Il mercato degli zauri

L’invasione era cominciata il giorno in cui l’avvocato Arsoni aveva appoggiato il flaccido deretano sulla poltrona di sindaco del paesino di Santorone. Erano arrivati da ogni dove al grido di “accoglienza”. La maggior parte su vecchi barconi (classicstyle, per così dire), ma non era mancato chi aveva deciso di varcare i confini cavalcando le onde e l’asfalto su tavole da kitesurf. Per la cronaca, le bigotte raccontano di averne visto uno planare aggrappato a un drone, ma quanto di questo corrisponda al vero non mi è dato sapere. Forti dei misteri celati sotto le loro tonache svolazzanti, avevano occupato la zona del mercato costringendo i mercanti autoctoni a levare le tende. Come avrebbero potuto concorrere con gente che vende la propria merce a uno barra due euro?

Spaparanzato sul divano del salotto dell’appartamento numero trecentodiciassette, al tredicesimo sottopiano di una palazzina fatiscente nella periferia, Antino Berbeschi fumava assorto la sua sigaretta elettronica. Meno di un’ora prima, aveva spedito la Pina a comprargli un paio di pantaloni. Niente robaccia cinese o made in Bangladesh, si era raccomandato. Come se fosse facile.

«Alla buon’ora!» esclamò vedendo l’androgina moglie che rientrava. «Fammi vedere che hai preso.»

Pina stringeva nelle mani una borsetta di plastica; la appoggiò sul cassettone in vera arte povera e frugò all’interno. La pallida luce al neon mise in mostra un paio di brache sgualcite, un groviglio di pieghe e pieghette, adornate da macchie dalla dubbia provenienza.

«E ‘sta roba? Dove l’hai pigliata?»

«Dai Tino!» Il viso smunto della donna si sciolse in una smorfia ebete. «Una passata di sapone, una stirata e…»

«Una stirata cosa?!» sbottò Antino spalancando gli occhi come fanali di un suv. «Sei stata al mercato.»

«Macché mercato, sono passata dalla Gina, alla bùtiga.»

«Mochela de tiràm en giro, fonna! Queste brache le hai comprate dagli zauri.»

«Però sono belle e ci ho dato solo due euri.»

«Quante volte ti ho detto che non voglio che vai giù al mercato. Sta pieno di quella gente.»

Le mani tremanti di Pina afferrarono l’indumento, girandolo e rigirandolo.
«Aspetta né, che ti faccio vedere.» Sulla fronte increspata le spuntarono tre gocce di sudore. «Ma dove diavolo…Ah, ecco!» esclamò infine la donna. «Guarda l’etichetta, non è mica roba cinese.»

L’uomo si avvicinò per strapparle i pantaloni dalle mani. «Made in PRC, ta set bùna a lésér?»

«Pota sì!» La moglie sembrò farsi più piccola di quanto già non fosse. «Mica lo so dove si trova questa PRC, ma non l’è in Cina. Dom Tino, cosa l’è che non ti va bene?»

La risposta del marito non giunse attraverso il fiato puzzolente espulso dalle sue labbra, ma sulle ali furiose di pugni feroci. Investirono l’esile donnetta, implacabili. E mentre il sudore inzuppava i corpi della coppia, quello di lei si accasciò al suolo. Il volto deturpato in una maschera grottesca.

Antino sbuffò, gettò con rabbia la sigaretta elettronica in un angolo e, afferrate le brache della discordia, uscì dall’angusto appartamento senza dimenticare di sbattere la porta.

Attraversò vie afose e soffocanti. Ogni tanto incrociava un conoscente, alcuni disoccupati proprio come lui. Man mano che si avvicinava al mercato, il profumo della polenta e delle verza veniva sovrastato dall’afrore pungente delle spezie. Coriandolo, peperoncino e altra roba che non conosceva.

Giunto a destinazione, una babilonia di idiomi lo travolse. I colori scuri dominavano. Si vide costretto a fare lo slalom tra enormi matrone. Bocche larghe. Pance prominenti. Enormi sederi che ondeggiavano. E marmocchi, un sacco di marmocchi. Ogni singola matrona ne aveva con sé almeno quattro. Carrozzelle dalle ruote cigolanti. Una vera e propria invasione senz’armi.

