Il guscio

La luce catodica sfarfalla nella stanza buia. Colori brillanti riflettono sulle lenti incrostate degli occhiali di un uomo che guarda passivamente un gioco a premi. Sullo schermo una signora molto carina sta per vincere una vacanza di lusso per lei e la sua famiglia. L’uomo sgranocchia rumorosamente noccioline salate da un pacchetto bisunto, beve senza gusto da una bottiglia di birra mezza vuota. Alle pareti ci sono pochi quadri, qualche foto impolverata. In una si vede un uomo allegro che ride verso la camera, accanto una ragazza fa la linguaccia. Sembrano molto giovani. Sembrano molto felici. Forse i due uomini si somigliavano, qualche anno fa.

Lo schermo prosegue la proiezione, le sequenze di immagini si susseguono in modo epilettico senza alcuna reazione sul volto del passivo spettatore. Solo il movimento regolare della pancia e l’occasionale battito delle palpebre evidenzia che l’uomo è ancora tra noi. Almeno biologicamente.

E’ una persona molto anonima, potresti essere tu, potrei essere io.

Quasi sicuramente non è più nessuno.

Come facciamo a saperlo? Non è una domanda facile… Non è facile non essere nessuno.

Per cominciare, devi smettere di avere un nome e non è cosa da poco! Devi smettere di essere Giovanni, Maria o la Cate. Devi smettere di farti chiamare per nome, devi far sì che ci si dimentichi di te, o almeno di chi sei.

Devi rimanere fuori.

Devi diventare il postino, il notaio, lo stronzo che non è partito col verde, quello sempre per conto suo o magari, se riesci, farti identificare con un numero. Ecco, quello è un buon punto di partenza! Nelle file, nei moduli, ai tavoli, magari anche dai condomini. Devi essere di sfondo, anonimo.

Serve una costanza non comune, non puoi essere nessuno da un giorno all’altro.

Bisogna annullarsi e sparire, un pezzetto alla volta, si incomincia a sbiadire   scomparire dai fogli       memoria fino a quando     si scompare     tutto e non        più nulla se non     brusio             sottofondo       vaga sensazione                                             di spazio               .

                   indispensabile                     abitudinari                                  Serve

                                              .

                                            E’ necessario

                                                                                                                                            passivi

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Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. …ecco, appunto, una minuziosa cura del testo. Rendere visibile la sparizione attraverso le parole che negli ultimi righi si “assentano”. Anche avere il coraggio di starsene da parte, ovunque aleggia il protagonismo. Io ci trovo la volontà della Non Azione, niente a che vedere con l’inerzia. Bello il senso, bella l’impostazione. Buonissimo horror. Ciao.

  2. “Aiuto”: quest’ultima parola racchiude tutto. Hai comunicato perfettamente le non emozioni del protagonista, il suo desiderio di lasciarsi scivolare nell’oblio ed essere cancellato; altresì messo il dubbio nel lettore che la sua non sia propriamente una scelta completamente volontaria ma frutto di un mondo diventato indifferente

    1. Ti ringrazio, sono contento che ti abbia lasciato qualcosa. La scelta di rimanere in disparte è molto sfumata ed ambigua, impossibile dire dove finisca il desiderio di uno spazio sicuro e cominci l’impossibilità di uscirne.

  3. “le sequenze di immagini si susseguono in modo epilettico”
    Questo passaggio ha una forza tremenda, hai reso la vacuità delle immagini televisive scomposte e disordinate.

  4. Molto interessante, veramente. Conciso e diretto, lascia l’amaro in bocca. E mi chiedo, quante volte ci si sente così? Non c’è effettiva attinenza, ma ho pensato a un episodio di “Ai confini della realtà”, una delle prime serie, che mi spaventava da piccola. Non perché fosse effettivamente spaventoso, ma per l’immagine di una televisione programmata su un gioco a premi e da cui usciva un suono alto, fastidioso, distorto, i volti delle persone catatonici che la fissavano, l’ambiente squallido. Mi inquietava, come mi ha inquietato questo tuo breve racconto e mi ha fatto riflettere. A mio parere, molto bravo

    1. Ciao Cristina, ti ringrazio del commento e dei complimenti. Uno schermo acceso è un forte simbolo di passività, soprattutto se guardato in solitaria. Nel mio piccolo, ho provato a rendere quella passività alla vita

  5. Intrigante. Spesso si leggono racconti che riflettono il terrore della disumanizzazione intesa come perdita di individualità. Qui hai saputo creare una situazione speculare, il desiderio della scomparsa, e ci sei riuscito davvero bene. Complimenti e grazie.