
Il fico
Serie: I ragazzi della via Polli
- Episodio 1: I ragazzi della via Polli
- Episodio 2: La banda
- Episodio 3: Il cortile
- Episodio 4: La vaccheria
- Episodio 5: I Siciliani
- Episodio 6: Suole cuore e umore
- Episodio 7: Il fico
- Episodio 8: La caccia
- Episodio 9: La banca dei topi
- Episodio 10: Le biglie
STAGIONE 1
Aproillà era bianco, col pelo riccio, un incrocio tra un barboncino, un volpino e qualche altro bastardino. Era ancora un cucciolo di pochi mesi, vivace, giocherellone e vorace. Bianca era felice di averlo tra i piedi, di farsi leccare la faccia e di potergli dire, quando abbaiava in continuazione: «zitto tu, a cuccia», invece di sentirsi dire da suo padre: «muta tu, che non capisci niente». La sua presenza attenuava la solitudine di figlia unica, senza nessuno con cui giocare, ridere e scherzare.
Il divieto di stare in mezzo ai maschi del vicinato era sempre più categorico e minaccioso. Le femmine: Tonina e ‘Ssuntina, erano molto più grandi di lei e avevano ben altro a cui pensare. Una doveva badare al fratellino ancora col ciuccio in bocca, l’altra doveva fare la bambinaia e ogni giorno scarpinava per più di due chilometri, per arrivare alla stazione e andare a Casteddu col treno. Dalla stazione di Casteddu doveva fare altri due chilometri a piedi perché il filobus costava caro. La signora, madre dei due gemelli Gianpietro e Gianpaolo, faceva i suoi acquisti da Varese o alla Rinascente, o andava da Remy a farsi la messa in piega e il ritocco della tinta biondo platino, che la ricrescita era da buzzurri. Prima di tornare a casa saccheggiava qualche negozio di generi alimentari, poi buttava via quello che era rimasto in frigo, per fare spazio ad alimenti più freschi. A quel punto si rivolgeva a ‘Ssuntina, dicendole vai, alle pesti ci penso io. E infilava i figli nel box, con sonagli, pupazzi e giochini vari, per dedicarsi alle unghie, che lo smalto bisognava rinnovarlo ogni giorno, altrimenti se si rovina è volgare.
Il nome al cane, Aproillà, abbreviazione di aproillau, che significava arrivato all’improvviso, glielo aveva dato Benedetta. Era entrato in cortile una mattina e aveva rovesciato il secchio dell’alliga, annusando le bucce di patate e cipolle. Gli avevano dato un po’ di brodaglia con un tozzo di pane raffermo. Il cucciolo aveva risucchiato la zuppa come un’idrovora e non si era più mosso dal cortile. Ogni volta che Bianca gli passava vicino, scodinzolava; lei gli passava la mano sul pelo e quello si metteva pancia all’aria.
Una domenica mattina Aproillà aveva rubato dal tavolo della cucina un pezzo di salsiccia appena cotta, approfittando della distrazione di Benedetta che stava ancora friggendo le patate. Il padre di Bianca, se avesse potuto, gli avrebbe sparato subito e l’avrebbe buttato nel letamaio, insieme al ratto che aveva buttato il giorno prima, ma c’era Bianca che lo implorava, conoscendo l’efferatezza del padre, e si era limitato a dargli lo sfratto, cacciandolo fuori a calci, verso i terreni incolti, poco distanti. Aproillà era tornato dopo un’ora, scodinzolando baldanzoso, tutt’altro che offeso. A quel punto il padre di Bianca lo aveva messo dentro un sacco e lo aveva bandito, portandolo in campagna, a molti chilometri di distanza da casa loro.
Bianca non riusciva a darsi pace. A scuola, il giorno dopo, era triste e distratta.
La voce severa, dalla cattedra, che l’aveva richiamata più volte, l’aveva fatta sussultare.
«Bianca! Leggi, su, a pagina 22.»
