?»
«Per te?»
«Sì, per me.»
«Certo Bijoux. Quest’anno te lo prometto, quest’anno vinco le vertigini e vengo a gridare con te.»
Thérèse scivolò giù dal letto e tornò al table de nuit, aprì il primo cassetto e ne estrasse un semplice porta pillole in argento. «Solo una» gli disse facendogli vedere la piccola pillola gialla.
«Lo so» rispose il marito «solo una, mon bijoux.»
Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un racconto dolcissimo, molto bello
Quanta pazienza c’è in un amore longevo. E come è caldo quell’abbraccio. Mi sono emozionata nella lettura di questo bellissimo racconto. A volte ci ingarbugliamo nel cercare di trovare un significato, mentre i tuoi protagonisti ci mostrano che il segreto si trova nella semplicità. Veramente bravissima!
Complimenti, nel tuo racconto ho visto l’infinito dell’amore. Nell’abbraccio la sicurezza in un momento di pericolo, in una tempesta, quelle che nella vita ogni coppia dovrà affrontare. Il coraggio nell’affrontare le difficoltà insieme.
Brava. Molto appassionante.
gP
Il bello è che io ho visitato spesso la Bretagna. Una parte della Francia molto bella!
Quanta dolcezza in questo racconto…. Grazie per averlo condiviso
Bellissimo racconto, con un finale un po’ sospeso. C’ e` il sogno di vivere in un faro sul mare. Chi di noi, piccoli autori con fantasia galoppante, non l’ ha mai fantasticato? E poi c’ e` sentimento, la tenerezza di una coppia che si ama e si sostiene durante le burrasche periodiche dell’ inverno. Tempeste e paure che potrebbero essere una metafora della vita, al mare, in montagna o in citta`. Un racconto ricco, intenso e piacevole.
Grazie mille M.Luisa, felice di averti portato oer un momento in un piccolo sogno