Il giorno più bello.

   In alcuni momenti, alcune decisioni vanno prese così come vengono, senza pensarci su più di tanto, decidi di fare qualcosa e la fai. Lui quella mattina, si svegliò e decise che quello sarebbe stato il giorno più bello della sua vita. Nel passato questa idea lo aveva tormentato. Non sopportava di non ricordare o propriamente di non avere mai vissuto un giorno memorabile, quello da raccontare, il più importante. Lo aveva aspettato, lo aveva cercato, era stato disposto anche a fingere pur di viverlo, ma niente. Era convinto che tutti avevano avuto il loro giorno più bello, tranne lui. Aveva sempre temuto che qualcuno, prima o poi, gli chiedesse per qualche sciocco motivo, quale fosse stato il giorno più bello della sua vita. Lo angosciava terribilmente questa possibilità, perché lui non avrebbe saputo semplicemente cosa dire. Altri, forse, avrebbero risposto indicando il giorno del proprio matrimonio, quello della nascita del primo figlio o quello della promozione al lavoro, l’acquisto di qualcosa o altro, altro ancora, ma per lui tutti questi eventi erano estranei, la vita stessa era un’entità estranea. Con il tempo, questa che era diventata quasi un’ossessione, si perse nei meandri delle zone buie della sua mente, ma evidentemente non era morta, era rimasta sepolta viva, lì dentro da qualche parte, sino a ridestarsi improvvisamente, chissà per quale motivo, quella mattina.

  Quel giorno nessun tormento, nessun ripensamento, nessuna interferenza. Un’idea, direttamente una decisione e la sua conseguente ferma attuazione. Rubare un’intera giornata alla vita e tenersela tutta per sé, fare ciò che si vuole, dedicarsi solamente a cosa si ama fare, tutto il meglio e tutto insieme, per una volta, in totale relativa libertà e consapevolezza. Aveva deciso che quello sarebbe stato il giorno più bello della sua vita e lo sarebbe stato. Decidi di fare qualcosa e la fai, senza pensarci su più di tanto.

  Così, quel giorno ebbe inizio. Si alzò energicamente dal letto, andò in bagno e dopo aver lavato il viso e i denti ed essersi sbarbato, fece una lunga, lunghissima doccia sotto l’acqua bollente, come piaceva a lui, canticchiando tutte le canzoni che gli venivano in mente, passando in rassegna il suo retaggio musicale, la musica di quando era giovane. Dopo la doccia si dedicò con calma alla cura personale, le unghie delle mani, dei piedi, i peli del naso, quelli delle orecchie, delle ascelle, sempre intonando motivi che probabilmente nessuno avrebbe mai potuto riconoscere. Uscì dal bagno e ancora completamente nudo, si recò in cucina e per colazione bevve un bicchiere intero di latte freddo, niente altro. Andò in camera da letto, aprì l’armadio e scelse di indossare per il giorno più bello della sua vita la tuta sportiva. Era comoda e questo era sufficiente. Tuta e scarpe da ginnastica, ottimo, ora era pronto per uscire.

  Questa volta era diverso, non stava uscendo di casa per andare in un posto in cui doveva andare a fare qualcosa che doveva fare, ma si stava recando in un angolo di mondo che gli era sempre piaciuto, a passare il tempo come meglio preferiva. Senza badare a chi incontrava, al tempo che c’era fuori, al pianeta terra che continuava fastidiosamente a girare, si diresse deciso al lungolago, precisamente ad una piccola spiaggia pubblica, ma che sembrava essere stata dimenticata da tutti. Eppure, non era molto lontana dal centro abitato, ma era sempre deserta, pareva abbandonata, lui non aveva mai incontrato nessuno lì ed era per questo che gli piaceva tanto. Anche quella mattina, quel posto che lui aveva deciso essere il migliore di tutti, era desolato e silenzioso. Non appena arrivato a destinazione, si mise ad osservare a lungo lo scorrere dell’acqua dell’amato lago, cercando ancora una volta inutilmente, di capire la direzione delle correnti e il diramarsi del loro flusso. Guardava, scrutava e sputava, sputava nel lago. Era uno dei suoi passatempi preferiti, sputare nel lago. Era divertente vedere dove arrivava, la forma che prendeva la saliva sull’acqua, quanto tempo galleggiava prima di dissolversi. Aveva stabilito che quel giorno avrebbe sputato nel lago fino a quando non fosse straripato. Quando la saliva, però, cominciò a seccargli in gola, rinunciò al suo intento. Diede ancora uno sguardo alle misteriose correnti lacustri e con la bocca completamente impastata e il viso sporco di saliva, prese la via del ritorno.

