Il mio rossetto 

Deposi il rossetto nel cassetto. Lo specchio era impietoso. Gocce di mascara e lacrime rotolavano sulle guance.

“Non puoi amare una donna!”

La voce di mio padre dura e callosa come le sule mani battute ritmicamente sul tavolo tuonava nelle mie orecchie.

“Vuoi capirlo o no che il mio, seppur diverso, è sempre amore?”

Avevo provato a replicare, resistendo nelle poche certezze che possedevo.

Un’ira implacabile gli aveva gonfiato le vene del collo, paonazzo come non mai. Ero uscita da quella che credevo la mia casa in un silenzio tombale. Il cuore può assomigliare a un cimitero quando scende la notte dentro. Sibili e schioppi di stelle mi graffiavano. Presi il cellulare e composi d’istinto il suo numero.

Chiesi a Laura di raggiungermi, le diedi appuntamento nel solito bar. Presi a fumare una sigaretta dopo l’altra nell’attesa. Il titolo cubitale su un giornale poggiato casualmente sul tavolino, parlava del mio amore, dell’amore di chi non si riconosce tra le righe della normalità. Abbozzai un sorriso, poi mi morsi le labbra quasi livide.

Quando la vidi, mi persi in lei. I suoi capelli arruffati e il suo profumo m’inondarono di bellezza. Un rapido bacio e poi silenzio.

“Finalmente gliel’ho detto” esclamai vomitando quella poltiglia umida e salivosa che mi bloccava lo stomaco da giorni “Mio padre non mi ha neppure guardata e mi ha cacciato a male parole.”

Sentivo la rabbia montare su, invadermi le tempie e ridiscendere rapida come se fossi sulle montagne russe.

“Allora?”

“Non mando giù quest’idiosincrasia. Fino a ieri ero la figlia perfetta e oggi sono diventata un nulla che merita il nulla.”

Laura prese le mie mani fra le sue. Nel bar qualcuno ci guardava, ma io me ne fottevo. Anzi mi piaceva che facessero caso a noi. L’amore deve fare scandalo per essere amore. Funziona così. Quel sentimento così naturale volevano sporcarlo ma noi non glielo permettevamo.

Mi feci più vicina a Laura e cominciai a parlarle all’orecchio. Aspettavamo il nostro caffè e c’erano parole da sussurrare. Volutamente alzai il tono di voce.

“Ti ho amato dal primo giorno e così sarà sempre.”

“Ci sentono.” Laura era in evidente imbarazzo e arrossì.

La baciai sulle labbra con un bacio lungo e appassionato. Avrei fatto lì l’amore davanti a tutti per dimostrare che eravamo come tutti. Il cameriere si avvicinò e ci fece l’occhiolino.

“Non siamo mostri per tutti” pensai. “Non siamo mostri affatto.”

Laura sorseggiò lentamente il suo caffè, io ero più veloce in ogni cosa che facevo o pensavo. Quando andammo via, salutai con un sorriso quel ragazzo così simpatico. Decidemmo di prenderci una mattinata per noi. Il lavoro in ufficio poteva aspettare. Finsi di avere un raffreddore e passeggiammo a lungo. Arrivammo al porto e ci sedemmo a una panchina. A Genova il mare era crespo. Somigliava all’inverno che mi attanagliava.

“Tuo padre non ti merita, Irene. Non ti conosce affatto. La tua forza, la tua determinazione, il tuo coraggio mi hanno fatto innamorare di te, dei tuoi grandi occhi neri e profondi.”

“Il punto non è se mi merita o meno, Laura. Il punto è non sentirsi accettati. Sentirsi rifiutati in maniera così netta e fredda. Il punto è smettere di essere sua figlia perché mi riconosce così, non perché lo voglia io. Capisci? Per te è diverso, i tuoi hanno tentennato ma poi hanno capito che la felicità non ha genere. Mi sento rotta dentro, frantumata, calpestata. Non metterò più piede lì.”

Laura mi trascinò via dal mare, dall’impeto delle mie parole, dalla parte più nera di me e mi lasciai guidare senza proferir parola. Quando entrammo nel suo appartamento, mi lasciai spogliare. Mi fece sedere nuda sulla poltrona e mi chiese di aspettare.

“Tutto può ancora succedere, non dimenticarlo mai.”

Mi porse un piccolo specchio e cominciò a truccarmi le labbra con un rossetto identico al mio. I battiti erano accelerati. Avevo scelto bene la donna da amare.

Ci riconsegnammo pure alla follia e all’ebbrezza che ci aveva travolte da subito e fu passione. Il mio rossetto color rubino era dappertutto. Sulle lenzuola. Sulle labbra di Laura. Sulla pelle che bruciava di desiderio. Rimossi il nero, le differenze, l’oblio. Ero me persa in un’altra me stessa.

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Discussioni

  1. Un figlio non è una proprietà, i genitori sono la porta che permette ad un nuovo individuo di conquistare il mondo. Immagini come sarà da adulto, poi la vita prende pieghe meravigliose che ti insegnano cose nuove e apre infinite possibilità. Il tuo racconto è importante perché importante parlarne sempre: le supposte diversità sono solo negli occhi di guarda.

  2. Dopo aver letto il tuo bellissimo racconto, mi chiedo ancora una volta, chi siamo noi genitori per permetterci di giudicare un figlio. Egli è una persona che dobbiamo amare e rispettare a prescindere. Dio o la natura ce lo dona, così com’è. Nostro compito è quello di proteggere e dare strumenti. Leggendoti sono riuscita ad arrabbiarmi e a commuovermi. Ci dobbiamo dare forse ancora del tempo, forse non tutti sono pronti. Ma la strada è quella, altre non ce ne sono. Chi non lo capisce è solamente destinato alla solitudine. Grazie per lo spunto di riflessione. Molto brava!