
Il miracolo di Sant’Egidio
Quell’otto novembre, anno del signore 1168, aveva incontrato una delle peggiori tempeste che Nostro Signore avesse mai scagliato sul piccolo paesino di collina di cui ero la guida spirituale. Avevo appena lasciato il mio monastero dopo anni di studi e di sacrifici ed era la prima volta che venivo rivestito di una tale responsabilità.
Il cielo da nero, come se fosse notte, si illuminava a giorno con un’alternanza repentina; preceduta da un tale rombo da lasciar pensare che il cielo stesso stesse crepandosi e crollare sulla terra.
Io, per mia fortuna, ero tra le massicce e grigie mura della chiesa di Sant’Egidio protetto dalle sue spoglie. Niente a che vedere con le grandi cattedrali dell’Eterna Urbe o del gran ducato di Firenze: era un modesto edificio di provincia. Non che certe bellezze terrene possano interessare un uomo votato all’umiltà e povertà quale sono io; ma se aveste potuto vederla solo da fuori avreste detto anche voi che sembrava più la capanna di un comune contadino, piuttosto che la casa del Signore.
Nessuna statua all’esterno, nessun marmo decorato, colonne o affreschi; solo nudi muri di pietra erosi dal tempo poco indulgente della regione. Ma all’interno, miei signori, era tutta un’altra cosa…
Da allora ad oggi non è mutato granché ma, in seguito all’evento che sto per raccontarvi, si è rivestita di una nuova luce dorata e del calore inconfondibile dell’amore di Dio.
Confesso che ero intimorito quel pomeriggio, sentivo continui scricchiolii e cigolii venire dalla chiesa; dalla bifora, vetrata e picchiata dalla pioggia, riuscivo a vedere i cipressi che si ergevano nel cimitero piegarsi fino a toccare terra. Di certo non mi aspettavo che proprio con una simile ira divina, una donna avrebbe avuto il coraggio di bussare al portone della chiesa.
Uscii subito dal mio ufficio.
L’interno, come dicevo, non rende giustizia all’esterno: nonostante la sua piccola dimensione le colonne si ergevano alte fino al tetto dando l’impressione che fosse più grande all’interno rispetto che all’esterno: allora, era rivestito da una volta a botte dipinta di un turchese molto acceso, punteggiata da piccole stelle in foglia d’oro. Per deferenza, feci il segno della croce al signore Gesù crocifisso sull’altare: un lampo illuminò per un istante il volto straziato e sofferente, il corpo deperito ed il sangue versato e l’oro che cingeva la croce.
Quando aprii il portone, vidi una donna avvolta in un mantello di fortuna, con in abiti umili e fradici e calzante degli zoccoli di legno infangati. Aveva un fagotto di coperte in mano, immobile.
La lasciai entrare intuendo subito il motivo della visita. Povera, povera donna.
Lei si tolse il cappuccio del mantello e porse la creatura: era un neonato pallido e rigido, il respiro era fermo come il suo piccolo cuoricino. Mi disse che era nato morto meno di qualche ora fa e che, ovviamente non erano riusciti a battezzarlo.
Purtroppo, io avevo le mani legate: i bambini non battezzati non avrebbero mai avuto accesso al paradiso, il destino del piccolo era il Limbo. Non avrebbe subito una punizione ma avrebbe vissuto comunque all’inferno senza possibilità di redenzione.
Quando glielo dissi la donna in un primo momento gridò, pianse e si strappò i capelli. Io la richiamai alla calma e gli diedi l’unica via d’uscita che conoscevo; serviva un miracolo.
– L’unica che può intercedere con Dio è la Madonna – gli dissi.
La accompagnai nella navata ad ovest, cercando tra la luce tremolante delle candele la statua in marmo bianco della madonna con il bambino.
Appoggi il bambino ai piedi della madonna e preghi, se Dio vorrà dare un barlume di vita al neonato, sarò lì pronto a battezzarlo.
Avevo sentito da voci lontane che alle volte era successo che Dio permettesse al neonato di vivere per permettere ai suoi ministri di battezzarlo, ma non lo avevo mai visto con i miei occhi.