«Cosimo era sull’elce. I ..mi si ……….no ..ti …ti ..pra la …ra…»
«A voce alta , Bianca, non mangiarti le parole.» L’aveva esortata la maestra.
«Tira.. un lie.. ven.. c’e.. il so…»
«Più forte, Bianca, non essere timida.» L’aveva incitata, ancora una volta, l’insegnante.
«Il sole era tra le foglie e noi per vedere Cosimo dovevamo farci schermo con la mano. Cosimo guardava il mondo dall’albero»(1) A quel punto le parole del libro l’avevano incuriosita e aveva continuato a leggere con più attenzione.
Quando era tornata a casa, aveva trangugiato un piatto di minestra burda di patate che sua madre aveva cucinato per la terza volta in poco più di una settimana. Un po’ per la fame e un po’ per la fretta, in pochi minuti aveva già sparecchiato e sciacquato il piatto. Subito dopo, mentre sua madre, già distesa sul letto per il solito sonnellino pomeridiano, iniziava a chiamare bammai bammai, agitoriu bammai,(2) parlando nel sonno, lei era corsa fuori, verso il terreno confinante, superando l’orticello di casa. All’angolo, tra il campo incolto e l’agrumeto, c’era un grosso albero. Ogni volta che Lisetta, sua cugina, andava a trovarla, non rinunciava ad arrampicarsi su quel tronco, invitando Bianca a seguirla. Lei non osava. La paura di farsi male cadendo, o di rovinarsi il vestito, e che sua madre, che non approvava certi giochi da maschiacci, potesse farle ancora più male scoprendolo, la teneva inchiodata giù, ad osservare sua cugina che, in quattro mosse, agile come un gatto e temeraria come uno scalatore di roccia, arrivava fin su, per appollaiarsi beatamente sulla biforcazione di un ramo, come se stesse seduta in un sofà di velluto. E da lassù la canzonava: «Che fifona che sei. Non vedi quanto è bello questo fico, dai sali!»
Quel giorno, ispirata dalla storia di Cosimo che aveva letto a scuola, e sentendo più forte che mai il bisogno di un distacco dall’asfissiante prigione domestica, si era fatta coraggio. Dopo aver fatto rotolare un sasso fin sotto l’albero, ne aveva messo altri due sopra, a mo’ di scalino, per accorciare la distanza tra il suolo e la sommità del tronco. Afferrando un ramo mozzato e un altro che pendeva, era riuscita finalmente nell’impresa. Da lassù le sembrava che ogni cosa fosse diversa. Nascosta tra le grandi foglie del fico, potendo guardare oltre il campo, più in là dell’orto, del cortile e del vicolo, fino allo stradone, senza essere vista, si sentiva al sicuro, protetta, più furba e più forte. Subito dopo aveva visto che qualcuno si era avvicinato alla legna ammucchiata in fondo al vicolo, dove un trattore col rimorchio l’aveva scaricata il giorno prima. L’uomo era tziu Peppi, che aveva una famiglia numerosa, poche stanze e un gabinetto soltanto. Dopo essersi abbassato i calzoni si era acquattato tra il cumulo della legna e la siepe di fichi d’india che segnava il confine tra l’agrumeto e il vicoletto. Bianca aveva voltato lo sguardo da un’altra parte. Vico Polli e tutto il circondario, sembrava immerso nel silenzio. Nello stradone neanche una corriera o un’ apixedda; finché due cani randagi avevano iniziato ad abbaiare, poi a guaire. Si erano annusati e infine – aveva pensato Bianca – ah, ora giocano a cavallino.
Dopo che i cani si erano allontanati era arrivato Toreddu con la sua bicicletta e il tascapane sul sellino per la fiaschetta dell’acqua e il pane e casu. La casa dei suoi genitori era dalla parte opposta a quella di tziu Peppi. Aveva iniziato a suonare il campanello sul manubrio e poco dopo era comparsa anche Tonina, col fratello in braccio. Toreddu le aveva fatto un cenno e lei si era affrettata a raggiungerlo. Aveva messo giù la coperta del neonato sullo sterrato, poi vi aveva adagiato il bambino. Un attimo dopo si era appoggiata al muro e lui addosso, come una ventosa. Avevano iniziato a baciarsi ed erano rimasti appiccicati – aveva pensato Bianca – come una delle sue figurine all’album. Ma come fanno a respirare? Si chiedeva.
