Il mio turno

Se sfida dev’essere, sfida sia. Provo ad alzare ancora la temperatura, se possibile.


Finalmente, lei era lì e non era più il mio capo. Non c’era più motivo di dover cercare doppi sensi improbabili e giochi di sguardi per cercare inutilmente di comunicare qualcosa che non riguardasse il lavoro. La osservavo per cercare di capire se era solo una mia fantasia, oppure se veramente potevo far cambiare qualcosa. Sempre di lavoro parlava, del vecchio o del nuovo, anche davanti a quel caffè.  Ma ora avevo la possibilità di far girare la situazione nel verso giusto. Quei capelli biondi, sempre leggermente indomabili,  quegli occhi chiari dolci e severi a seconda di cosa le serviva. 

«Con la casa tutto bene? Finiti i lavori che dovevi fare?»

Se non intervenivo avrebbe parlato di lavoro per tutto il tempo.

«Quasi. Sono rimaste un paio di cose da sistemare. Non è che potresti venire a darmi una mano a spostare qualche mobile?»

Il tono era quello di quando mi chiedeva di fare un paio d’ore di straordinario.

Quel giorno faceva caldo e la maglietta si incollava ai suoi seni. La aiutavo e lei più che altro esigeva come dovesse essere messo quel frigorifero.

«Bene, per il momento. Vai, fa un caldo, disse sistemandosi la maglia.»

«Silvia, penso che sarebbe ora che gli ordini iniziassi a darli io.»

«Ah sì,  e cosa vorresti? Sentiamo», con aria di sfida.

«Hai caldo? Toglitela.»

La guardai negli occhi, serio e tranquillo. Oramai il salto lo avevo spiccato. Distolse lei lo sguardo, per prima.

«Ma…» le si spezzò la frase. Cercavo di interpretare i suoi sospiri.

Se la sfilò,  rimanendo davanti a me in reggiseno.

«Ok, e ora?» Sembrava rilassata. 

Quando si sfilò il reggiseno, sfoggiò un sorriso che diceva: «Era solo quello che desideravi da anni, alla fine».

Forse, ma non potevo dargliela vinta così.

«Girati.»

Si morse il labbro così forte che per un attimo ebbi paura che se lo tagliasse.

Le abbassai i pantaloni assieme alle mutandine. Iniziai a mordere i glutei sempre più forte. Temevo di farle male, ma seguivo i suoi gemiti là dove mi portavano. Lontano da quello che ero, verso i suoi desideri. Era un fiume. Era bagnatissima e la presi con forza. Solo alla fine la baciai, con la dolcezza che mi ero tenuto da parte.

«Scusami, non è il mio ruolo, non so cosa mi è preso», le dissi quando si riprese. 

«Rifacciamolo, ti prego.»

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Discussioni

  1. Ohi, ohi, ohi. Bisogna rallentare!
    Scherzo, naturalmente.
    Il Capo/Capa è un cliché, ma, se gestito bene, funziona sempre. Dai a queste righe una struttura, immagina una breve storia (ricordati le 1000) e facci un racconto. Il Capo/Capa è un cliché, ma, se lo gestisci bene, fai un figurone. La sfida nella sfida.

      1. Tse… sono stato tirato dentro da queste forsennate, e poi mi danno la colpa! 😂. Comunque mi piace il format, ma spero che fra un po’ si cambi oggetto… che ne so, la montagna?😂😂😂

  2. In questa piattaforma inizia a fare davvero caldo 😂😂😂
    Breve, intenso e decisamente poco adatto a essere letto con aria innocente. Direi che la sfida è stata raccolta eccome 😄

  3. “Ma in cosa esattamente la competizione? Perché se è quello che penso, non so se ci riesco, sono troppo piccolo” scrivesti pochi giorni fa.

    Ma quando Diventerai più grande, allora che farai?

    Bravo Marco, promosso a pieni voti.

    E sul lavoro carriera assicurata.😉

  4. Bravo Marco! Breve, preciso ed efficace… sai che quando sarai più vecchio dovrai farlo durare di più, vero? (Questo è per quando hai scritto di essere troppo giovane per scrivere cose erotiche 😜)