Il lago

Serie: Papyrianus

  • Episodio 1: Il lago

Una mattina mi svegliai e, anzichè vivere, scesi al lago. Il lago era reale, forse più reale di ogni cosa; al contempo quel lago era l’archetipo degli altri laghi, un lago che li comprendeva tutti e dove tutti, in un tempo lontano, passeggiavano lungo le sue rive. 

Quel giorno volevo passarlo in compagnia dei sentimenti insondabili che il lago mi celava. Mentre muovevo i primi passi sulla sabbia, tentai di scacciar via i miei pensieri frastagliati: mi riusciva infatti difficile separarmene. Allora mi fermai. Non volevo entrare nell’acqua con un tonfo assordante, come un masso gettato; la quiete intorno a me richiedeva leggerezza, e basta: perché tendevo invece a un’inutile sovrappiù? Rimanendo immobile sollevai le palpebre, facendo affluire negli occhi il barlume dell’alba, la cui radiosità si disperdeva tra i vapori del lago. 

All’improvviso si condensarono in me molteplici ricordi, diluiti nel verde smorto del paesaggio: tra tutti, mi venne in mente di un giorno appartenente a un passato lontano, quando un bambino correva nel vento insieme ad un altro bambino e nessuno dei due provava imbarazzo davanti alla nostalgia. Fantasticavano su mondi senza tempo – e in essi giocavano al sicuro, lontani dai frastuoni, abbandonati ad una curiosa felicità. Uno dei due bambini ero io. In verità, non saprei dire quale. Ma anche l’altro apparteneva a me, in quanto indissociabile dal ricordo: quel bambino forse sarà cresciuto, magari avrà dimenticato, comunque non potrà mai arrivare al lago dove io, mentre ricordavo, mi ero ritrovato.

(Il mio compagno si divertiva spesso nei modi più semplici: ancora oggi, nel presente da cui vorrei fuggire, se provo a concentrarmi lo scorgo con in mano un bastoncino sottile sottile che fungeva da pennello immaginario. Disegnava forme infinite sulla sabbia… poi non disegnò più, giacché le fantasie si prosciugano nella conca del tempo…) 

Naturalmente, anche il bambino che ero io apparteneva, in un altro lago, al bambino che io non ero: pure lui, come me, come tutti, aveva a modo suo bisogno di un posto speciale dove, nel silenzio, pensare agli anni superati, – e a quelli che, per pigrizia, furono rimandati.

Ma ecco che qualcosa pose fine a tutte quelle meditazioni: una rana aveva preso a gracidare poco più in là, annunciando la sua presenza nella campagna immota. Non riuscii a frenare l’impulso di rivolgere l’attenzione verso la creatura, abbandonando i ricordi a loro stessi. Purtroppo però era già sparita, mimetizzata in quella galassia arborea indecifrabile alla vista. Desiderai raggiungerla, magari per comunicarle le sensazioni che il lago m’aveva sussurrato fin dal mattino. 

Il lago, in fondo, rispecchiava la mia intera persona. I colori di cui si decorava m’inebriavano intimamente. Quella volta decisi che non avrei profanato le sue acque: ero sicuro che in futuro, anziché vivere, sarei nuovamente sceso di buonora. Mi sembrava che un giorno non fosse sufficiente per conoscere il lago. E, del resto, perché avrei dovuto smettere di esplorarlo? Solo nel lago i ricordi acquisiscono la loro vita, solo lì posso coglierli, sebbene rimangano così sbiaditi. Se li ignorassi per sempre, sempre sarei condannato ad assistere il mio mondo svanire. Ma ecco, il tempo era volato e già il tramonto m’accarezzava dolce sulla riva.

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