Prima che quella stretta tra i due giovani si sciogliesse, una voce lontana aveva distolto l’attenzione di Bianca dalla coppia.
«Bianca! Bianca! Innui sesi Bianca? A chi ti curra’ Mammarranca.»(3)
La pacchia era finita. Scendere dall’albero, in tutta fretta, non era facile. Scivolando giù dal tronco era finita di botto sopra i sassi sporchi di terra, pestandosi il sedere. Con noncuranza, scuotendosi la polvere si era affrettata a rientrare in casa, prima che quella bella arrampicata le costasse qualche pedata.
(1) Il barone rampante di Italo Calvino, edizione I Miti Mondadori.
(2) Bammai bammai, agittoriu bammai: mamma mamma aiuto mamma.
(3) Mammarranca: figura immaginaria per incutere terrore ai bambini.
Serie: I ragazzi della via Polli
- Episodio 1: I ragazzi della via Polli
- Episodio 2: La banda
- Episodio 3: Il cortile
- Episodio 4: La vaccheria
- Episodio 5: I Siciliani
- Episodio 6: Suole cuore e umore
- Episodio 7: Il fico
- Episodio 8: La caccia
- Episodio 9: La banca dei topi
- Episodio 10: Le biglie
Ma il cane che fine ha fatto 🙁 povero… anche se capisco che non ci si può permettere il lusso di perdere una salsiccia così.
Anche questo racconto permette di immergersi nella vita di Bianca come se quello che lei vive fosse in realtà un ricordo rimasto incastrato nel fondo della mia memoria, come se lo avessi vissuto anche io.
“A quel punto il padre di Bianca lo aveva messo dentro un sacco e lo aveva bandito, portandolo in campagna, a molti chilometri di distanza da casa loro.” Quando i cani venivano messi dentro un sacco per allontanarlo da una casa, difficilmente riuscivano a ritrovare la strada per tornare indietro. Anche Aproillá, non avendo tracce da seguire, era diventato forse un randagio. E Bianca, perciò, non riusciva a darsi pace.
Grazie ShanLan.
Ciò che mi rimane più impresso dei tuoi scritti è il fatto che, pur narrando di avvenimenti e scenari a me molto lontani, sei talmente abile nelle descrizioni che non trovo alcun ostacolo nell’immedesimazione.
Aggiungo che non c’è niente da fare… non importa la differenza di specie e razza: se un animale ha la possibilità di rubare del buon cibo, sicuro, lo farà! 😹
Nessuna bestia é più brutta della fame, soprattutto quando sono i crampi ad essere divoranti. Per gli animali e anche per una gran numero di persone, in varie parti del mondo. Non dico che tutti potrebbero uscire di senno e fare come il conte Ugolino, però penso sia difficile resistere alla fame prolungata. Questa consapevolezza dovrebbe renderci tutti più accoglienti verso i migranti.
Ho sempre difficoltà a leggere qualcosa che tratti di animali, mi prende ogni volta l’ansia mescolata alla certezza che stia per accadere qualcosa che non saprò gestire emotivamente. Rimango anche in questa occasione con la bocca socchiusa dallo stupore per il modo in cui sei in grado di raccontare l’infanzia. Grazie per questa storia.
Ciao Roberto, la tua sensibilità si percepisce spesso da ciò che scrivi in certi tuoi racconti. E la tua vena poetica che abbiamo notato tante volte, esprime il tuo animo nobile che non può restare indifferente nel vedere o sentire di animali maltrattati. Capita anche a me, per alcune cose ci somigliano. Sarà per questo che ci siamo incontrati sulla stessa strada virtuale, pronti per una nuova partenza, nello stesso momento?
