Il mare è femmina

Serie: I SOGNI VIAGGIANO IN PRIMA CLASSE


Piccolo diario di viaggi e avventure.

Un fulmine colpì un lampione e un lampo illuminò a giorno il porto di Igoumenitsa. Dopo Il tuono e le urla dei passeggeri, il silenzio. Non pioveva, e il temporale poteva essere finito lì. Ma per precauzione iniziammo tutti a spostare i nostri sacchi a pelo il più possibile al coperto, sul ponte della nave traghetto di linea. C’erano per lo più giovani in vacanza, ma anche una signora vicino a me con due bambini. Sistemammo i nostri giacigli il più possibile l’uno vicino all’altro. Non sapevamo come sarebbe andata quella nottata, ma il fulmine era un chiaro preavviso. Poco dopo uscivamo dal porto, in direzione Venezia. Di solito prendevo la nave ad Ancona, per Patrasso. Da Padova ad Ancona in treno era un attimo. Non che fossi abituato a viaggiare in treno, semplicemente ci vivevo. Mio padre faceva il capostazione. Mettevo nello zainetto un paio di cassette, un paio di libri e a un certo punto sempre anche il sacco a pelo, perché non si poteva mai sapere. Una coincidenza persa la notte a Milano Centrale, un guasto a Campi Flegrei, un incontro inaspettato a Firenze, e diventava utile avere un posto per dormire con sé. Da Brescia a Edolo erano più di quattro ore ma non le sentivo. È vero che quando quel trenino si fermava per far passare le macchine mi innervosivo, ma non quando si fermava per far passare gli animali. A volte sapevo che mi aspettava un bacio, a volte avevo solo la speranza con me. Che buona la granita sul treno da Catania ad Agrigento. Che emozione aprire uno scompartimento di notte a Innsbruck, chiedere gentilmente se c’è posto e lasciarsi ospitare. Dormire con i piedi in faccia di qualcuno che non conosci, dopo che una vocina nel buio ti sussurra: «Where are you from?»

Quella volta avevo scelto il passaggio ponte da Venezia, solo perché mi mancava quella rotta. E soprattutto perché partire da Venezia, è da signori. Diciannovemila lire ben spese, per trenta splendide ore di crociera. All’andata era andata esattamente così. Anche allora, al ritorno e con il temporale in corso, mi addormentai cullato dal movimento delle onde. Il mare era agitato, ma ancora non pioveva. La grande nave traghetto si muoveva come una piccola barca a vela. Il mal di mare era solo un lontano ricordo. Ad un certo punto, avevo capito il meccanismo: rilassare ogni parte del proprio corpo e ogni organo interno lasciando che seguano il moto del mare. La nausea arriva solo quando cerchi in qualche modo di opporti al movimento delle onde. Inutilmente. Puoi essere sulla nave più grande e ben costruita del mondo, il mare comanda in ogni caso. Per uno strano scherzo linguistico o per un valido motivo che gli studiosi sicuramente conoscono, è diventato maschile in italiano. In greco e non solo in greco, il mare è femminile. Ti abbraccia e ti porta in posti meravigliosi, ma se si arrabbia o se decide di capovolgerti, tentare di resistergli non ha molto senso. Dormivo e sognavo di solcare l’Atlantico, di andare in Argentina, sul ponte di una nave. Ma non riuscivo a trovare una compagnia che accettasse passaggi ponte. Certo che l’oceano non è come l’Adriatico, o il Tirreno. Ricordo Il vento pungente sulla Manica o la burrasca andando in Sardegna. Figuriamoci come dev’essere una tempesta nell’Atlantico. Ma lo stesso continuavo a sognare quel viaggio. Sciaf. Eccola, l’acqua salata sul viso. Mi giro dall’altra parte, ma sento che il sacco a pelo inizia a bagnarsi. Porca miseria, stavo dormendo così bene. Alzo la testa e vedo il ponte allagato. Un sacco a pelo abbandonato andava alla deriva. Ci alziamo tutti in piedi e cerchiamo di mettere al sicuro le poche cose che ancora erano asciutte. I bambini piangevano. Ci guardammo e, rassegnati: «Andiamo dentro».

Ci offrirono cappuccino e the caldo. Tutto compreso nel biglietto all-inclusive. Quando ancora non eravamo stati fagocitati dalle regole e dal profitto. I bambini alla fine dormivano sui divanetti del bar e noi ci raccontavamo le nostre storie e le nostre destinazioni, sorseggiando della calda umanità. La mattina arrivò e all’imbocco del Canale della Giudecca, tutti i passeggeri erano sul ponte, con le macchine fotografiche puntate. Le magliette colorate e qualche sacco a pelo ancora stesi ad asciugare al sole del mattino. Eh sì, anche sbarcare a Venezia, è da signori. I veneziani hanno capito parecchie cose e infatti se lo sposano, il mare.

Continua...

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Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Questa è stata una fortuna, a dire il vero. Costava veramente poco viaggiare, rispetto ad oggi. Non ricordo se era esattamente quella la cifra, ma più o meno lo era. Pensa che sono andato da Civitavecchia a Olbia con diecimila lire…

  1. Bel racconto Marco. Mi hai fatto fare un salto nel passato, grazie davvero. Le notti insonni a condividere gli spazi più protetti tra chiacchiere e condivisione. Il risveglio accecante con la pelle tirata dalla salsedine. Il profumo dei porti e l’odore del mare a schiudere la gioia della scoperta di posti nuovi o il ricordo di quelli appena vissuti. Ma per me il capolavoro è quella granita sul treno Catania Agrigento: qui mi hai commosso per quanto quell’immagine me la porto dentro. Grazie!

    1. @cristiana Non voleva essere una sfida, ma l’idea mi piace, quindi, per chi la accetta, sfida sia! Mi riservo allora di scrivere qualcosa di serio (e comprensibile a tutti). Buona anche la proposta di scegliere un autore… vediamo chi raccoglie. Bacioni!

  2. Ho amato il tuo racconto salla prima all’ultima riga. Mi sono ‘immersa’ nelle parole.
    Il mare, quella cosa che non si riesce a spiegare e poi, ciascuno che lo ‘guarda’ a modo suo.
    L’Atlantico, ti assicuro, terrorizza anche dai finestrini dell’aereo, eppure, nella mia vita non smetterò mai di attraversarlo, pensando di finirci dentro ogni volta, dentro a quel blu così intenso e spaventoso.
    Ho pensato che sarebbe bello che tu ne facessi una serie. Non so perchè, ma mi ha dato l’impressione di essere un ottimo incipit.

  3. “Per uno strano scherzo linguistico o per un valido motivo che gli studiosi sicuramente conoscono, è diventato maschile in italiano. In greco e non solo in greco, il mare è femminile.”
    Lo spagnolo riconosce due accezioni. El mar, quello che conosciamo e in cui ci immergiamo. La mar, quello che resta dentro e ti fa scoppiare il cuore, cui dedichiamo una poesia❤️

  4. Bello questo racconto, Marco, scritto con sentimento, quello che si riserva ai ricordi che non sbiadiscono mai. Mi hai riportato alla mente un lungo viaggio in treno con mio fratello e un’uscita notturna in barca a vela con un caro amico. Entrambi non ci sono più, ma accarezzo il ricordo e sento ancora le loro voci e il conforto del loro affetto. Grazie!