La donna, con una devozione ed una disperazione tipica di una madre, fece come gli è stato detto: appoggiò il pargolo ai piedi della madonna, si inginocchiò e pregò.
Anche io pregai in silenzio e per un tempo che non so quantificare. Poteva essere stato pochi minuti come ore.
Dopo un po’ sentii i tuoni cessare ed il ticchettio della pioggia sulle vetrate colorate. Vidi la luce cambiare, dal nero ad un rassicurante grigio che, filtrato lungo le vetrate della chiesa dipingeva il viso della madonna, coloriva la pietra grigia della navata, illuminava i quadri impregnati di foglia d’oro.
Dopo di che, proprio quando la luce si fece più calda e la pioggia cominciò a svanire, alzai gli occhi dal suolo e vidi la coperta che avvolgeva quel neonato spostarsi, senza che niuno lo avesse toccato ed il corpo muoversi.
La donna lo guardò raggiante: Dio aveva fatto il miracolo! Lo aveva fatto rivivere per un minuto, il minuto sufficiente affinché io potessi battezzarlo. Non riuscivo a crederci!
Il pargolo fu sepolto in terra consacrata il giorno dopo, con grande giubilo della madre che avrebbe potuto riabbracciarlo sotto la luce del paradiso. Successivamente al miracolo, molte altre donne giunsero per lo stesso motivo e lì capii che Dio amava veramente tutti gli uomini: perché il miracolo su ripetuto, ancora ed ancora, riempiendomi man mano di un fervore e di una felicità che solo un vero timorato di Dio può capire.
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Buongiorno Alisea, ho letto questo tuo scritto con piacevole stupore. Innanzitutto per il periodo, poi per l’ambientazione e il tema a me congeniali. Mi ha colpito la sensibilità che hai dimostrato nel volerci portare a conoscenza, narrativamente, di questa credenza, particolarmente toccante trattandosi di eventi così tristi e dolorosi.
Soprattutto, si avverte un tale rispetto religioso da parte tua che mi sento di rivolgerti un complimento sincero. Il tuo è un sentimento raro ai tempi d’oggi: spero non lo perderai mai e che ti sia d’ispirazione per tanti altri bei racconti.
Al riguardo, ti confesso che talvolta anch’io affronto temi religiosi: sono quelli che mi hanno dato le più grandi soddisfazioni. Tanto che oggi mi chiedo se non sarebbe giusto smettere di ruotare il caleidoscopio delle mie visioni e focalizzarmi su questo. Vedremo…
Qualche piccolo, rispettoso consiglio, ci sono delle sbavature minime che puoi correggere a una lettura più attenta. Soprattutto mi raccomando, non svelare il prosieguo testo durante, per un’autrice che promette davvero bene come te è uno step fondamentale. Nel particolare, il paragrafo che inizia con “Avevo sentito da voci lontane…”, assolutamente necessario per il lettore, lo avrei spostato dopo “…ed il corpo muoversi”.
Uno spunto originale ed emozionante questo tuo, sviluppato molto bene. Così giovane e già tanto brava: non smettere.
Molto particolare e originale.
Sei stata brava a narrare dal punto di vista di un parroco del Medioevo, cosa già di per sé difficile tanto per il periodo storico quanto per la figura del personaggio.
ciao! dopo un po’ che leggo libri sul medioevo comincio a capire i ragionamenti. in particolare mentre leggevo un libro in proposito ho letto che spesso si interpretavano come miracoli le contrazioni di un corpo durante le prime fasi della decomposizione, si pensava che Dio le facesse rivivere per concedere loro il battesimo specialmente se le donne portavano i bambini nati morti in chiesa e pregavano la madonna. (unica in grado di farlo). Ho deciso di raccontare un evento simile, ma ero fortemente tentata dall’esagerare e farlo ritornare in vita davvero.
Davvero molto interessante. Sei partita da questa credenza per costruire il racconto, nel quale hai fatto benissimo ad esacerbare la miracolosa “resurrezione” del neonato.
Veramente brava!