Un abbraccio.
Come al solito nella descrizione della campagna che penso appartenga ai tuoi ricordi, mi arrivano gli odori, i versi dei cani e delle galline e il vociare dei tuoi personaggi… Il bello è che riemergono tutti i miei ricordi campagnoli, anzi montagnoli, di quando ero piccolo: le arrampicate sull’albero di gelso nero a fare scorpacciata dei frutti che coloravano pelle e vestiti, lo scarabeo rinoceronte gigante che entrava in casa col frastuono di un elicottero (noi lo chiamiamo “la vecchia”, ma non so dirti il perché) e le lucciole! Aw! Quanto mi piacevano le lucciole! Ti leggo e mi ritrovo nuovamente piccolo e “meravigliabile”. Per quel cagnetto avrei fatto la guerra a mio padre, ma poi ripenso a quando il mio di padre lasciò un cucciolo di pastore tedesco che ci avevano regalato al vicino di casa che lo portò nella sua casa di campagna… mio padre ebbe il coraggio di dirmi che il cane era stato portato dal meccanico per fare una revisione e che potevo scegliere addirittura il colore che avrebbe usato il carrozziere sull’animale. Scelsi un turchese metallizzato molto bello, ma non rividi mai più Il piccolo Flash.
Grazie Emme, per quei sentimenti belli e vividi che mi fai rivivere con gioia. Grazie per la bella storia che non vedo l’ora di continuare a leggere per godermi ancora quei filmati girati con una vecchia pellicola da 8 millimetri a 16 fotogrammi al secondo! ♥
Ciao Emiliano, non potevo sperare in un buongiorno migliore di queste tue parole che mi addolciscono come il flandilatte che preparavano mia madre, finché c’ é stata. Le lucciole incantavano anche me. Il gelso di more, quelle nere, di cui sono golosa, (ne abbiamo una pianta), l’ho infilato nel romanzo che dovrebbe uscire a breve.
Per i cani ho versato molte volte tante lacrime, quindi ho detto basta. Sofferenza in più oltre quella inevitabile, nelle relazioni umane. Per fortuna ci sono anche le parole gentili e generose degli amici virtuali su Open, che danno conforto. Grazie🙏 di 💝
Oddio che mi hai ricordato! Ero forse un op’ più grande di Bianca e il cane si mangio’ la parmigiana… che casino 😀 😀 In questo racconto ci hai messo due tipi di genitori: la madre dei gemelli e il padre di Bianca, entrambi esempi non proprio positivi. Poi la bambina che comincia a crescere e il suo bisogno di libertà che si allarga. Spero che Bianca riuscirà a uscire da via Polli prima o poi e vedere quel mondo che ha cominciato a scoprire da sopra un albero.
Ciao Francesco, non ci avevo fatto caso di aver contrapposti due generi di genitori diversi, ugualmente negativi. É nel mio modo di essere e di scrivere, vedere e mostrare sempre i contrasti, le due facce della medaglia, il bianco e il nero dello yin e dello yang. C’est la vie.
E intanto Bianca vola libera tra le storie di un libro e tra le fronde di un albero, col pensiero.
Grazie Francesco, amico autore di prosa e versi, nato poco lontano, in una Isola Grande, di grandi autori e… “deandreiano”?
Assolutamente! Io che vengo dal rock e dal metal adoro De André (non molto i suoi lavori in dialetto perché non lo capisco 😀 ). Lo ritengo il più importante cantautore italiano ed è per me una fonte di ispirazione.
Mi fa piacere. La sua voce e le sue canzoni hanno avuto e hanno ancora un valore immenso.
La bambina che osserva i ragazzetti più grandicelli sbaciucchiarsi. Splendido, soprattutto perché, almeno una volta l’abbiamo fatto tutti. Bravissima
Da adolescenti, con più malizia, la stessa scena l’abbiamo osservata probabilmente con occhi diversi.