Antino osservava i banchi con scrupolosa attenzione. Cianfrusaglie. Elettronica a prezzi stracciati, funzionalità garantita due giorni non uno di più. E in fondo, oltre il banco del pesce, intravvide Geremia e i suoi quattro stracci.

«Ehi ehi!» Sventolando le brache con fare intimidatorio, gli si portò dinanzi.

Il proprietario del banco lo accolse con un candido sorriso a trentasei denti. Antino non riusciva a capacitarsi di come quel negro osasse sfidarlo.

«Ciao zignore, moldo dembo tu non viene qui.»

«Sì sì, bravo. Con tutte le cinesate che mi hai cacciato dietro, aspetta e spera che compro ancora la tua roba. Però poco fa è passata la mia signora e l’hai fregata per bene, ci hai venduto ‘sti cosi!» Sbattè con rabbia i pantaloni tra la merce disordinata sul banco, proprio davanti agli occhi scuri del venditore.

«No piace? Tu gambiare?»

«Cambiare un cazzo! Rivoglio i miei soldi.»

«Tu hai sgondrino?»

Antino preferì fare orecchie da mercante (in fondo era nel posto giusto). Forse lo scontrino si trovava ancora nella borsa di plastica, ma la prospettiva di ritornare nell’appartamento per controllare non lo allettava.

«Non glielo hai fatto lo scontrino, sei furbo!»

Il sorriso di Geremia si allargò ancora di più: trentasette, trentotto, migliaia di bianchissimi denti.

«Io no vendudo a tua zignora, forze sdado Mustafà. Azpedda che vado a ghiamare lui.»

Ma Antino non poteva aspettare. Gli schiamazzi degli zauri giungevano da tutte le parti. La saliva acidula delle loro bocche. Il sudore di aglio e cipolla. I marmocchi urlavano e ridevano, ridevano e urlavano. Tutti ridevano. Tutti urlavano. Candidi denti perfetti. Ovunque volgesse lo sguardo, vedeva solo zauri. Proprio così, zauri ovunque, nient’altro che zauri. OVUNQUE. Gli sembrava che avessero invaso l’intero pianeta. Improvvisamente i pantaloni diventarono l’ultimo dei suoi problemi. Una singola domanda gli premeva in testa: Al termine di quell’invasione, l’uomo bianco avrebbe trovato un luogo in cui vivere?

****

L’uomo dalla pelle scura è disteso sul letto: le sue possenti e turgide nudità nascoste da un lenzuolo che danza al lieve suono di un vecchio ventilatore. Alla tv, il telegiornale blatera le solite notizie, noiose vicende truculente. L’uomo afferra il telecomando, si appresta a pigiare il pulsante rosso ma qualcosa attira la sua attenzione sopita.

«Pina, presto vieni!»

Una vocina femminile giunge da oltre la porta della camera. «Dai Mustafà, un attimo che sono sul water.»

«Muoviti che alla tele stanno parlando di tuo marito!»

La donna non se lo fa ripetere una seconda volta; i capelli sparati quasi le fosse scoppiata una bomba in testa, raggiunge l’uomo nell’alcova.

Il telegiornalista ha un viso dai lineamenti squadrati e una mascella prominente da iron man degli anni ottanta. «Marco Bibboni in diretta da Courmayeur. Questa mattina, il corpo senza vita di Antino Berbeschi è stato ritrovato sul Monte Bianco, nei pressi del ghiacciaio della Brenva. Non si avevano sue notizie da quando la moglie, più di due anni fa, aveva denunciato la scomparsa. Non sembra fosse un appassionato di alpinismo, quindi le circostanze della sua morte risultano quantomeno bizzarre.»

Mustafà pigia il pulsante rosso. «Niente zauri là sopra.» Sorride. Denti bianchissimi.

«Non fare mica lo stupido. Vabbè l’è crepato, lo sapevo già. I carabinieri mi hanno chiamato prima.» 

«Tu cativa, zignora. A te biagere solo zauri.»

«Osti!» esclama lei. «Soprattutto una cosa…» e scosta il lenzuolo.

