Il fioraio e Amelia 

Serie: Male vite


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Oltre al peso della disgrazia, Giuseppe ha anche il fiato sul collo dello strozzino.

La stanza della cucina non ha gli odori di una volta: ora sa di pollo arrosto e di patatine fritte, comprati in rosticceria, e di pastasciutta in bianco, condita con olio e pepe, senza nemmeno una spruzzata di parmigiano. Ed è già tanto. Il letto matrimoniale è occupato per un quarto dalla schiena della vestaglia che, sempre più larga, avvolge il corpo della moglie. Da quando non c’è più il figlio, il parlare di lei si è ridotto all’essenziale, con domande corte e risposte a monosillabi. Giuseppe sa che devono avere pazienza, che devono stringere i denti e sperare che arrivi un equilibrio tra ciò che fa male e la vita che va avanti, prima che il dolore li distrugga.

Il cimitero è pieno di scheletri: chi qualche metro sotto terra, chi qualche metro sopra, nel loculo di famiglia. Se ne stanno in silenzio, ognuno nelle proprie ossa, senza la presunzione di essere superiore all’altro né in soggezione. Sono i parenti vivi che addobbano la fossa del proprio defunto con la pretesa di farne un morto più importante di un altro. Così, c’è chi ha la tomba con la lapide di marmo pregiato, chi il vaso da fiori di ferro battuto, chi la foto che lo ritrae in bella posa, come se dovesse esibirsi in una sala da ballo.

 Il posto dove è sepolto il piccolo Ammarata è un mucchio di terra con le orme delle ginocchia dei suoi genitori a cui il pianto toglie la forza di rimanere in piedi. È troppo presto per allentare le visite: è troppo vivo il suo faccino e la sua vocina che non essergli vicino fisicamente pare di lasciarlo da solo.

La bancarella del fioraio è lungo il viale dei cipressi, all’entrata dell’ultima dimora. Gigi ha una guancia sana e sull’altra una cicatrice da coltello; da quando gliel’hanno fatta il suo nome è cambiato, senza l’avallo dell’ufficio anagrafe: lo sfregiato. A volte la fantasia è così pigra che non va oltre l’evidenza.

Lo “sfregiato” non tratta solo fiori, ma anche roba di contrabbando, quel tipo di merce che dovrebbe avere una licenza legale e che, invece, di lecito ha soltanto la validità delle banconote con cui viene pagata. Si arrangia come può e ha esperienza da malavitoso, ma non ha mai ucciso nessuno, per paura o per fortuna, nonostante sia cresciuto in un ambiente malsano dove si impara a fare male agli altri. Ha le stigmate del delinquente, ma non lo è per intero: è una foglia di tabacco, troppo piccola per un sigaro normale. Sapendo che i fiori sono per un bambino innocente, sceglie di sua iniziativa quelli più freschi. Ammarata lo conosce per quello che è, ma non prova fastidio a servirsi da lui. I due si salutano cordialmente, all’oscuro di ciò che l’uno sa dell’altro.

Il bar pasticceria dirimpetto alla bottega ha un ampio parcheggio. All’interno, c’è un salone in cui trovano spazio un tavolo da biliardo, uno da ping pong, un calcio balilla e il gioco delle freccette. Giuseppe, prima della disgrazia, lo frequentava per la pausa caffè. Adesso non ci va più, perché gli ricorda quando i problemi erano talmente leggeri che solo a parlarne volavano via, spinti dal fiato che serviva a dargli voce.

Stamattina è di nuovo lì con Amelia. Più che una cugina è come una sorella, con la quale ha condiviso parte dell’infanzia. È passata da lui con l’espressione triste di chi ha subìto un dramma: ha scoperto che suo figlio si droga. Non riesce a farsene una ragione; non comprende come ci si possa perdere, con genitori attenti, premurosi e affettuosi. Giuseppe l’ascolta, le tiene una mano, ma non riesce a dirle niente. Rimane in silenzio.

«Anni e anni trascorsi tra sacrifici, dedizione e amore, per farlo crescere forte e sano, buttati nel cesso!» Piange avvilita, distrutta. «Viviamo in un posto di merda che ti aggredisce non appena esci di casa e che ha facile presa sui giovani. Ma Antonio non era uno sprovveduto!» Ha gli occhi gonfi e i capelli in disordine, lei che lavora in un centro estetico.

«Non è colpa tua.» Finalmente, riesce a parlare e parla di getto. «Non ha colpa nemmeno tuo figlio, che se avesse potuto non si sarebbe drogato. Si vede che non aveva altra scelta; forse stava male, così male da credere di poter stare meglio con quella roba là; forse doveva scappare da qualcosa che gli dava dolore, e non sapendo dove andare, ha creduto di poter fuggire dove la realtà non gli avrebbe fatto male.»

Amelia sorseggia la camomilla. È pensierosa: forse per le parole del cugino, forse perché intenta a dare un senso leggibile ad altre parole che le girano in testa.

«Ma è deciso a disintossicarsi?» le chiede, preoccupato.

«Sembra di sì. Ha già iniziato il percorso riabilitativo» spiega. «Ma sai come vanno queste cose…» aggiunge dubbiosa. Giuseppe annuisce.

«Non è facile. Per tuo figlio sarà una montagna russa, tra alti e bassi, tra momenti di forza e altri di debolezza, ma tu e il padre dovete avere pazienza, coraggio e amore. Non potete fare altro» le dice con tristezza.

«Oh, perdonami! Ti ho parlato di mio figlio, quando del tuo non c’è più nulla da dire» si scusa.

«Tranquilla, per il mio non servono più né parole né preghiere» la rassicura, continuando a girare il cucchiaino nella tazza di caffè preso senza zucchero.

Ci fosse un ascensore per arrivare in cielo per vedere se c’è Gigetto, Giuseppe lo prenderebbe a qualsiasi costo. Sarebbe un modo per avere la certezza di incontrarlo subito, qualora decidesse di andarci senza aspettare la propria naturale dipartita dal mondo dei vivi.

Ma non ci sono ascensori che vanno a esplorare i probabili cieli, perché dove non c’è certezza, non esistono rotte per orientarsi con bussole costruite dall’ingegno umano.

Continua...

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