Il faro

Una volta ero il guardiano del faro, ma ora la mia funzione è stata privata di ogni utilità. Nessuna imbarcazione naviga più in mare, che è divenuto territorio di caos e devastazione. Il rumore della grandine non mi lascia tregua mentre la sento colpire incessantemente i deboli vetri sovrastanti, di cui temo l’infrangersi da un momento all’altro. Quando accedo alla lanterna e mi affaccio giù, osservo la furia delle onde imperversare e scagliarsi contro la torre che ancora mi tiene in vita, al riparo dalla tempesta. Le mura tremano e vacillano sotto le percosse più violente, e rabbrividisco d’angoscia nell’avvertire il mio unico rifugio indebolirsi giorno dopo giorno. All’orizzonte non vi è che un tumulto di luci e tuoni, il cui fragore rimbomba in un cielo pervaso da dense nubi nere, gonfie di collera. I raggi solari filtrano in quantità sempre minore attraverso di esse, ottenebrando l’atmosfera.

Questo diario e la penna che stringo fra le dita costituiscono la mia sola attività, nonché distrazione. Non scrivo con la speranza che qualcuno, un giorno, sia pur esso remoto, possa leggere questi fogli, giacché a fronte di quanto sta accadendo una tale aspettativa difficilmente troverà riscontro; ciò che mi spinge a tramutare i pensieri in inchiostro è, piuttosto, un sentimento di paura – sì! Paura della solitudine! Paura d’impazzire! Non ho memoria del numero di giorni che sono trascorsi dall’avvento del cataclisma, ma so che non ho contatto umano da ormai troppo tempo, e credo che la scrittura possa aiutarmi a riordinare la mente. Finora sono sopravvissuto servendomi dei viveri conservati negli alloggi, tuttavia iniziano a scarseggiare; inoltre il livello del mare si fa sempre più alto, e ben presto l’impeto dell’acqua travolgerà l’accesso principale. In previsione di questo, ho spostato tutte le riserve qui affianco a me, nella stanza dell’orologio: sono meno di quanto ricordassi.

Sta calando la notte, e le nuvole, così come le poche strisce di terra che ancora intravedo, si confondono fra le tenebre. Un intenso effluvio salmastro viene rilasciato dalle onde i cui impatti sulle mura non accennano ad arrestarsi neanche per un istante. Li sento risuonare da ogni direzione: mai prima d’ora sono stato testimone d’una simile catastrofe. Le raffiche di vento soffiano inferocite e il loro gelo mi penetra fin nelle ossa se solo oso mettere piede fuori dalla cabina. Ma in fondo non vi è più motivo di uscire dacché lo scenario, di giorno, non è mutevole; mentre di notte è tutto quanto immerso nel buio. Sto molto meglio qui, seduto di fronte a questa stretta scrivania fiocamente illuminata dalla torcia elettrica messa in funzione dal generatore, che, per mio enorme conforto, ancora sopravvive. La temperatura, benché bassa, è quantomeno sopportabile, poiché il faro incamera il minimo di calore sufficiente – eppure non so cosa darei per disporre di un fuoco che mi riscaldi il viso e lo spirito!

Come temevo, il muro attorno all’ingresso ha ceduto e la potenza dell’acqua ha creato una spaccatura, penetrando dentro la struttura: buona parte della prima rampa di scale è divenuta inagibile. Anche il freddo si sta facendo strada fra gli spazi della torre: è solo questione di tempo prima che la temperatura interna s’eguagli con quella esterna. Dai vetri, osservo che il cielo e la burrasca sono dominati dall’oscurità, troncata, di quando in quando, solo dal fulgore dei lampi; e solo i suoni, dapprima ovattati ed ora ben distinti, restano a testimoniare il crescente accanirsi della tempesta. Quest’ultima è quasi certamente sovrastata da una coltre di nuvole fittissima, più nera del petrolio, che adombra il firmamento celando gli astri ed il bianco satellite della Terra.

In tutto questo tempo, l’aria non si è mai oscurata così tanto, neanche di notte. So che questo non è un buio normale, così come non lo è quest’uragano che non avrà più fine. Sono condannato a perire qui: prigioniero di un oceano ignoto la cui ira si è abbattuta sulla mia ragione, punendomi così per la mia ottusità – maledico il giorno in cui non sono fuggito quando ancora la rovina era giovane! Ma non voglio ripiegare sulla resa alla morte senza prima aver compiuto un disperato tentativo di salvezza: ho intenzione di avviare il sistema di rotazione delle lenti che ho dappresso, per poi accendere la lampada del faro. Sebbene ritenga improbabile che qualcuno, là fuori, possa avvistare il mio segnale e prestarmi soccorso, ho deciso che la speranza non incontrerà la sua fine prima della mia.