Per una bambina un po’ ingenua la scena vista dall’alto di un fico, non era ancora del tutto chiara. Baci che le sembravano soffocanti e l’incontro di due cani in calore che le apparivano come giochi tra cuccioli. Una delle sue prime evasioni per guardare il mondo con occhi diversi. Un piccolo spazio di libertà conquistata che, contrariamente a quanto cantava Gaber, si può raggiungere anche nello “star sopra un albero”.
Grazie Cristiana, a presto.
“zitto tu, a cuccia», invece di sentirsi dire da suo padre: «muta tu, che non capisci niente».”
😂 😂 😂 ma, poverina…
Difficile acquistare fiducia in se stessi con padri così, come accadeva spesso in quegli anni e in quei luoghi, con l’educazione rigida di molti padri autoritari.
Quanta meraviglia e quanta dolcezza mi ha fatto vedere Bianca arrampicarsi seguendo le orme di Cosimo, e da lì scoprire un mondo che ancora le è sconosciuto con il suo sguardo sognante e candido di bambina. I cani che “giocano a cavallino” e quei due innamorati che “chissà come fanno a respirare”…due immagini che mi hanno strappato un sorriso e riempito di tenerezza il cuore.
Ciao Dea, anche la tua attenzione nella lettura del racconto in cui Bianca inizia a vedere dall’alto cose che ancora non capisce, con le sensazioni che mi rimandi, sono parole gentili che aiutano a iniziare la giornata col sorriso. Grazie Dea🙏 un abbraccio.
Che dolce che sei nel raccontare Bianca: delicata e comprensiva del suo essere bambina. Darle il coraggio di salire sull’albero per vedere il “mondo” da un’altra altezza è una metafora che allarga il cuore e ci riporta al nostro crescere. Grazie M. Luisa!
Grazie a te Giuseppe🙏. Le tue parole sono sempre nuova linfa per far crescere altre gemme sulle branche di ogni storia. Storie semplici che possono avere un senso solo con la necessaria condivisione di preziosi lettori. 🙏
Sono rimasta molto colpita da come riesci a raccontare la reazione di Bianca alla lettura di Calvino e il suo piacere nello sperimentare la vita tra le foglie e il potere di guardare il mondo standosene fuori.
Credo si tratti di un’ ottima scelta strategica per sostenere la tua scelta di non rinnegare il tuo interesse per il mondo.
Ciao Francesca, la tua osservazione é giusta. Stefano Massimi che conduce un programma su RAI 3, direbbe, probabilmente che ognuno di noi ha o può trovare la sua Riserva Indiana, per sentirsi bene, come un un piacevole rifugio. E poi come diceva quel tale: la felicità é uno stato mentale. In più un buon libro, non perdo mai l’occasione di ripeterlo, può essere un bel salvagente, per tenersi a galla anche quando il mare é mosso.
Grazie Francesca🙏 un abbraccio.
Racconti storie che fanno parte della memoria collettiva, personale o raccontata. Veniamo da un tempo e un mondo in cui la violenza familiare non era certo la norma, ma certi modi di pensare e di raffrontarsi con i figli erano estremamente diffusi. E queste storie le racconti davvero bene.
La finzione c’é anche in questi racconti, ma soprattutto i ricordi come dici tu, di una memoria collettiva. Sentire ció che scriviamo credo che possa trasmettere sensazioni anche in chi legge, soprattutto quando i vissuti, direttamente o indirettamente, sono in parte simili. Qualcuno dice che gli scrittori, quelli ampiamente riconosciuti come tali, scrivono sempre e soltanto un unico libro: quello della loro vita, suppongo. Sono peró convinta che gli scrittori, comunque, mentano sempre, anche quando dicono il vero.
Io non sono uno scrittore ma mi piace tanto scrivere e sì, quello che racconto non è mai del tutto la mia vita, ma lo è sempre almeno un po’.
“buzzurri”
Interessantissimo questo aggettivo, che ricordo usato quando ero un ragazzino. Significa, in italiano corrente, persona zotica ma in origine il termine identificava i montanari ticinesi. E io l’ho imparato proprio in Ticino!
