
Il mio nome è… Joe Sinner
Serie: Joe Sinner
- Episodio 1: Il mio nome è… Joe Sinner
STAGIONE 1
Ancora l’una di notte. Ancora una notte insonne nel silenzio della mia casa e dei miei pensieri. L’odore del vino nelle bottiglie sparse per casa inebria l’aria intorno. Una fievole luce passa dalla finestra, è quella che viene dalla grande insegna del centro commerciale in fondo alla strada. Ho bisogno di uscire da quel forno intriso di odori e pensieri che si fanno sempre più pesanti. Mi vesto velocemente indossando quello che trovo sparso. Non so cosa abbia indossato di preciso, ricordo solo la camicia blu e i jeans che diventano sempre più logori di giorno in giorno. Mentre percorro il corridoio della mia casa la vista finisce sulle delicate cornici appese al muro. Il mio matrimonio, la mia Charlotte e mio figlio, il mio primogenito e il mio dolore più grande, un dolore mi afferra il petto e aumento il passo per uscire fuori di lì.
Arrivo in strada e respiro affannosamente, l’immagine di quella culla vuota con quel corpicino inerme non lascia la mia mente. Devo mettere a tacere quelle immagini. Il “Jonny’s bar” dovrebbe essere in chiusura ma Lorenne, la proprietaria, non mi negherà certamente una buona birra ghiacciata, ne vale la sua mancia!
Entro e come immagino Lorenne mi guarda in malo modo, ma è già pronta a versare la birra nel boccale. Entrambi siamo sudati, ma su di lei le gocce di sudore hanno un effetto afrodisiaco. Mi chiedo ancora come mai un essere così delicato e forte allo stesso tempo sprecasse il suo tempo per lavorare in quel covo di anime dannate, ma lei ripeteva sempre che era un modo per espiare le sue colpe ma quali colpe avesse mai potuto compiere quell’essere meraviglioso, non avevo mai osato chiedere.
«Joe, un’altra notte insonne?»
Ormai Lorenne mi conosceva bene, lei era l’amica delle mie notti devastanti.
«Si Lorenne, ancora un altro incubo, ancora quella culla con quel corpicino esanime e mia moglie che non regge a quella vista e si butta giù dalla finestra.»
«Accidenti Joe, ognuno ha i suoi demoni, dobbiamo affrontarli e forse ne usciremo vincitori. Le nostre storie sono simili e forse, se i miei demoni lo permetteranno, potrò raccontarti la mia, ma per ora fammi il piacere di uscire da qui!»
Allungai a Lorenne una banconota e mi girai dirigendomi verso la porta per andarmene. La porta del bar si aprì ed entrò un vecchio vestito con abiti logori; non era il solito barbone, nessun barbone potrebbe permettersi un dente d’oro e scarpe di Prada sotto abiti logori.
«Salutami tuo figlio Joe!» Sghignazzò quel pezzente mentre stavo per uscire.
Quelle parole mi colpirono dritte al cuore come un colpo di pistola, come mai un barbone sconosciuto sapeva di mio figlio?
«Ah, dimenticavo, abbraccia anche tua moglie da parte mia.»
«Che diavolo sta succedendo» mi chiesi «conosce anche mia moglie.»
Mi sentivo davvero senza respiro, la rabbia mi pervase fino al punto di tornare indietro per affrontare quel balordo.
«Adesso Basta» intervenne Lorenne «fuori di qui!»
Era ferma nella sua voce mentre si rivolse a quel rifiuto umano, dagli occhi grigi e i capelli intrisi di fango e polvere; un blocco di marmo dai sottili capelli biondi e la canotta rossa ormai zuppa di sudore.
«Oh Signorina Lorenne, anzi signora Lorenne, dimenticavo fosse qui anche lei, che stupido, dopotutto questo è il bar del suo defunto marito che lei ha così gentilmente contribuito a mandare tra noi all’inferno!»
Ora eravamo in due ad avere i brividi. Lorenne aveva cominciato a tremare affannosamente e con le mani era alla ricerca di qualcosa sotto il bancone: una canna corta e lucente era comparsa nelle sue mani ed era pronta a premere il grilletto.
«Fuori di qui!» Urlò Lorenne.