Il sistema è attivo: una luce intermittente sorvola ora l’oceano. Non mi resta che attendere. Frattanto la temperatura è calata vertiginosamente; al contrario, l’acqua è salita ed ha raggiunto la seconda rampa di scale, annegando completamente il primo pianerottolo. Da questo fenomeno posso solo intuire che il livello del mare si stia alzando in maniera fin troppo anomala, e il pensiero che questo, prima o dopo, possa giungere alle porte dell’edificio del generatore, posto sulla sommità di uno scoglio che affianca la torre a circa metà altezza, non mi dà pace.

La notte sembra non terminare mai. Malgrado la mia percezione del tempo sia ormai alterata, sono sicuro che siano trascorse almeno dodici ore da quando la luce del sole è scemata del tutto: eppure quest’ultima non accenna a fare ritorno, così come la serenità del clima. Pare di naufragare in balia di un maremoto in pieno oceano, sorretti da una minuscola zattera sul punto d’affondare.

Poco fa mi sono assopito lievemente, ma una brusca vibrazione delle mura mi ha destato di soprassalto. È stato come se un gigantesco macchinario sotterraneo avesse scosso le fondamenta stesse della Terra; ma non è arrivato dal sottosuolo. Il mare, ecco cos’è stato: un’onda, più imponente delle altre, si dev’essere abbattuta contro il faro. Eppure non è più solo lui ad intimorirmi, poiché ora mi pare di udire, mescolati ai boati dei tuoni e al crepitare della pioggia e della grandine, degli strani lamenti dall’esterno: versi borbottanti e distorti, troppo innaturali per appartenere ad un animale. Dapprincipio ho ricollegato i suoni a quelli del motore di una grande nave, e per un istante il mio cuore ha traboccato di speranza. Ma non mi ci è voluto molto prima di bollare le mie congetture come poco plausibili, se non del tutto assurde. Perché il timbro di questi rumori è discontinuo, e danno l’impressione di provenire da molteplici direzioni diverse, come se chiunque li stia emettendo avesse circondato l’intera struttura.

Ho paura. Vorrei poter paragonare questo sentimento a ciò che si prova nei confronti di qualcosa di tangibile; ma non posso farlo. Per quanto la furia delle acque e del cielo possa spaventarmi, il pensiero che là fuori si celino creature ignote, inaccessibili ai miei sensi se eccettuato l’udito, che non mi è dato conoscere né combattere in alcun modo, richiama alla mia mente la più autentica fra le primordiali paure umane la cui idea non può essere interamente trasmessa mediante le parole. Tuttavia queste ultime mi aiutano a distogliere l’attenzione da quell’abominevole mormorare, la cui minacciosità suscita in me null’altro che pura inquietudine.

Solo adesso comprendo quanto sia stato ingenuo ad illuminare il faro. Quale uomo assennato paleserebbe la propria presenza in un territorio che non conosce? Chi mai griderebbe in una foresta buia ove possono nascondersi predatori misteriosi? Un tempo questa era la mia casa, ma ora sto precipitando in un baratro oscuro popolato da presenze ostili delle quali non comprendo l’origine. Tutto ciò che il mio istinto avverte è un senso di tremenda paura che alla ragione appare ingiustificato, e proprio perché questa non riesce a definirlo del tutto, tale stato d’animo viene inevitabilmente amplificato.

Ho sentito un crollo da fuori, poi tutto è diventato nero. Il generatore è distrutto; l’acqua mi bagna le caviglie. Ho freddo. Sto scrivendo le mie ultime parole col diario spinto contro il vetro, attraversato a tratti irregolari dai bagliori del cielo. Sento, avverto le creature che si accalcano dall’altra parte. Stanno cercando di entrare. Stanno gorgogliando dal fondo dell’abisso. Prego che se ne vadano. Desidero che sia l’ira del mare a trascinarmi via con sé, non loro.

Aspetta! L’acqua si sta abbassando – sì! La vedo ritirarsi sempre di più; la vedo innalzarsi all’orizzonte. Colossali montagne si muovono nella mia direzione.

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Discussioni

  1. Un mondo morente che potrebbe non essere frutto di fantasia, un futuro possibile dove il cielo è interamente oscurato ed il mare prende il sopravvento. In questo scenario distopico, prendono presto vita ombre impetuose. Frutto di immaginazione? Realtà? La solitudine può uccidere, carta e penna posso tener testa alla paura ed agli scherzi della mente: ma per quanto tempo? Bellissime le tinte, bella la spirale che si fa sempre più stretta fino all’incontro con l’ignoto. Non sempre la salvezza giunge. Come altri, ho riconosciuto le atmosfere che mi sono care nei racconti di Lovecraft e ti ringrazio per avermi permesso di affondare in esse.

