Il mio turno

Se sfida dev’essere, sfida sia. Provo ad alzare ancora la temperatura, se possibile.


Avevo il turno di pomeriggio. Meglio, pensai. Nuovo capo al negozio, oggi. La mattina saranno gli altri in ansia, finché non arriva. Dopo dieci anni ero abituato a cambiare colleghi e superiori. Con qualcuno aveva fatto amicizia, con qualcuno litigato, ma alla fine un accordo si trova sempre. Solo di lavoro si tratta. Cercai solo di non arrivare in ritardo. Già era tanto per me, un’accortezza che era meglio tenere con qualcuno che non si conosce. Entrai e mi diressi direttamente a cambiarmi ma mi fermai improvvisamente. Una divisa da direttore e una chioma bionda. Sono spacciato. Questo mi dissero quegli occhi quando mi intercettarono.

«Piacere, Matteo.»

Gli diede la mano. «Mi raccomando, devi essere qui dieci minuti prima. Sbrigati a cambiarti.»

«Scusi, ho trovato traffico.»

Mi mossi con calma. Se vado sotto subito, è finita. La sfida era appena iniziata. Saranno tempi difficili, pensai mentre percepii che quegli occhi ancora mi scrutavano.

Ero succube della sua bellezza e allo stesso tempo non volevo che lei se ne accorgesse e ne approfittasse. Lavorare assieme alla fine, ti unisce per forza. Non solo per il fatto che si osserva per imparare, ma semplicemente perché si passa molto tempo assieme. Anche se aveva cambiato marca di docciaschiuma lo sapevo, mentre aspettavo il mio turno per parlare con un cliente, stando al suo fianco.

Quando ci disse che sarebbe andata via, su quel treno guardando dal finestrino, pensavo ai suoi rimproveri, ai suoi scherzi, alle sue forme, ai suoi sbalzi d’umore e la sfida ora era quella di fermare quelle due lacrime che sfuocavano le luci della città.

Inaspettatamente, lei era lì e non era più il mio capo. Non c’era più motivo di dover cercare doppi sensi improbabili e giochi di sguardi per cercare inutilmente di comunicare qualcosa che non riguardasse il lavoro. La osservavo per cercare di capire se era solo una mia fantasia, oppure se veramente potevo far cambiare qualcosa. Sempre di lavoro parlava, del vecchio o del nuovo, anche davanti a quel caffè. Ma ora il confronto prendeva una nuova forma. Quei capelli biondi, sempre leggermente indomabili, quegli occhi chiari dolci e severi a seconda di cosa le serviva.

«Con la casa tutto bene? Finiti i lavori che dovevi fare?»

Se non intervenivo avrebbe parlato di lavoro per tutto il tempo.

«Quasi. Sono rimaste un paio di cose da sistemare. Non è che potresti venire a darmi una mano a spostare qualche mobile?»

Il tono era quello di quando mi chiedeva di fare un paio d’ore di straordinario.

Faceva caldo e la maglietta si incollava ai suoi seni. La aiutavo e lei più che altro esigeva come dovesse essere messo quel frigorifero.

«Bene, per il momento. Vai, fa un caldo, disse sistemandosi la maglia.»

«Silvia, penso che sarebbe ora che gli ordini iniziassi a darli io.»

«Ah sì, e cosa vorresti? Sentiamo», con aria di sfida.

«Hai caldo? Toglitela.»

La guardai negli occhi, serio e tranquillo. Oramai il salto lo avevo spiccato. Distolse lei lo sguardo, per prima.

«Ma…» le si spezzò la frase. Cercavo di interpretare i suoi sospiri. Il confronto era con lei o con il mio carattere?

Se la sfilò, rimanendo davanti a me in reggiseno. «Ok, e ora?» Sembrava rilassata, in attesa del prossimo ordine. Attenta a controllare se avessi ceduto o meno. La verità è che avrei voluto, ma sembrava fosse il suo sguardo a tenermi in tensione: «Toglilo».

Quando lo sfilò, sfoggiò un sorriso che diceva: «Era solo quello che desideravi da anni, alla fine».

Forse, ma non potevo dargliela vinta così.

«Girati.»

Si morse il labbro così forte che per un attimo ebbi paura che se lo tagliasse.

Le abbassai i pantaloni assieme alle mutandine. Iniziai a mordere i glutei sempre più forte. Temevo di farle male, ma seguivo i suoi gemiti là dove mi portavano. Era un fiume e la presi con forza. Solo alla fine la baciai, con la dolcezza che mi ero tenuto da parte.

«Scusami, non è il mio ruolo, non so cosa mi è preso», le dissi finché era ancora con gli occhi chiusi. Le accarezzai i capelli e appoggiò la testa sul mio petto.

«Rifacciamolo.»

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Erotico

Discussioni

  1. Guarda Marco, a mio avviso il racconto c’è tutto. L’unica obiezione che mi permetto di rivolgerti è che è troppo rapido. Mi rendo anche conto che dire “tutto” in mille parole talvolta è un ostacolo difficilmente sormontabile.

  2. Ohi, ohi, ohi. Bisogna rallentare!
    Scherzo, naturalmente.
    Il Capo/Capa è un cliché, ma, se gestito bene, funziona sempre. Dai a queste righe una struttura, immagina una breve storia (ricordati le 1000) e facci un racconto. Il Capo/Capa è un cliché, ma, se lo gestisci bene, fai un figurone. La sfida nella sfida.

      1. Tse… sono stato tirato dentro da queste forsennate, e poi mi danno la colpa! 😂. Comunque mi piace il format, ma spero che fra un po’ si cambi oggetto… che ne so, la montagna?😂😂😂

  3. In questa piattaforma inizia a fare davvero caldo 😂😂😂
    Breve, intenso e decisamente poco adatto a essere letto con aria innocente. Direi che la sfida è stata raccolta eccome 😄

  4. “Ma in cosa esattamente la competizione? Perché se è quello che penso, non so se ci riesco, sono troppo piccolo” scrivesti pochi giorni fa.

    Ma quando Diventerai più grande, allora che farai?

    Bravo Marco, promosso a pieni voti.

    E sul lavoro carriera assicurata.😉

  5. Bravo Marco! Breve, preciso ed efficace… sai che quando sarai più vecchio dovrai farlo durare di più, vero? (Questo è per quando hai scritto di essere troppo giovane per scrivere cose erotiche 😜)