Il mendicante

La storia che sto per raccontarvi è ispirato a fatti realmente accaduti. Non mi fu mai rivelato il vero nome del protagonista in questione. Non mi fu riportato fedelmente lo svolgimento della faccenda. Per questo motivo fonderò la narrazione ricostruendo il pettegolezzo in quanto tale, intuendo una trama logica e inventando teorici dialoghi tra i personaggi. Questo racconto non vuole forzare in alcun modo il lettore a disprezzare mendicanti o accattoni ma si limita a descrivere un fatto. 

Vittorio era di Roma. Aveva cinquantasei anni e mendicava ogni giorno alla stazione Termini. Un pomeriggio, mentre era genuflesso nella sua solita postazione, ai piedi di una scala, si avvicinarono a lui due agenti di polizia. Gli chiesero gentilmente di favorire i documenti e lui li porse. Uno dei due agenti si allontanò per un breve controllo, lui lo seguiva preoccupato con lo sguardo. Il collega teneva occhi fissi e duri su di lui, con un’espressione concentrata e decisa. L’agente annuì e si unì nuovamente al collega.
-Ci deve seguire in questura.
-Che cosa ho fatto?
Uno dei due, quello che era rimasto a controllarlo, gli intimò di non fare storie, gli dava del tu, lo avvertì che se non si fosse alzato in tre secondi lo avrebbe preso per il braccio e portato in questura a calci in culo.
-Voglio sapere che cosa ho fatto, è un mio diritto.
-Sei accusato di accattonaggio, quindi vieni con noi in questura.
Vittorio non fece storie e seguì i due poliziotti.

Due agenti, diversi da quelli che lo accompagnarono in questura, esordirono senza salutare nella stanza degli interrogatori. Il primo era molto alto e snello, di bell’aspetto e sbarbato. Sembrava essere molto giovane. Il secondo era tozzo, con un respiro affannoso e pesante, con la stempia e una cravatta a righe rosse e verdi.
-Vittorio Sfarzoli.
-Sì, signore.
-Cinquantasei anni, celibe, disoccupato, residente a Roma.
-Sì, signore.
L’agente, quello più panciuto, si schiarì la voce e si sistemò sulla sedia cigolante.
-E dimmi, Sfarzoli: come si spiega che uno che vive in pieno centro storico vada a chiedere l’elemosina alla stazione Termini ogni giorno?
Vittorio si risentì di quella domanda accusatoria. Indugiò per qualche istante e diede modo all’agente di proseguire con il suo tono sardonico e presuntuoso.
-Dimmi, collega. Ti sembra normale che un italiano di cinquantasei anni si metta a mendicare alla stazione quando possiede due appartamenti, una villa e un più che dignitoso conto in banca?
Vittorio sentì una spina nel petto, all’altezza dello sterno.
L’agente scosse la testa in segno di diniego.
-Proprio no.
-Appunto. Quindi: che cosa vogliamo fare? La vogliamo piantare di importunare i passanti e estorcere denaro a chi lavora?
-Se mi permette, signore, io non estorco denaro a nessuno né tantomeno importuno i passanti.
-Allora spiegaci, Sfarzoli. Tutto, nei dettagli. Da quando esci di casa a quando ci torni. E se non mi basta mi dici pure quello che fai a casa. Se non vuoi parlare dovremo iniziare a scavare nel tuo passato, fare delle telefonate, spulciare tra le tue carte. Cose alquanto tediose e spiacevoli, non credi?
Vittorio si guardò i piedi. Si avvicinava l’inverno e indossava un paio di scarpe aperte con due paia di calzini si spugna di colori diversi. Teneva le mani giunte sul cavallo dei pantaloni sporchi di fuliggine e polvere.
-Non abito più lì da ormai un anno, – esordì – ora vivo in albergo. All’Hotel The Building. Potete controllare, se volete.
-Lo faremo- disse lo sbarbato, che parlava poco per ascoltare meglio.
-Mi alzo, faccio colazione, prendo il mio telo, il mio bicchiere di carta e mi inginocchio lì, dove mi avete trovato. Rimango per tutto il giorno, fino alle otto. Tutta la settimana, tranne il weekend.
-La tua residenza in Piazza D’Aracoeli, vicino al Teatro di Marcello, giusto?, perché non ci abiti più? Perché vivi in hotel? Spiegati meglio – riprese l’agente corpulento.
-Perché quella casa mi evocava troppi ricordi e ho deciso di abbandonarla per un po’.
-Ma hai altre case di proprietà. Perché non trasferirsi in una di quelle?
Il giovane barbuto ascoltava in silenzio, scrivendo su un taccuino che teneva sopra un ginocchio.
-Perché le altre sono affittate.
-In regola?
-Sì.
-Ne siamo sicuri, Sfarzoli? Guarda che andiamo in casa e facciamo un casino.
-Gli affitti sono regolari, nessuno è abusivo. Ho i documenti a casa. Potete anche contattare i nuovi inquilini.
-Lo faremo- intervenne lo spilungone, come un disco rotto.
Vittorio cadde nel silenzio. Era stufo di dovere delle spiegazioni.
-Signori.. se non sono in arresto io gradirei andarmene in albergo. È stata una lunga giornata.
-Non è in arresto, può andare. Ma se la rivediamo alla stazione chiederemo un mandato.
Ora gli davano del lei, il gioco era finito. Così si alzò in piedi con una smorfia di dolore alle ginocchia.
-Ma si trovi un lavoro.
-Io ce l’ho già un lavoro. E non è mendicare.
L’agente robusto stava per domandare quale fosse il mestiere, ma il collega lo interruppe poggiandogli la mano sull’avambraccio. Gli disse sottovoce che avrebbero indagato, che non era poi così importante, e lo accompagnarono fuori dalla porta. Poi scambiarono due parole in privato, cercarono il numero dell’hotel, parlarono con un dipendente e si diedero appuntamento per il giorno successivo.