  2. “ciò che mi spinge a tramutare i pensieri in inchiostro è, piuttosto, un sentimento di paura – sì! Paura della solitudine! Paura d’impazzire! “
    Scrivere è un’ancora di salvezza

    1. Un disperato tentativo del protagonista di razionalizzare le emozioni che vive di fronte a ciò che di razionale non ha nulla

  3. Credo che qualsiasi autore che si rispetti abbia voglia, o ha già fatto, minimo un part time per lavorare come guardiano del faro. È un luogo simbolico molto forte, una torre d’avorio ignififuga al resto. Lo stesso Pasolini compro una torre per scrivere all ultimo piano. Detto questo, penso che il racconto indaghi sull essenza della scrittura stessa, specie se interpretiamo le tue descrizioni di questo luogo come descrizioni della vita, quella che Fitzgerald chiamerebbe un “lento processo di distruzione “. Forse il faro e la comfort zone di questo protagonista ed anche, per estensione, la nostra. Mi è piaciuto molto come è scritto, potrebbe essere un racconto di Melville e anche le metafore di logoramento fisico-spirituale mi hanno ricordato Il vecchio e il mare, quando il vecchio descrive la sua barca in mal arnese e per contro ci indica un suo stato d animo molto ben nascosto. Thank you

    1. È sempre piacevole conoscere le diverse interpretazioni dei racconti, che questi nascano dalla propria penna o meno, e la tua è parecchio interessante. In effetti ho scelto il faro come simbolo di un “lume della ragione” ormai debole e morente, vittima di creature ignote e minacciose che rappresentano gli infiniti timori inconsci dell’uomo. Il faro è minuscolo se rapportato alla vastità dell’oceano oscuro: per analogia, la coscienza lo è altrettanto se paragonata agli aspetti più irrazionali della mente. Inoltre proprio in questo periodo mi sto approcciando per la prima volta a Melville, con Moby Dick, quindi chissà, magari la sua influenza non del tutto consapevole si è fatta sentire.
      Ti ringrazio per aver letto e condiviso la tua interpretazione 😀

    1. Eh sì, Lovecraft e Poe costituiscono proprio il faro che mi fa da guida😂
      Onorato che il racconto sia stato apprezzato:D

  4. Una pressione crescente insieme alla desolazione di essere soli come un faro, appunto, che resiste cercando di arginare le intemperie furiose delle acque. Le ultime due righe chiudono nella speranza. Le montagne si affacciano, inattese e gigantesche davanti alla visuale consegnando al protagonista la possibile fine di un totale stato di follia. Piaciuto.

  5. Ia! Ia! Cthulhu ftaghn! 🙂
    Nonostanta il tuo avatar rappresenti l’altro grande Padre della letteratura horror (così come la intendiamo), in questo racconto ho percepito (ed apprezzato) una forte influenza lovecraftiana. Le presenze che giungono dagli abissi, le enormi “montagne”? che si muovono verso il protagonista…
    Mi è piaciuto, questo brano. Mi è piaciuta l’atmosfera che hai creato, facendo crescere il pathos assieme alla marea. Mi è piaciuta la scelta di narrarlo in prima persona, sotto forma di diario; mi ha richiamato lo sitle epistoalre col quale Stoker ha scritto Dracula. E la prima persona ed il il lessico usato mi hanno in effetti fatto pensare sia alle lettere che Jonathan Harker mandava a Mina, ma anche al protagonista de “Il cuore rivelatore”.
    Insomma, letto e piaciuto!

    1. Ti ringrazio per aver letto ed apprezzato il racconto 😀
      Mi fa piacere che si sia percepita l’influenza di Lovecraft (autore che preferisco insieme Poe); inoltre per le creature del mare (le quali mi sarebbe piaciuto approfondire di più, ma purtroppo il limite delle 1500 parole si è fatto sentire) derivano anche da una vaghissima ispirazione ad Hodgson e alle sue ambientazioni “marine”, sebbene in gran parte lo debba ancora leggere.
      Le “colossali montagne” altro non sono che le onde di un enorme tsunami; quest’ultimo aspetto non l’ho voluto palesare ma rileggendo mi accorgo che forse sono stato un po’ troppo vago ed enigmatico nel lasciarlo intendere😅
      Infine, siccome “il cuore rivelatore” di Poe è uno dei suoi racconti più brevi, confesso di averlo letto attentamente più volte (quasi analizzato) prima di scrivere questa storia, dal momento che anch’essa sarebbe dovuta essere corta; tutto per vedere come lui sia riuscito a condensare l’orrore in poche righe così efficacemente.