Il mercenario della Sierra Leone

A terra era rimasta una lattina vuota.

Gavin le diede un calcio, la mandò a rotolare fino al condotto fognario. «È finita un’era».

Poco distanti c’erano alcuni miliziani che lo fissarono in tralice. Imbracciavano fucili cinesi, Gavin però non aveva paura di loro. «Avete vinto voi, ma non temete che noi britannici torneremo». Si sistemò il berretto con nastri e motivo scozzese.

Prima che i miliziani potessero reagire, arrivò un aiutante da campo.

«Che vuoi?» lo accolse Gavin.

«Una bella notizia, sir».

«Mi chiami “sir”, mi prendi in giro? Da oggi in poi…».

«Il governo centrale ha bisogno di uomini che addestrino le nostre truppe».

Scoppiò in una risata. «Rivolgetevi ai cinesi, se non ai russi».

«No, invece. Vogliamo gente dura, come voi britannici».

Diede una botta al berretto che indossava. «Semmai noi scozzesi».

La colonna marciava in mezzo alla giungla e per Gavin era come vivere un sogno. Da mesi ormai i coloni inglesi avevano abbandonato la Sierra Leone ma il governo aveva bisogno di uomini che servissero a mettere a posto certi vecchi dissidi.

Briganti e guerriglieri indipendentisti si mescolavano senza che si potesse più capire chi fosse un malvivente e chi un idealista, ma Gavin pensava soltanto a combattere.

Il solito aiutante da campo lo chiamò.

Gavin si fece avanti e un sussulto gli sfuggì di bocca: un paio di soldati erano stati legati agli alberi e scorticati – vivi, a giudicare dalle urla silenziose impresse nei loro volti.

Gavin non perse tempo a contare i denti lasciati scoperti dalle labbra che non c’erano più. «Azione».

Le truppe si misero a rastrello, fendettero la giungla e giunsero in vista del villaggio.

Non avevano più fucili cinesi ma armi britanniche.

Le donne, al vederli, corsero a recuperare i marmocchi e scapparono che urlavano.

Dalle case uscì un abbozzo di esercito, ma che a parte i machete aveva un solo Lee-Enfield.

«Attacco» ordinò Gavin.

I bravacci del governo assalirono il villaggio e Gavin si dissetò un po’ con la borraccia. «Anche in Uganda mio cugino sta facendo queste cose, e pure nella Rhodesia Settentrionale c’è un altro mio cugino…».

L’aiutante da campo ascoltava ma non capiva.

«Be’, evviva il colonialismo». Dopo aver bevuto diede un calcio al braccio di un neonato.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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