FINE

Per capire meglio:
Bùtiga – Bottega
Mochela de tiràm en giro, fonna –  Smettila di prendermi in giro, donna
Ta set bùna a lésér? – Sei capace a leggere?
Dom – Suvvia
Zauri – Termine dispregiativo per indicare gli extracomunitari

P.S. L’avvocato Arsoni tornerà nel mio prossimo librick! Grazie per aver letto.

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Discussioni

  1. Hai trattato con ironia un tema non certo facile e sempre attuale. E soprattutto, lasci il lettore con l’obbligo di riflettere. Io vedo un Tino soverchiato dalla sua fobia per l’invasione degli “zauri”, al punto da perdere il controllo e forse pure la ragione. Ma credo che sarebbe limitante fermarsi a questa lettura. Perché se da un lato lui ha un comportamento… “non esemplare” dall’altro è pur vero che il contesto in cui vive ha qualcosa di negativo, di deteriorato. Al di là del gradevole lieto fine buffo con la Pina e Mustafà, quello che mi rimane è il pensiero di aver assistito ad una guerra tra poveri, senza vincitori.

  2. Un gran bel brano, c’è la visione dal basso di problema economico e sociale, che magari è scorretta ma a volte capibile. Un bel po’ di ironia dettata dai luoghi comuni.
    Il finale è molto divertente e anche misterioso… Sarà stata la Pina a vendicarsi o l’Antino impazzito dalla consapevolezza dell’ “invasione” a rifugiarsi dove tutto è bianco ?

  3. Ironia sta per “intelligenza dissimulata”, far vedere (e capire) agli altri determinate cose per dirne altre. Qui, tuttavia, ho come l’impressione che ci sia una doppia ironia, come doppia vuole essere (credo) la denuncia a un tipo di società e/o persone e/o realtà. L’insistenza del predominio del bianco sul nero – fissa principale di Antino – e il finale che hai scritto pongono l’attenzione sull’annosa questione del “mai prendere in considerazione ciò che vive tra i due poli”. Si rischia di perdere la visione d’insieme, di comprendere la realtà delle cose. Bel librick, mi ha dato molto. 🙂

    1. Hai una capacità di “leggere” le persone che ha dell’incredibile! Nessuno è totalmente nel giusto, come nessuno è totalmente in errore. Questione di punti di vista.
      Grazie Giuseppe!?

    1. Ahahah. Un po’ di sana ironia non guasta, anche perché l’altro racconto che sto preparando è tutto fuorché ironico. Tu sai…??

  4. Ciao Marco. Ma Antonio è il fratello malvagio di Ugo (Fantozzi) che vive in un’altra dimensione? Gli ha fregato pure la moglie, Pina, povero disgraziata. Sono completamente solidale con la Signora, con Mustafà (altro divertente clichè) ha poco di cui lamentarsi. Hai battuto forte su un nervo scoperto della società odierna, gli zauri, grazie ad un'”ironia” intelligente. Il povero Antonio ne ha fatta di strada per trovare il suo “bianco” : peccato si sia rivelato mortale 😉

    1. Carissima Micol, il mercato del paese in cui vivo è quasi totalmente in mano ad extracomunitari. La qualità della merce che vendono è bassissima…che sia anche questo un sintomo della povertà dilagante?
      A parte questo, sono lieto che il racconto ti sia piaciuto.☺

  5. Caro Marco, alla fine l’avvocato ha avuto ciò che voleva, essere sommerso dal colore bianco?! Quanta verità e attualità in questo racconto, condita da una nera ironia… anche se di striscio, il lab che hai condotto per me è più che riuscito, anche se alcune cose in dialetto non le ho capite, ma va beh, essendo siciliano… ah, zaludami tanto tuo amico?!

    1. Ciao Antonino! Antino era disoccupato, l’avvocato è Arsoni (che troveremo in un mio prossimo librick.)
      Come puoi vedere, ho aggiunto una sorta di glossario per rendere chiari certi termini dialettali. Certo che ti saluto il mio amico. Credo che anche lui stia preparando un librick per questo lab…molto, ma molto oscuro. Forse il più malato che abbia mai scritto…se lo dice lui!

    2. Si è vero Marco, scusa, ho confuso Antino con l’avvocato, va beh, il senso lo hai capito. Bello il glossario alla fine, ci voleva! Non vedo l’ora di leggere la storia del tuo amico?!