Chiuse gli occhi, un forte scoppio riecheggiò nel bar vuoto, la canna della pistola era ancora fumante e un foro comparve nella gola di quel maledetto, che sgranò gli occhi come meravigliato dalla reazione istantanea della donna dai capelli d’oro. Avanzava senza scomporsi e soprattutto senza sanguinare minimamente, l’odore di polvere da sparo era nell’aria, ma quel rifiuto avanzava ancora accennando un sorriso macabro, come di sfida verso di noi.
L’uomo era ancora lì in piedi ma successe qualcosa di inaspettato: le campane della vicina chiesetta di Sant Michael suonarono il loro rintocco. Erano le 2.00.
Il macabro barbone immortale rivolse le pupille verso l’alto e allargando le braccia, come per simulare un crocifisso, svanì nel nulla sotto i nostri occhi.
«Ma che cazzo!» Avevo bevuto ma non fino al punto di immaginare un omicidio dove il morto non era capace di morire e dove si era dissolto nel nulla.
«Cosa?»
Mi ripresi e vidi Lorenne che mi guardava stranita con il boccale di birra che le avevo ordinato ancora tra le mani. Era come se avessi sognato a occhi aperti. Lorenne era tranquillissima, nessun colpo di pistola, nessun barbone era entrato nel bar. Un incubo da sveglio? Salutai Lorenne senza nemmeno bere la mia birra e uscii dal “Jonny’s” per strada, ritrovandomi la solita serata afosa ma con una macabra sensazione in più, feci qualche passo e la mia attenzione venne colpita dalla piccola chiesetta le cui campane ci avevano salvato da quell’essere, almeno così mi sembrò.
«Sono anni che non entro in una chiesa, Dio non mi caccerà proprio stasera!»
Aprii il piccolo cancelletto in ferro battuto e attraversai il vialetto, ora, a un tratto, l’afosa aria era diventata gelida, la camicia zuppa di sudore era un blocco di acqua ghiacciato, non un filo di vento. Uno strano odore invadeva i miei sensi la chiesetta era come finita in un’altra dimensione. Salii le scale. La porta aveva una maniglia ritorta e d’ottone imbrunito dal tempo ma ancora resistente e stranamente fredda per essere stata al sole rovente tutto il giorno. Entrai all’interno, l’oscurità della chiesa era rotta solo da qualche candela che qualche devoto aveva lasciato sparsa qua e là. Scricchiolava il pavimento mentre mi avvicinavo all’altare dove regnava sovrana una Statua della Vergine Maria: La statua di quella donna con suo figlio tra le braccia riportò alla mente la tragica scena della mia Charlotte con il mio bambino senza vita tra le braccia.
«È solo l’inizio della tua lenta agonia!» Tuonò una voce sinistra comparsa dal nulla.
Le poche candele sembravano essere svanite nel nulla e la bellissima statua sull’altare era divenuta un oscuro nascondiglio di ombre, addirittura mi sembrava più grande e anche più vicina, stranamente vicina!
«Posso aiutarti figlio mio?»
La figura di un anziano sacerdote si fece avanti, occhi celesti e capelli grigi, un’aria curata e due occhialini rotondi che davano al sant’uomo una solenne aria di rispetto. La camicia di cotone era sormontata da un solenne crocifisso d’oro al centro della stessa. Ancora una volta ero stato vittima di un’allucinazione? L’oscurità era sparita non appena il sacerdote ebbe pronunciato quelle poche parole come anche l’aria gelida. Ora la chiesa era un luogo di pace.
«Sono padre Brawn, benvenuto nella casa di Dio!»
Una solida stretta di mano aveva calmato ogni mia paura.
«Salve padre, io sono Joe Sinner e forse lei può aiutarmi.»
Serie: Joe Sinner
- Episodio 1: Il mio nome è… Joe Sinner
Ciao, ho letto questa prima parte. Il testo è scorrevole e hai creato a mio avviso una buona dose si suspance per il genere. Intriga conoscere cosa sia accaduto nel passato come anticipi nella descrizione, che suppongo si scoprirà nei prossimi episodi.
Personalmente a me piaccioni gli scritti che raccontano una storia, in cui c’è azione, movimento, fatti che si susseguono. Ho trovato questi elementi nel duo primo episodio e quindi aspetto il proseguio.
Grazie, sono contento che ti sia piaciuto, Mi organizzo per il secondo episodio!
Buongiorno a tutti, fatemi sapere cosa ne pensate!