Da noi buzzurro si usava e si usa ancora per dire rozzo, con gusti, atteggiamenti e linguaggio tutt’altro che eleganti. Ho fatto la ricerca per capire se poteva passare come termine in italiano o se dovessi metterlo in corsivo come parola dialettale. Ho scoperto l’origine e anch’io l’ho trovata interessante. É bello conoscere come nascono le parole che usiamo.
Grazie Giancarlo.
Fantastica la scena in cui Bianca pensa “ma come fanno a respirare?”: mi ha strappato un gran sorriso, lo ammetto!
Mi piace sempre leggere questa storia, perché evoca delle immagini così chiare e nitide che sembra davvero di guardarle su schermo.
Un altro splendido episodio ottimamente scritto.
Ciao Giuseppe, ho cercato di ricordare le curiosità e le sensazioni che può provare una bambina ancora molto ingenua, che assiste per la prima volta alla scena di un bacio appassionato. Non so se L’ho mai pensato davvero, ciò che ho scritto di qualche bacio simile, quando avevo l’età di Bianca, però per un po’ mi sono sentita come se fossi davvero su quell’albero e stessi osservandosi la coppia. Per associazione di idee mi é tornato in mente, poi, un programma televisivo dove i concorrenti dovevano fare una gara sott’acqua, in coppia. Vincevamo i due che resisteva più a lungo, baciandosi sott’acqua. Da qui é scaturirà poi la domanda di Bianca.
Grazie Giuseppe 🙏
La durezza dell’ambiente famigliare fa parte di questa storia. In questo capitolo, metti in evidenza la voglia di libertà e la ricerca di uno spazio tutto per Bianca.
Come i precedenti capitoli scrivi molto bene 👍
Grazie Giuseppe, le tue parole sono sempre lusinghiere. La mia scrittura, con l’ezercizio costante, spero sia davvero migliorata e mi auguro possa migliorare ancora, anche se non potrà mai essere perfetta. Ringraziando il lavoro prezioso delle o degli editor, i nostri testi che abbiamo il piacere di vedere anche sulla carta stampata dei libri, possono ricevere la necessaria revisione.
Tu scrivi sempre e diventerai sempre più brava. Per quel che riguarda la perfezione, credo non esista.
Sì, solo Dio, ammesso che uno ci creda, in qualunque modo lo concepisca, puó essere perfetto. Noi ci accontentiamo di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Quando scopro una parola importante che non conoscevo, ne sono felice e la ripeto in continuazione per memorizzarla. Non so se capita anche a te.
Preferisco credere in me che in dio. Ho una pessima memoria, mi annoto parole sul telefono oppure attacco degli adesivi quando leggo.
Io spero che in ciascuno di noi ci sia una scintilla divina che potremmo chiamare anima o spirito o anche energia spirituale, che può entrare in risonanza con l’energia universale. Se fossimo bravi a far emergere questa parte di noi credo che potremmo assistere a dei ” miracoli”. Ma detto così, in due parole, immagino che possa sembrare un’idea un po’ da matti.
“Avevano iniziato a baciarsi ed erano rimasti appiccicati – aveva pensato Bianca – come una delle sue figurine all’album. Ma come fanno a respirare? Si chiedeva.” Ecco uno spunto interessante per un nuovo capitolo. I tuoi racconti scorrono piacevolmente, come le note della sesta sinfonia di Beethoven – la pastorale. Ti rilassano e ti danno una carica positiva.
GRAZIE! Mi commuovi con questi elogi esagerati che so di non meritare, peró, comunque fanno piacere.
Il mio moto principale é: “Primum non nocere”. Il secondo é: se puoi, dona un sorriso. Il terzo, dipende. Puó essere “pensa positivo”, oppure “tira fuori il rospo e sfogati”, che frenarsi troppo fa male. Quindi non so se riusciró ad essere sempre blanda.
Grazie Fabius P. , ti prego non farci mancare i tuoi rimedi omeopatici per stimolare le nostre endorfine.