Li accolse alla hole un concierge di nome Fulvio, che era spigliato, energico e ben educato. Si scusava per il dinamismo frenetico, spesso succedeva dopo aver bevuto il terzo caffè. In realtà, era molto pacato e calmo. Fulvio fece accomodare gli ospiti al bar, nell’area ristoro separata dalla cucina, dalla sala da pranzo, e offrì loro caffè e acqua che accettarono volentieri. Gli agenti gli chiesero come faceva a conoscere Vittorio Sfarzoli e che rapporto avevano, come viveva, di cosa chiacchieravano.
-Uno dei nostri clienti migliori, senza dubbio. Venne da noi poco più di un anno fa e parlò con la direzione. Disse loro che avrebbe prenotato una stanza, una qualsiasi, per un intero anno, e che avrebbe pagato in anticipo. Era vestito bene, ricordo. Non con abiti firmati, ma sicuramente eleganti e distinti. Un giorno venne con sole due valigie (molto leggere). Mi chiedevo che cosa ci avesse infilato, dato che erano come piume. Lo incontravo – lo incontro – alle sette e trenta, alle tredici e alle otto. Di solito c’è il buffet, ma per alcuni clienti riserviamo – su gentile richiesta – pasti privati. Per lui abbiamo sempre riservato un tavolo privato, ad esempio. A colazione mangia voracemente, così come a pranzo. Tutte le portate, tranne il caffè che lo rende teso. Preferisce tè e tisane, specie quelle distensive. A cena resta leggero. Talvolta parlavamo una volta finito il turno, fumando una sigaretta. È un tipo solitario, schivo, senza amici. Parla solo con me, e un po’ ne vado orgoglioso. Lo stimo parecchio.
-Ci parli di lui.
-Mi disse che voleva scappare da quella casa perché il Teatro di Marcello gli procurava tensioni negative, ricordi del suo passato da attore.
-Faceva l’attore?
-Sì, l’attore di teatro. Era molto famoso a Roma perché era un talento nato e si faceva pagare poco. Aveva, così dice, un pubblico che lo seguiva persino sotto casa per chiedergli autografi.
-Poi cosa successe? Perché ha smesso di fare l’attore?
-E qui arriva il bello: Vittorio non ha mai smesso di fare l’attore, recita ancora.
-In strada- concluse il belloccio.
-Esatto, è questo il bello. Non ha smesso di recitare, ha solo cambiato palco, ha solo cambiato pubblico. Ogni giorno le persone assistono alla povertà e solo poche di loro si rendono conto di quanto possa soffrire un mendicante, un affamato. La povertà è uno spettacolo senza pubblico pagante; è una tragedia che passa inosservata. Lui non vuole recitare a teatro, vuole vivere la vita del suo personaggio – dell’affamato – per interpretarlo nella maniera più realistica possibile. E cosa c’è di più realistico della vita? E quale può essere il pubblico migliore, se non quello ignaro di assistere ad uno spettacolo? Questa è critica, arte, chiamatela come volete. Io non conosco la legge, signori, ma permettetemi di dire che la sua non è menzogna, non è un’illusione, non è accattonaggio, non è una truffa. Vittorio fa’ leva sui sentimenti degli esseri umani, proprio come farebbe un attore a teatro, venendo pagato e osannato. Lui si veste di pochi stracci, estate o inverno che sia, striscia in mezzo alla polvere, al piscio – scusate il francese -, al lerciume, e racimola la metà di ciò che prenderebbe facendo il suo mestiere a teatro. Vittorio è talmente dedito e onesto nel suo lavoro che non fa’ distinzione tra uomo e attore. Per lui sono la stessa persona. Adesso interpreta un mendicante, vuole raccontare la povertà e la cecità della gente. Sinceramente signori, io spero di cuore che lo lasciate recitare, che lasciate ultimare il suo spettacolo. Perché, fidatevi, questo spettacolo avrà una fine. Per come lo conosco, basterà un gesto, un atto di gentilezza capace di smuovere in lui qualche cosa ed ecco che non vi darà più noia. Vi prego, lasciatelo recitare. Fatelo per il pubblico. Fatelo per l’arte.

L’accusa di accattonaggio nei riguardi di Vittorio Sfarzoli cadde nel dimenticatoio grazie ai due agenti della Polizia. 
Non sappiamo se Vittorio Sfarzoli stia ancora recitando la sua parte alla stazione Termini di Roma.
L’origine dell’ingente conto in banca del mendicante resta tutt’ora un mistero.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Non mi sarei mai aspettata un finale così. È autentico. Sei riuscito a trasmettere l’animo delicato e poetico dell’artista che si spoglia di tutte le maschere e recita in vestiti che nessuno vorrebbe mai portare. Un anticonsumista, paradossalmente vogliono che più hai più consumi. Lui che non consuma viene ripreso per due monete raccattate per strada. Ma nessuno pensa a quanto costa metterci la faccia , il gesto di saper chiedere. In una società capitalista individualista nessuno guarda in faccia nessuno. L’arte di spogliarsi.

    1. Questo non lo saprò mai, ma mi piace pensare che lo sia. Mi è stata raccontata da una persona di cui mi fido e che ha lavorato nell’Arma dei Carabinieri per anni. Ha vissuto questa esperienza personalmente.