  Passando davanti all’orologio del campanile della chiesa, si rese conto che era quasi mezzodì. Aumentò considerevolmente la velocità del passo, non voleva perdersi l’ora di maggior traffico e movimento della piccola cittadina in cui viveva, tra mezzogiorno e le tredici, quando tutti uscivano dal lavoro e andavano a mangiare, chi a casa, chi nelle mense, altri nei locali di ristorazione. Le strade si animavano, c’era gente, era l’ora di punta. I topi uscivano dalle loro ruote girevoli e andavano a rifornirsi di mangime. Lui per quell’ora voleva essere assolutamente a casa, per mettersi dietro la finestra della sua stanza e guardare le persone che passavano per la strada. Lo faceva spesso. Le esaminava con cura e quindi le insultava pesantemente, tra sé e sé, senza farsi sentire da nessuno, ma con cattiveria e insulti mirati. Quel giorno si dedicò a questa attività che lui stesso aveva coniato, con maggiore zelo e ardore. Si sentì bene dopo, quando ebbe finito, più rilassato, disteso, in pace.

  Era ormai giunta anche per lui l’ora di mangiare qualcosa, ma il pranzo di quello che doveva essere il giorno più bello della sua vita, doveva essere necessariamente speciale. Andò in cucina, tiro fuori dalla credenza tutto il pane che aveva e lo dispose sul tavolo. Lo stesso fece con l’acqua. Pane e acqua, certo, pane asciutto e acqua bevuta direttamente dalla bottiglia di plastica. Mangiò gustando ogni boccone, bevve l’acqua sorseggiandola come se fosse appena sgorgata dalla sua fonte originale. Poi, sazio e soddisfatto del migliore pranzo che avesse mai potuto consumare, andò in bagno per defecare. Non appena espulse le feci, non azionò subito lo scarico come faceva di solito, ma ancora accovacciato sul water, chiuse gli occhi e inspirò profondamente l’odore nauseante che aleggiava nell’angusto ambiente. Inspirava, espirava, inspirava, espirava e ancora, come se fosse in cima ad una montagna a respirare aria pulita e fresca. Dopo essere stato così per una manciata di minuti, si lavò con buona volontà, si tolse tutti i vestiti e di nuovo completamente nudo, andò in salotto per sedersi comodamente sulla sua poltrona. Fissava il vuoto e pensava a ciò che pensava, quello che gli veniva. Lasciarsi semplicemente trasportare dal flusso di pensieri che solcano la mente, per ore, immobile, fino a sera. Quando ad un tratto si svegliò da quella sorta di stato di trance meditabondo, guardando fuori, notò che si stava già facendo buio e abbozzò un mezzo sorriso di compiacimento. Sì, quello era stato finalmente il giorno più bello della sua vita, ne era convinto.

Sentiva, tuttavia, che mancava ancora qualcosa, l’ultimo pezzo, l’ultimo tassello. Doveva avere la certezza assoluta che quello sarebbe stato in effetti quel giorno, doveva esserne sicuro, privo di alcun dubbio, non ce ne doveva essere un altro, aveva finalmente raggiunto la sua meta, ma nessuno doveva spostarla o rimuoverla, quello era il suo giorno e non poteva essere un altro. Si rivestì risolutamente con i vestiti che nel pomeriggio aveva abbandonato in bagno e uscì di corsa. Correva, come era bello correre, sentire il proprio corpo muoversi, respirare, essere conscio di aver colto o compreso qualcosa di importante, qualcosa che gli era sempre sfuggito, ma che adesso era suo, era nel palmo della sua mano. Raggiunse velocemente il luogo dove era stato la mattina, lo stesso, sulla riva del lago. Aveva il respiro affannato, ma era calmo dentro, consapevole, soddisfatto, quasi felice. Si guardò in giro e non scorgendo nessuno, mise i piedi nell’acqua, cominciò a camminare senza esitazione e ancora con tutti i vestiti addosso, si tuffò nuotando verso il centro del lago. Nuotava, nuotava forte, nelle acque dense e fredde, al buio, nuotò a più non posso sino a che le forze lo abbandonarono e la fatica lo ebbe sfiancato. Stremato ed illuminato alzò gli occhi, guardò l’ultima volta il cielo e si lasciò andare. Quel giorno era stato il più bello di tutta la sua vita, non ce ne poteva essere un altro, mai più, ma per essere tale doveva necessariamente essere anche l’ultimo.

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Discussioni

    1. Grazie Silvia, lieto di avere suscitato la tua curiosità e che hai gradito il finale. Ciao